Perché soffriamo? Una riflessione cristiana sul dolore e sulla sofferenza  –  di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungaretti

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zzCrfdlsL’11 febbraio, ricorrenza della prima apparizione dell’Immacolata Concezione a Lourdes, si è celebrata la XXIII Giornata Mondiale del Malato. Il riferimento mi sembra importante e penso che valga la pena di rifletterci un po’ sopra, perché chi di noi può dire, in tutta coscienza, di non avere paura della malattia, della sofferenza, dell’invalidità, e soprattutto della solitudine che spesso le accompagna, e non si affida alla Madre di Dio? Io stessa, cattolica sotto questo aspetto”molto bambina”, non esito a riconoscere di essere una gran fifona che teme terribilmente il dolore fisico e quando leggo delle torture inflitte dalle dittature ai dissidenti politici e agli stessi cristiani in odium fidei in certe parti del mondo, o penso alla diabolica crudeltà del Califfato che brucia vivi i suoi nemici, con tutto il cuore prego il Signore perché in quei momenti terribili “stacchi la spina” del sistema nervoso di quegli infelici, rendendoglielo insensibile e non facendo loro sentire dolori così atroci, ma li accolga subito presso di Sé, se questa è la Sua volontà. Infatti, penso che tutti noi temiamo più il “morire” – intendendo con questa parola la sofferenza e il dolore che quasi sempre accompagnano la malattia – piuttosto che la “morte” in sé.

Forse le popolazioni orientali, soprattutto gli induisti, sono più addestrati di noi ad accettare e sopportare la sofferenza e il dolore. Infatti il dolore per loro non è che l’apparenza più manifesta del “male” che, a sua volta, non sarebbe che “mera apparenza“, un’illusione cioè capace di ingannare solo le anime meno acculturate, mentre gli spiriti più evoluti sarebbero capaci di praticare un’ascesi in grado di cancellare la duplice illusione del male e dell’individualità.

Ma noi siamo occidentali ed eredi della tradizione ebraico – cristiana che ha impresso nella nostra cultura un carattere indelebile, facendo apparire la sofferenza come scandalosa e repellente perché il dolore è una delle esperienze più drammatiche che l’uomo possa incontrare nella sua vita. In occidente il dolore è vissuto come uno stato negativo, una sconfitta personale, una frustrazione che intacca la possibilità di dominare la propria vita e obbliga a una condizione di dipendenza e di bisogno, perché provoca una scissione tra la persona e il suo corpo.

Questa visione del dolore non è iniziata con il Cristianesimo: nella tragedia “Le Troiane” di Euripide, Andromaca grida: “Meglio essere morti che vivere tra i dolori!“, segno che il mondo pre – cristiano aveva già intuito l’incompatibilità del dolore con la vita umana. Molti secoli dopo Lutero ha voluto vedere nel dolore una sorta di pedagogia divina: “Sofferenza, sofferenza, croce, croce: questo è ciò che spetta ai cristiani, questo e nient’altro!”.  Più tardi Goethe ci ha fatto sapere che quattro erano le cose che lui non sopportava: il tabacco, le cimici, l’aglio e la croce e, per manifestare il suo disprezzo per la Croce di Cristo, non usa la parola croce, ma il simbolo grafico “+”[1]. Questa interpretazione del Vangelo, che fu chiamato “dolorismo”, ha prodotto più danni alla fede che benefici perciò oggi viene respinta come disumana e ritenuta quasi blasfema.

         Infatti è difficile credere che quel Dio di amore totale ed assoluto che ci ha rivelato Gesù Cristo possa pretendere da noi la sofferenza sia pure per scopi di redenzione e purificazione. In questo senso si sono pronunciati autorevoli studiosi come Remo Bodei[2]; altri hanno parlato addirittura di “sadismo teologico” che presenterebbe Dio come “colui che tormenta[3] . Forse il detto popolare “siamo nati per soffrire” non è molto cristiano, ma se togliamo al sofferente la possibilità di offrire a Dio il suo dolore, come possiamo salvarlo dalla disperazione? Come possiamo consolarlo?

         Intrecciato con la libertà, il dolore suscita reazioni contrastanti tanto nel singolo quanto a livello sociale. E’ difficile oggi trovare una giustificazione alla sofferenza, perciò la medicina moderna ha concepito la lotta contro il dolore come il principale dovere deontologico del medico, desacralizzando la malattia e di conseguenza la sofferenza. In epoca pre – moderna, invece, il dolore era concepito come un destino e, cristianamente, come un mistero. Nel suo “Gattopardo”, Giuseppe Tomasi di Lampedusa narra che “il principe di Salina pensò a una medicina scoperta da poco negli Stati Uniti, che permetteva di non soffrire durante le operazioni più gravi, di rimanere sereni tra le sventure. Morfina lo avevano chiamato, questo rozzo sostituto chimico dello stoicismo antico, della rassegnazione cristiana”[4].

