PERCHE’ L’EMBRIONE E’ PERSONA – di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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di P.Giovanni Cavalcoli, OP


E’ noto il dibattito fra studiosi, scienziati, antropologi e teologi sulla questione se l’embrione umano è persona o meno. Nel 2008 la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicò un documento, l’Istruzione Dignitas Personae, nel quale per la prima volta il Magistero della Chiesa prende chiaramente posizione circa la questione pronunciandosi a favore della tesi secondo la quale l’embrione umano è persona.

Già nel 1996 l’enciclica di Giovanni Paolo II Evangelium Vitae aveva risposto implicitamente alla questione con la domanda retorica: “come l’embrione, essendo un individuo umano, non sarebbe persona?”, sottintendendo evidentemente la risposta affermativa.

L’affermazione della Chiesa, che impegna il suo Magistero infallibile, essendo per il cattolico la definizione dell’uomo materia di fede, è certamente di grande rilievo dal punto di vista antropologico e gravida di conseguenze morali sul piano della bioetica e giuridiche per quanto riguaembrionerda i diritti dell’uomo, soprattutto il diritto alla vita.

Ma possiamo chiederci che cosa intende qui il Magistero col termine “persona”? Quale concetto di persona è presupposto o è implicato? Non si tratta altro che del tradizionale concetto di persona da sempre usato dal Magistero della Chiesa anche in altre importanti circostanze legate alla divina Rivelazione, per designare la sussistenza di una natura spirituale, sia che si tratti della natura divina o della natura angelica o della natura umana. Tale concetto è illustrato in modo particolarmente convincente dalla scuola di S.Tommaso d’Aquino.

Il Magistero pontificio del secolo scorso parla del vero Dio come Dio “personale”, mentre il Concilio Vaticano I definisce la natura divina come “una singularis substantia spiritualis”. Giovanni XXIII, nell’enciclica “Pacem in terris” del 1963, attribuisce alla persona umana una “natura dotata di intelligenza e libera volontà”, mentre il Concilio Vaticano II pone la dignità della persona umana nel fatto di essere “creata ad immagine di Dio (Gaudium et Spes, 12).

Da questi pronunciamenti sparsi di somma autorevolezza si può ricavare quello che senz’altro si può chiamare il concetto cattolico di persona umana o angelica o divina, un concetto indubbiamente metafisico ma anche e soprattutto, per il cattolico, di fede: la persona come ente o sostanza spirituale, ovverosia dotata di intelligenza e volontà.

Da notare infatti che, quando i Pontefici suddetti parlano del Dio “personale” non intendono riferirsi al mistero delle tre Persone divine, ma, come ho detto, alla natura o essenza divina, ossia al Dio uno, conoscibile già di per sé dalla sola ragione umana, quello che potremmo chiamare il Dio del monoteismo o della religione naturale.

Infatti, secondo la dottrina della fede, la Persona divina trinitaria realizza il concetto di persona in un senso soltanto analogico, inquantochè, come è insegnato dal Concilio di Firenze del 1442, la persona trinitaria non è “sostanza”, ma “relazione sussistente”, come ha avuto modo di ricordare il Papa anche di recente.

Dio resta comunque “persona” in quanto ente spirituale sussistente, sicchè alla fine, si tratti di persona (natura umana o divina) nel senso razionale o nel senso della fede (Persona trinitaria), la definizione generica di persona potrebbe ridursi a questo: ente o soggetto sussistente spirituale. Potremmo fare un collegamento con la tradizionale definizione giuridica: soggetto capace di intendere e di volere.

Da quanto detto ci rendiamo conto di quanto è impegnativo il suddetto pronunciamento del Magistero quando esso definisce l’embrione come persona. Questa affermazione può a tutta prima presentare insormontabili difficoltà, dato che balza agli occhi della più evidente esperienza che di fatto l’embrione non esercita gli atti propri della persona.

