Perché le multinazionali odiano la vita e la famiglia?

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Alcune settimane or sono la stampa internazionale ha dato la notizia che 180 Chief Executive Officer (CEO) di importanti multinazionali e grandi aziende statunitensi hanno sottoscritto un appello a favore dell’aborto, acquistando un’intera pagina del The New York Times. Costoro hanno affermato che le leggi restrittive dell’aborto, approvate in numerosi Stati come Missouri, Georgia, Mississippi, Kentucky, Alabama e Ohio sono “cattive per il business” e che restringere l’accesso all’aborto significa ostacolare la possibilità per le donne di “compiere scelte economiche”.

Tra le aziende firmatarie più note, citiamo H&M, Twitter, Bloomberg, The Body Shop, Tinder, Swift, Eileen Fisher. Non poteva mancare un’azienda che si chiama Lesbians Who Tech. Naturalmente questo documento ha generato l’entusiasmo delle associazioni abortiste come The National Abortion Rights of America, la famigerata Planned Parenthood (recentemente implicata in un commercio di organi estratti da feti abortiti) e gruppi per i cosiddetti “diritti civili” come l’American Civil Liberties Union, mentre il vivace e combattivo mondo provita statunitense ha ovviamente fatto sentire la sua voce: Jeanne Mancini, Presidente della March for Life, ha chiesto come la protezione della vita possa essere “cattiva per il business” e il senatore Repubblicano pro-life e conservatore Marco Rubio si è domandato come mai queste aziende non abbiano problemi a fare affari con paesi che sono violatori dei diritti umani. Lila Rose, responsabile di Live Action, una delle più attive associazioni pro-life ha accusato Twitter, che ha firmato l’odioso appello, di operare una censura severissima nei confronti di tutti i messaggi pro-vita ed in particolare di quelli di Live Action e suoi personali.

Tre multinazionali dell’entertainment, Netflix, Disney e WarnerMediahanno dichiarato di non voler più “girare” in Georgia, come “rappresaglia” per le leggi restrittive dell’aborto approvate da quello Stato. È utile ricordare che Netflix è l’azienda che ha “affittato” la stazione della metro di Milano di Porta Venezia per tappezzarla completamente con un gigantesco manifesto arcobaleno, che ora il sindaco di Milano Sala (quello che ha esibito con orgoglio i calzini cafon-arcobaleno-omosessualisti) non vuole più togliere.

Quanto alla Disney, la sua posizione omosessualista appare ancor più moralmente discutibile considerato il pubblico familiare a cui si rivolge, così come, per lo stesso motivo, altrettanto discutibile è la “giornata gay” che si è tenuta recentemente a Disneyland Parigi con una grande “sfilata arcobaleno”, a sostegno “delle battaglie per i diritti Lgbt”. È invece confortante apprendere che Clint Eastwood, conservatore coraggioso e bestia nera dei liberal, ha scelto appositamente di girare in Georgia il suo prossimo film.

D’altronde il sostegno del grande business e di molti tycoon all’aborto non è nuovo. Nel 2014, in un articolo sul Foglio, Giulio Meotti documentava l’attivismo finanziario del supercapitalismo americano in favore dell’infanticidio abortista: più di un miliardo (un miliardo!) di dollari da Warren Buffet, e poi milioni di dollari da David Rockfeller, Ted Turner, il solito George Soros, Michael Bloomberg, Bill Gates, Ross Perot, Mark Zuckerberg.

Nelle multinazionali l’attivo supporto all’ideologia e alle prassi pro gay, incluse nel tema della diversity, sta diventando sempre più invasivo, al limite del totalitarismo aziendale: potenti “comitati per la diversity”, “quote”, dirette o indirette, nelle assunzioni e nelle promozioni (che ovviamente confliggono con l’auspicata “meritocrazia”), severissimi “codici di comportamento” che puniscono ogni linguaggio, affermazione, immagine, oggetto considerati “politicamente scorretti” (per una battuta si può essere licenziati), corsi di “formazione” obbligatori (meglio sarebbe dire di “rieducazione”).