         La desacralizzazione del dolore ha prodotto il rifiuto della malattia e la rivendicazione del diritto alla salute affidando alla tecnologia la risoluzione dei problemi, senza considerare con altrettanta attenzione i bisogni e le attese complessive della persona. Conseguenza di ciò è il fatto che, come esperienza privata, chi soffre deve nascondere il proprio dolore sotto il velo della privacy, perché l’esibizione pubblica è ritenuta di cattivo gusto mentre, invece, esistono altre forme di dolore non necessario ed evitabile, ma ricercato, voluto, esibito addirittura a volte con serenità per seguire la moda, o per ottenere l’ammirazione pubblica. Pensiamo ai tatuaggi, alla pratica di sport estremi, a certe ruvide forme di allenamento fisico, a certi combattimenti agonistici. Il che significa che l’unica forma di dolore che deve essere rimossa è quella della sofferenza priva di senso. Ma quali forme di dolore hanno senso e quali ne sono prive? La risposta non può darla la medicina, ma solo l’autocomprensione di se stessi.

         Come viene concepito il dolore nella tradizione ebraico – cristiana? In quanto profonda esperienza umana, la sofferenza non può non chiamare in causa Dio: “Avviene forse nella città una sventura che non sia causata dal Signore?” (Am 3, 6); “Io formo la luce e creo le tenebre, / faccio il bene e provoco la sciagura; / io, il Signore, compio tutto questo” (Is  45, 7). Il credente riconosce la frattura esistente tra l’immagine di Dio e la realtà del mondo, perciò deve prendere sul serio la sofferenza. La fede non risolve automaticamente i problemi posti dal dolore, ma offre un particolare punto di vista nell’affrontarli; il pensiero biblico avvertì fin dall’inizio la necessità della “Teodicea” – come G. W. Leibniz avrebbe chiamato la necessità della giustificazione di Dio in un mondo pervaso dal Male – e lo vede nei capp. 2 e 3 della Genesi.

        Il cap. 2 presenta un mondo felice, una perfetta armonia tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e la donna, tra l’umanità e il cosmo. Nel cap. 3 il mondo è contaminato dal peccato e dalla morte, dalla prepotenza e dalla passione, dai dolori del parto e dalla fatica del lavoro, provocati dall’uomo che ha fatto un cattivo uso del divino dono della libertà ricevuto dal suo Creatore, ma ci viene insegnato che non era quello il mondo voluto da Dio. All’origine del cataclisma cosmico che ha alterato il disegno benefico del Creatore c’è il peccato dell’uomo, dalle cui innumerevoli radici è sgorgato il dolore, ma il Male non è un tragico destino cui l’umanità debba rassegnarsi. La sofferenza diventa un’esperienza vivificante, una sorta di “pedagogia divina” perché Dio dal Male può far derivare anche il Bene: è quello che dice Giuseppe ai suoi fratelli: “Se voi avete pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera” (Gn 50, 20).

       Nel libro di Giobbe il  problema del dolore sfiderà l’immagine tradizionale di Dio toccando il suo livello più alto. Tutta l’esistenza umana è problematica e, in quanto creaturale, è profondamente intrecciata alla sofferenza, perciò essa invoca Dio perché le dia un senso.

       Il rapporto peccato – dolore si rompe definitivamente con la seconda parte del libro del Profeta Isaia, detto “della consolazione di Israele”. Mentre la prima parte è  piena di oracoli minacciosi, nel Duteroisaia (40 ss) troviamo i carmi del Servo di JHWH che concepisce per la prima volta il dolore in termini salvifici di redenzione e può diventare accettabile e comprensibile anche per l’innocente. I prototipi di questa nuova visione sono Abramo che, per fede, è pronto a sacrificare suo figlio (Gn 22, 1 ss); Mosè che,  per espiare l’apostasia del suo popolo che aveva adorato il vitello d’oro, chiede a Dio di “essere cancellato dal libro che ha scritto” ( Es 32, 30 – 33) cioè dal libro che contiene le azioni degli uomini e il loro destino; Geremia, la cui vocazione è soffrire per il popolo (Ger 15, 10 – 19). Comincia quindi a trapelare una misteriosa fecondità della sofferenza che sfocia nella salvezza ed è la più chiara introduzione alla figura di Cristo e al significato della Sua morte.