Nessuno tuttavia può negare che esso, a cominciare dallo stadio iniziale della monocellula – lo zigote – sia un tutto, un individuo, pur composto di parti, una sostanza vivente in sé completa ed ontologicamente autonoma rispetto al corpo della madre, anche se ovviamente da esso dipendente per quanto riguarda le funzioni vitali. Ebbene la Chiesa dice che questa prima cellula ed a maggior ragione tutte le altre, prese collettivamente, che da essa sorgeranno per moltiplicazione cellulare, sino ai miliardi di cellule dell’individuo adulto, costituisce già una “persona”.

A questo punto, però, per non fare un’affermazione inaccettabile stante la precedente definizione di persona, occorre fare una distinzione fondamentale della massima importanza, tra persona in senso ontologico e persona in senso dinamico o, in altre parole, tra persona come sostanza e persona in quanto agente.

E’ chiaro che la persona agente – si potrebbe pensare, seppur con riserva, alla res cogitans di Cartesio – è una sostanza o soggetto agente. Ma la persona come sostanza, benchè radicalmente dotata della capacità di intendere e volere, non necessariamente dispone della facoltà immediata in tal senso né tanto meno necessariamente esercita in atto quella facoltà, perché questa possa o debba entrare necessariamente nella definizione di persona, perché, se così fosse – come risulta dalla definizione stessa cartesiana e quindi idealista di persona -, l’embrione non potrebbe essere considerato persona, perché evidentemente non possiede quella facoltà in modo immediato, così da poterla usare a piacimento come è proprio della persona adulta, e tuttavia la possiede solo radicalmente, in quanto emanante dalla natura umana (rationalis natura, come dice Boezio), sussistente come persona (individua substantia, sempre per usare la famosa definizione boeziana).

Da queste considerazioni emerge con chiarezza, per la sua universalità, l’importanza del concetto analogico e metafisico di persona. Esso riconosce ad ogni individuo umano, compreso l’embrione, la dignità di persona, senza condizioni o discriminanti, che potrebbero escludere qualcuno, nella fattispecie l’embrione, dall’essere persona con il sacro rispetto che di conseguenza gli è dovuto.

Il concetto ontologico di persona è la vera garanzia del valore dell’umana uguaglianza. Esso dice che al di là di qualunque differenza di età, di razza, di capacità, di salute, di intelligenza, di cultura, di ceto sociale, di censo, di religione, ogni individuo umano è ugualmente persona.

Per salvare il concetto di persona, allora, è essenziale non calcare troppo la mano su quell’aspetto dinamico della persona, la “relazione”, come si dice oggi, che pure sta a cuore oggi a moltissimi – e per certi aspetti giustamente -, sia in campo cattolico che in campo laico, soprattutto se di formazione spiritualistica o idealistica, sostenitori di quello che io sono abituato a chiamare “personalismo relazionista” ed altri chiamano personalismo esistenzialista o fenomenologico.

Se infatti leghiamo troppo strettamente il relazionarsi o l’apertura sociale mediante intelletto e volontà alla definizione stessa di persona, ci accorgiamo subito che il povero embrione, che non è assolutamente in grado di relazionarsi con nessuno, perde il proprio statuto di persona con eventuali conseguenze per lui letali: non trattandosi più di persona, dotata di inalienabile diritto alla vita, non vi sono più difficoltà o remore a sopprimerlo, anche per i più nobili fini, come potrebbero essere l’ottenimento delle famose cellule staminali o per fini meno nobili, anzi – in linea di principio – decisamente “abbominevoli”, se vogliamo esprimerci col Concilio Vaticano II, come la pratica dell’aborto.

Il personalismo relazionista è mosso da nobili ideali, ma in modo imprudente e sprovveduto, senza immaginarsi quali possono essere le conseguenze logiche del suo concetto di persona, conseguenze che, ne sono certo, se se ne rendesse conto, certamente rinuncerebbe al suo concetto di persona per assumere cordialmente quello proposto dal Magistero della Chiesa o quanto meno implicato in esso, un concetto che non toglie nulla alla prospettiva relazionale della persona, ma anzi le dà la base autentica, ma fa comprendere il concetto veramente universale di persona.