In particolare negli USA la pressione ricattatoria delle lobby nei confronti delle aziende è sempre più arrogante e violenta: ad esempio la Human Rights Campaign Foundation, un potente gruppo di pressione omosessualista, pubblica annualmente un Indice annuale delle pari opportunità aziendali, in sostanza un “voto” alle aziende per le loro iniziative “pro-gay” (campagne interne ed esterne, identificazione dei dissidenti e così via). Tutte le grandi aziende sono attentissime a conseguire una elevata “votazione”, attuando anche misure terroristiche e minatorie nei confronti dei dipendenti, i quali, denuncia Rod Dreher nel suo libro L’Opzione Benedetto:“si vedono sottoposti a pressioni sempre maggiori all’interno delle proprie aziende e istituzioni affinché si dichiarino pubblicamente “alleati” dei colleghi omosessuali, bisessuali e trans. In alcuni casi, ai dipendenti viene concessa l’opportunità di indossare speciali cartellini che pubblicizzano il loro schieramento quali alleati. Naturalmente, se non s’indossa il cartellino è probabile essere sottoposti al terzo grado”.

Sempre negli USA, l’impegno omosessualista di diverse multinazionali (molte delle solite: Amazon, Apple, Facebook, Twitter, Moody’s, Morgan Stanley, Goldman Sachs, Starbucks) è giunto al punto di spingerle a richiedere con forza alla Corte Suprema di legalizzare i “matrimoni” tra sodomiti.

Anche in Italia il supporto all’agenda omosessualista pare essere diventato “la buona azione quotidiana” del grande business. Il gay pride di Milano, che tanto entusiasmo e cospicuo supporto ha incassato da parte della giunta di sinistra e del sindaco, ha ottenuto anche generosissime sponsorizzazioni da parte di una lunga lista di aziende: AirItaly, Coca Cola, Idealista, Just Eat, Accenture, Durex, Ebay, Feltrinelli, Google, Microsoft, Paypal, Redbull, Amazon, Burger King, Danone, Deliveroo, Diesel, Facebook, LinkedIn, Nestlé, Starbucks, Tim, Vodafone, Zurich e altre. D’altronde, esiste addirittura un’associazione costituita, con il sostegno delle lobby e dei loro esponenti, da aziende che vogliono sostenere attivamente l’agenda omosessualista: Parks Liberi e Uguali (“Parks è un’associazione di datori di lavoro che aiuta le aziende a realizzare le potenzialità di business legate a strategie inclusive della diversità LGBT”). Sul sito www.parksdiversity.eu potete vedere l’elenco delle aziende.

Vi ricordate il caso Barilla? Il presidente del gruppo, Guido Barilla, era caduto nella trappola di partecipare al programma radiofonico La Zanzara, dove i due conduttori ultraprogressisti l’avevano indotto ad alcune normalissime e condivisibilissime affermazioni a favore della famiglia. Tutto il mondo omosessualista, le relative lobby, esponenti della sinistra, l’informazione di regime si scatenò. La Barilla, temendo ripercussioni sulle vendite, fece una rapido voltafaccia, si schierò con zelo totale sul fronte LGBT, introdusse il solito paraphernalia di strumenti interni (comitati, corsi, codici di comportamento) ed esterni (finanziamenti alle lobby, pubblicità esplicitamente pro-gay, addirittura immagini sulle confezioni di pasta) fino al punto di generare una meritoria, anche se tardiva e assai debole, reazione di cattolici e conservatori che hanno lanciato su Change.org una petizione titolata “Barilla cede alla lobby LGBT”.

Non mancano poi i lanci di “prodotti specifici” per la categoria: un trolleycosmopolite pride” della Samsonite, occhiali rainbow della Ray Ban. L’Ikea, nota per il suo zelante impegno interno ed esterno per la diversity, ha fatto di più: alle coppie gay “sposate” con “unione civile” a Bari, il locale punto vendita metteva in palio, nel 2018, un buono Ikea di 500 euro, un viaggio in Scandinavia del valore di 1.200 euro, un “banchetto” (“banchetto”?) nuziale per 100 persone nel ristorante (“ristorante”?) aziendale Ikea (“60 bottiglie di prosecco, altre sessanta di vino bianco e rosso, due primi, un secondo, buffet di dolci e frutta”).

Tra l’altro l’Ikea impone ai propri dipendenti una feroce censura riguardo a ogni affermazione che non sia in linea con l’ideologia della correttezza politica stabilito dalle policy interne. È recente la notizia che questa multinazionale del mobile ha licenziato, in Polonia, un dipendente che aveva osato esprimere una critica, citando anche la Bibbia, nei confronti di una sorta di gay-pride aziendale imposto dalla direzione. Purtroppo per le lobby sodomitiche e le multinazionali che le sostengono, la Polonia è ancora una nazione cattolica, che ha reagito con fermezza, con condanne politiche, cause legali e minacce di boicottaggio all’arroganza omosessualista dell’Ikea.

