Perchè la Turchia ha scelto ancora Erdogan – di Emanuele Gagliardi

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Ancora lui

Il fatto che lo scorso novembre Erdogan sia stato riconfermato alla guida della Turchia, indica che, ad aver vinto, è stato il terrore: terrore di nuovi attentati, terrore del terrorismo e dell’autonomia curda, E’ in queste condizioni, che, a vincere, è chi sia capace di presentarsi come uomo forte, rassicurando la piccola e media borghesia musulmana. Benché questo renda il Paese sempre più islamico, sempre più mediorientale e per niente europeo.

di Emanuele Gagliardi

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zzzzerdgnLe elezioni del primo novembre scorso, in Turchia, hanno sancito il trionfo del presidente Recep Tayyip Erdogan e del premier Ahmet Davutoglu. In barba ai pronostici, il partito islamico AKP (Partito Giustizia e Sviluppo) ha riconquistato ampia maggioranza in Parlamento (317 seggi su 550, cioè il 49,5%, +9% rispetto alle elezioni del 7 giugno). Batosta per il Partito del Movimento Nazionalista (MHP), che, sceso all’11,9%  (a giugno aveva il 16,2%), ha perso 40 deputati, nonché per il filo curdo HDP (Partito Democratico del Popolo), che ha superato di misura lo sbarramento del 10% e all’Assemblea nazionale avrà 21 deputati in meno. Resiste il partito kemalista CHP (Partito Popolare Repubblicano), che da 132 seggi passa a 134. I partiti minori hanno visto ulteriormente ridurre il loro già scarso peso, a poco più del 2%.

Ha vinto la paura

Alcuni osservatori sostengono che Erdogan abbia vinto sull’onda della paura: la paura suscitata da attentati terroristici come quello del 10 ottobre scorso ad Ankara con oltre 100 morti,  ma anche il timore per l’affermazione del movimento curdo, che punta all’autonomia di una parte del Paese già in conflitto, alla frontiera di una Siria in disgregazione da dove giungono senza sosta centinaia di migliaia di profughi. Erdogan sarebbe riuscito a presentarsi quale baluardo alla destabilizzazione della repubblica fondata da Kemal Ataturk, paventata dai sostenitori dell’AKP e dai turchi in generale. Ha fatto credere che la Turchia sia sotto attacco: all’interno da parte delle strutture “parallele” del leader dell’Hizmet (Il servizio), Fetullah Gülen, e della guerriglia curda del PKK, all’esterno dalla minaccia di uno Stato curdo ai suoi confini sulle macerie della Siria, che lui stesso ha destabilizzato, facendo passare migliaia di jihadisti anti-regime, compresi quanti si sono poi arruolati con il “califfato”. La ricetta è quella che funziona quasi sempre nei momenti di disorientamento e di instabilità: un solo uomo e un solo partito, per evitare coalizioni e governi imbelli. La democrazia turca è troppo giovane per non cedere alle lusinghe dell’uomo forte, abile nell’arte del divide et impera, dai connotati sempre più mediorientali e sempre meno europei, come documentano gli attacchi proditorii alla stampa d’opposizione.

Il ruolo del nazionalismo

Oltre che nell’islam, il fulcro della sua affermazione è da ricercare nel nazionalismo, nell’ossessione per la difesa nazionale con cui ha scippato voti all’MHP e ai Lupi Grigi, penalizzati dal rifiuto di un programma di colazione con l’AKP dopo le elezioni del 7 giugno; inoltre, ha frenato il cammino dell’HDP di Salahettin Demirtas, il cui messaggio per una democrazia inclusiva e progressista ha convinto solo le aree dell’Anatolia sudorientale, pagando evidentemente l’incapacità di distanziarsi dalla violenza del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), con dichiarazioni e gesti simbolici ostili, che hanno esacerbato l’elettorato. Il partito repubblicano CHP, eterno secondo, ha una leadership sbiadita ed un programma sclerotizzato nel settore laico e kemalista, che non convince.

Dal carcere a Presidente

Al di là dell’analisi politica congiunturale, sarà utile tentare di individuare altri motivi del successo di Erdogan. Anzitutto la sua vicenda personale: 61 anni, viene da un quartiere popolare di Istanbul (Kasimpasa), dove da giovane si mantenne vendendo ciambelle e limonate, nonché unendo la carriera di giocatore di calcio di buon livello agli studi di Economia e Commercio presso l’Università di Marmara. Aderì al Refah Partisi (Partito del Benessere, di ispirazione islamista, sciolto nel 1998 dalla Corte Costituzionale) di Necmettin Erbakan e nel 1994 divenne sindaco di Istanbul. Nel ‘98 finì in carcere per incitamento all’odio religioso, ma nel 2002 si aggiudicò le elezioni politiche con l’AKP, evoluzione moderata del Refah di Erbakan, con cui governò, forte della maggioranza assoluta, fino al 10 agosto 2014, allorché vinse le prime elezioni presidenziali dirette con il 52% dei consensi. Temuto dai laici e non amato dall’Europa, che ancora oggi esita ad accettare le richieste turche di adesione all’Unione, Erdogan riuscì ad avviare la maggiore ascesa economica e sociale di un Paese musulmano privo di petrolio e di gas. In questa crescita economica – a onor del vero, oggi decisamente svigorita – c’è forse la chiave sociale del suo successo politico. Nonostante la crisi, la svalutazione della lira e l’inflazione, Erdogan è assurto a simbolo della piccola e media borghesia conservatrice musulmana dell’Anatolia, quella porzione del Paese esclusa per decenni dai kemalisti, una sorta di Peron in salsa islamica a cui per i nuovi ceti benestanti è difficile voltare le spalle.

Opinabile, infine, la posizione di altri politologi ed osservatori internazionali, convinti che la vittoria di Erdogan possa essere sì un boccone amaro, ma comodo per Stati Uniti, Europa e Nato, preoccupati non meno dei turchi dinanzi al dilemma: meglio un Erdogan più potente sul Bosforo a guardia delle nostre paure o un’alternativa aleatoria in un Medio Oriente disgregato e attraversato da ondate di rifugiati?

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2 commenti su “Perchè la Turchia ha scelto ancora Erdogan – di Emanuele Gagliardi”

  1. Purtroppo penso che Erdogan non migliorerà la situazione della Turchia, che
    NON DOVREBBE ASSOLUTAMENTE ENTRARE IN EUROPA.
    E comunque le condizioni dell’Europa come sono?????…….

  2. Erdogan sta trascinando il popolo turco al disastro e dobbiamo aggiungere che le sue temerarie azioni (vedasi l’abbattimento del jet russo) non hanno avuto l’appoggio sperato dalla NATO e dagli USA. Erdogan è l’uomo chiave dietro Daesh (certo, non l’unico attore) e la sua pazza politica sta letteralmente inasprendo la situazione. Due scenari si aprono per i turchi: forzare l’acceleratore, portando un caos catastrofico, in primis per la Turchia stessa, che la cancellerà dalle cartine geografiche (altro che ricostituzione dell’impero ottomano!), o fermarsi un attimo e prendere atto che l’attuale stato di cose, nonostante la NATO e le voglie europee, non può essere avulso da un nuovo equilibrio geopolitico che prenderà corpo quando l’Iran avvierà un nuovo assetto economico e un nuovo piano di investimenti, a fronte della cancellazione delle sanzioni. La Turchia, storicamente e geopoliticamente, volente o nolente, non può prescindere dall’Iran. Nuovi scenari, ma senza Erdogan.

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