Non c’è bisogno di spendere molte parole per riconoscere la parte di verità del personalismo relazionista e della sua appassionata ma troppo emotiva perorazione dell’importanza della relazione, spesso accompagnata dall’esaltazione dell’“amore”, del “concreto” o della “storia”, valori ai quali tutti evidentemente sono sensibili.

Inoltre i relazionisti provano un vivo senso di ripugnanza quando si ricorda loro che l’agire (la relazione, l’amore), nella persona umana, in fin dei conti non è sostanziale o sussistente, ma accidentale o aggiunto alla sostanza della persona, benchè le facoltà della persona siano proprietà essenziali della stessa persona. Eppure è così semplice notare che anche la persona adulta padrona di sé, ora agisce, ora non agisce, eppure resta sempre persona. Anche una persona che dorme resta evidentemente una persona, ossia in essa non vien meno la definizione di persona per il fatto che dorme.

I relazionisti, al sentir definire la persona in termini di sostanza – mostrando qui un’evidente miopia metafisica – si immaginano che in tal modo si veda la persona come una specie di blocco o macigno opaco, rigido o statico o, come essi dicono, “cosalistico”, che ignora la dimensione essenziale della vita e dell’azione.

Essi si immaginano la distinzione fra sostanza e accidenti come la distinzione, in un corpo umano, tra lo scheletro e i muscoli, oppure la distinzione fra un’auto in sosta e un’auto in corsa, quando invece si tratta non di distinzione fra cose o fatti, ma tra dimensioni dell’unico ente, soprattutto considerando che si tratta di un ente spirituale: ente sussistente, la sostanza; ente inerente, l’accidente; ma l’ente è sempre quello, unico ente composto di sostanza ed accidenti.

In realtà i relazionisti, tanto preoccupati di non ridurre l’agire all’accidentale, col loro definire la persona come relazione, che metafisicamente e logicamente appartiene alla categoria dell’accidente, non si accorgono di ridurre essi stessi la persona alla categoria dell’accidente, facendole perdere la sua assolutezza e relativizzandola ad una totalità esterna, con la conseguenza che essa perde la propria consistenza sostanziale e quindi la sua vera dignità nei confronti del termine della relazione, si tratti anche di Dio stesso, per non parlare di altri valori per quanto elevati, come il sociale o l’altra persona o il partito o lo Stato o il Capo e via dicendo. La persona certo è chiamata al servizio del bene, ma non può essere schiava di nessuno, neppure di Dio.

Peraltro, la detta parte di verità del relazionismo sta nel fatto che indubbiamente la persona raggiunge la sua perfezione morale nell’esercizio dell’azione e della relazione, ovviamente oneste e virtuose. Tuttavia i relazionisti dovrebbero ricordarsi che l’azione presuppone l’essenza della persona e non la costituisce nella sua essenza.

Soltanto in Dio l’azione è sussistente, perché in Dio l’essere si identifica con l’azione. Dio non solo ama ma è Amore. Non così per noi: noi restiamo persona anche se odiamo invece di amare ed anche se non esercitiamo gli atti dello spirito. Non si deve confondere il piano della morale (perfezione della persona) col piano metafisico (esistenza della persona).

Questa è solo questa è la condizione per capire perché l’embrione è persona. Egli, in quanto dotato di anima spirituale immediatamente creata da Dio, anima che è forma sostanziale della materia del suo corpo – non importa quante sono le cellule -, ha già in sé radicalmente la facoltà di intendere e di volere, che passeranno all’atto quando nel suo corpo si sarà formata la necessaria base neuronale, biologica e psicologica, ulteriormente attuata, si spera, da una buona educazione e da un costante esercizio virtuoso  delle facoltà spirituali sotto la guida della grazia divina.

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