Chiediamoci: perché questi soggetti economici odiano a tal punto la famiglia e la vita? Per quanto concerne l’odio per la famiglia che si esprime attraverso l’aggressivo, spesso violento attivismo omosessualista, occorre riflettere sulla potenza finanziaria del cosiddetto mondo gay. Forbes ha stimato che, nei soli Stati Uniti, il mercato LGBT valga circa mille miliardi di dollari. In Italia, svela un’indagine Gfk Eurisko, il consumatore omosessuale ha una capacità di reddito ben più alta della media della popolazione. È poi da considerare la “potenza di fuoco” delle lobby omosessualiste, ormai incistate in ogni comparto della società civile, che hanno operato una vera e propria inversione (almeno apparente e dichiarata) nel “sentire comune” e che spadroneggiano nei media mainstream, nella scuola, nell’università, persino nella Chiesa.

Queste lobby hanno una capacità di mobilitazione, di visibilità mediatica, di pressione e ricatto politico e sociale che i cattolici e i conservatori, disuniti, delegittimati dai vertici della Chiesa (che proibisce autoritariamente persino le preghiere di riparazione per i gay-pride) intimoriti e deboli, non hanno. Perché, ad esempio realtà associative e di comunicazione cattoliche non lanciano massicce campagne di boicottaggio delle aziende filo-omosessualiste? Era l’invito recente di un lettore de La nuova bussola quotidiana: Le aziende pro pensiero unico? Boicottiamole. E citava la Gillette, la Mercedes, la Barilla, Gucci, la Kellog’s, l’Ikea.

Più in generale, una delle ideologie che ispirano l’abortismo, l’avversione per la famiglia, la procreazione e la natalità è il neomalthusianesimo ecologista che, ci dice Ettore Gotti Tedeschi, ha fatto “crollare le nascite compensandole con moltiplicazione del consumismo e delocalizzazione delle produzioni a basso costo in Asia”. Già: al grande capitale e alla grande finanza nuocciono le famiglie che investono sui figli, le donne che si dedicano alla famiglia anziché arruolarsi nella “forza lavoro” per alzare un “tasso di occupazione femminile” il cui perverso significato dovrebbe essere invertito di segno. Poi, quel poco di welfare che viene destinato alla famiglia, (maternità, permessi etc.), ovviamente ha un costo per le aziende.

Vi è poi da considerare la cosiddetta “ecologia profonda”, violentemente avversa alla natalità. Per gli ecologisti (di dubbio significato la distinzione tra estremisti e presunti “moderati”), l’uomo è il “cancro della Terra”, la divinizzata Gaia. L’ecologista Maynard sostiene che “avere figli è una delle cose più egoistiche che si possono fare”. Altri sostengono la necessità, per l’uomo, di una sorta di estinzione volontaria. La Church of Eutanasia, espressione dell’ecologismo radicale, suggerisce quattro sistemi “naturali” per l’estinzione della specie umana: l’aborto, il cannibalismo, la sodomia e il suicidio.

Uno degli “agenti” più potenti e più ignorati nell’attività contro la vita e la famiglia è l’ONU, che difende una perversa idea dei “diritti umani”, basata sulla totale autodeterminazione dell’uomo, la negazione di ogni senso del bene e di ogni diritto naturale. Così, attraverso “dichiarazioni” semiclandestine approvate da oscure commissioni del Palazzo di Vetro, ma spesso vincolanti per tutti i Paesi, e l’azione potentissima, ma anch’essa non visibile e non controllabile delle Agenzie dell’ONU (come la FAO, l’UNESCO, l’UNICEF) vengono approvati e sostenuti i “nuovi diritti” quali l’aborto, l’omosessualità, l’eutanasia. Di più: si invitano i Paesi membri a perseguire penalmente le persone o le associazioni che si opponessero a questi “nuovi diritti”, invocando addirittura contro questi reprobi la Corte Penale Internazionale.

Tuttavia, a muovere le aggressive politiche denataliste e ostili alla famiglia naturale non c’è solo l’interesse delle grandi aziende per una società privata di tradizioni, di radici, di norme morali, atomizzata, individualista e consumista, ma c’è anche qualcosa di più profondo, di infero: una “metamorfosi della gnosi”, portatrice di un odio contro-metafisico e demoniaco contro l’uomo, creatura prediletta da Dio. E non potrebbero avere ragione coloro che sostengono che la diffusione dell’aborto, oltre a rappresentare una delle principali cause della denatalità in Occidente, produca una sorta di rito e sacrificio di massa di evocazione satanica?

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4 commenti su “Perché le multinazionali odiano la vita e la famiglia?”

  1. Domanda banale:perche’ “ricognizioni” non mantiene e pubblica una lista di queste immonde aziende?

    Io, per esempio, da sempre boicotto aziende con posizioni contrarie al diritto di detenere e portare armi.

    Chiedete cosa incassa la municipalita’ di las vegas con lo Shot Show, e cosa hanno perso le cittadine buoniste e a favore di un maggior controllo sulle armi, dopo che lo Shot Show si é trasferito a vegas.

  2. Angelo Augusto Muscas

    Bellissimo articolo! Veritiero e terribile: devo confessare che gli ultimi quattro capoversi hanno suscitato in me un senso di autentico ORRORE. C’è sempre più urgenza di una preghiera incessante… che Dio abbia misericordia di noi!! Laudetur Jesus Christus- Augusto

  3. Giuseppe tubi

    Articolo veritiero e esauriente quanto terribile. Concordo anche con parte finale: la sete di denaro e controllo non spiega a sufficienza questa mostruoisità, sembra quasi che dietro all’alta finanza usuraia e alle multinazionali ci sia un disegno satanico, distruttivo. E l’ecologismo è una truffa perché si distrugge anche l’ambiente che è sostegno fisico e psicologico dell’uomo.

  4. Gino Favola, Gli esseri umani non hanno il diritto di accedere liberamente all’acqua, in http://www.neonnettle.com del 30 dicembre 2017.
    In realtà si deve purtroppo constatare un’autentica pletora di dichiarazioni infamanti provenienti dalle bocche, lo diciamo e lo sottolineamo, di questi plutocrati in tutto e per tutto, vedi ad esempio lampante l’uscita che ebbe Pierre Bergé, sodale ed amante-compagno in tutti i sensi di Yves-Saint Laurent a proposito della questione dell’utero in affitto in cui costui non vedeva nessuna differenza tra l’affittare l’utero ed il prestar le braccia da parte della Donna in fabbrica, suggello, ultimo, demoniaco, di un Puro Marxismo al Cachemire a 12 fili! Ci verrebbe da dire che la cecità di certo pensiero femminista così prona alla causa omosessuale maschile si merita appieno questo disprezzo per la figura e l’opera della Donna. Vedi ne ʺIl Foglioʺ, online, a firma di Mauro Zanon, 8 settembre 2017, «Addio a Pierre Bergé e alle sue frasi urticanti. Da Yves Saint-Laurent al ʺLe Mondeʺ. Tante vite, e una grande delusione. Addio a Pierre Bergé e alle sue frasi urticanti. Tante vite, e una grande delusione. Parigi. “Non ho il diploma di maturità, ma ho comprato il Monde”. Pierre Bergé, morto venerdì all’età di 86 anni nella sua dimora di Saint-Rémy-de-Provence dopo una lunga malattia, era un habitué di queste frasi. La sua franchezza era spesso urticante, come quando accusò Téléthon di “cannibalizzare la generosità dei francesi mostrando in maniera populistica l’infelicità dei bambini affetti da miopatia”, la sua malattia, quella che lo ha costretto, negli ultimi tempi, a rinunciare progressivamente alle sue innumerevoli passioni. Imprenditore della moda, mecenate, editore e cofondatore di un impero del lusso con il suo compagno di vita, Yves Saint-Laurent, Bergé, come si dice in Francia, non era un tipo che aveva la langue dans sa poche. Quando pensava qualcosa lo diceva sempre, e a volte, certo, esagerava. “Affittare il proprio ventre per fare un bambino o affittare le proprie braccia per lavorare in una fabbrica, qual è la differenza?”, disse al ʺFigaroʺ, esponendo la sua posizione sulla questione delle madri surrogate. E per manifestare la sua ostilità contro la Manif pour tous, il movimento francese che si oppose nel 2013 alla legge Taubira sui matrimoni e le adozioni gay, scrisse un tweet dicendo che se fosse esplosa una bomba sul Champs de Mars, lì dove si sarebbe concentrata la protesta, non avrebbe pianto».

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