         Nella visione cristiana la Croce di Cristo non può essere “compresa” razionalmente. Essa non può essere spiegata filosoficamente, come vorrebbero  fare coloro che si scandalizzano davanti al Male dei campi di sterminio e dei genocidi e si domandano dov’era Dio in certi momenti, ma deve essere interpretata nell’ambito della volontà di Dio stesso e della Sua Rivelazione. Ecco il motivo per il quale essa è causa di scandalo e di rifiuto per tanti spiriti presuntuosi che si considerano umanamente e moralmente autosufficienti, a cominciare da Goethe che  – pur essendo un poeta dalla mente oceanica, degno di stare alla pari con Dante e con Shakespeare – quando parla delle sue fobie in cui assimila il rifiuto della Croce di Cristo all’intolleranza per il tabacco, le cimici e l’aglio, si rivela incapace di riconoscere i suoi limiti umani e non fa onore al suo genio.

        La Croce non va interpretata in base al dolore, ma in base alla fedeltà e all’amore di Dio. Gesù non ha fatto molti discorsi sul dolore ma l’ha combattuto e sconfitto in vari modi: con gli esorcismi, con i miracoli, con le guarigioni; non ha mai cercato direttamente la Croce ma ha voluto sperimentare direttamente il dolore che si è abbattuto sull’uomo per la sua malvagità. Gesù non ci salva perché soffre, ma mentre soffre ci ama, ossia condivide il dolore umano e non ci lascia soli nella nostra sofferenza; non è venuto per abolire il dolore umano, ma si è steso sulla Croce facendoci così capire che Lui non ci lascia soli nel nostro dolore.

          Quindi, è la visione cristiana che dà un senso al dolore, non la sapienza umana.  Il credente sa che può essere liberato dal male ma non dal soffrire: sa che Dio lo ha amato al punto di venire a condividere con lui tutto, anche il dolore. La famosa affermazione di S. Paolo: “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1, 24)  vuole spingerci oltre il masochismo o la semplice accettazione del dolore per farci partecipi di una nuova visione del mondo fondata sulla Croce di Cristo. Il malato di cancro che soffre atrocemente (anche se l’amore cristiano consente e anzi favorisce l’utilizzazione della medicina palliativa) sa che anche la sofferenza di Cristo sulla croce è stata atroce, come hanno dimostrato scientificamente (e come se ce ne fosse stato bisogno) gli studi compiuti nel XX secolo sull’Uomo della Sindone.

       Ma non c’è solo il dolore fisico derivante dalle malattie o dalle torture inflitte dall’uomo ai suoi fratelli visti come nemici, c’è anche il dolore di chi assiste impotente alla sofferenza e alla morte di una persona cara, di un figlio, di un coniuge[5]: personalmente non riesco a immaginare niente di più sconvolgente. Ma anche in questo caso il nostro dolore non è abbandonato a se stesso perché anche la Madre di Dio ha assistito, ai piedi della croce, alla morte tremenda di suo Figlio su quel crudele strumento di tortura e di morte, inventato per gli schiavi e i non romani e la fede ci insegna che Maria è anche madre nostra e non ci lascia soli in quei momenti terribili

        Nella Lettera Apostolica Salvifici doloris del 1984 (§ 18) S. Giovanni Paolo II descrisse la Preghiera del Getsemani come il momento definitivo dell’accettazione da parte di Gesù del dolore umano. Nel 2011 Benedetto XVI tornò su questo argomento[6], portando la nostra attenzione su come Egli sperimentò l’angoscia e la sofferenza al punto di sudare sangue e chiese ai discepoli di non lasciarlo solo, di vegliare e pregare insieme a Lui (Mt 26, 38). Ma i discepoli si addormentarono: per stanchezza, o perché non vollero condividere la passione di Cristo? Qui l’Evangelista mostra, in forma narrativa, la più terribile delle tentazioni cui è sottoposto l’animo umano quando, pur di tenere lontana da sé l’immagine del dolore, giunge a rimuovere anche il dolore altrui, fino a intorpidire la propria anima rendendola fredda e insensibile. La sonnolenza degli apostoli nel Getsemani ben rappresenta la forma di rimozione del male tipica del mondo in cui viviamo. Quante volte abbiamo sentito parlare di malati terminali che hanno perso tutti gli amici perché costoro, terrorizzati dalla vista del dolore e dalla immagine della morte imminente, non sono più andati a fare visita allo sventurato?

        Questa rimozione inizia con la rimozione di Dio; prosegue con la rimozione dell’altro; sfocia nella pretesa di rimuovere, di distaccarsi da tutti i mali del mondo. Forse da questo deriva il successo che ha avuto il buddismo presso tanti occidentali, forti solo a parole.

         Invece Gesù prega i discepoli di non lasciarlo solo, ma essi non lo ascoltano e si addormentano. È da questo sonno greve e ottuso, angosciosa metafora della situazione spirituale di tanta parte dell’umanità contemporanea, che dovremmo prendere le mosse per tornare a interrogarci e portare alla luce la parte più intima ed oscura del nostro essere.

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[1] Epigrammi veneziani, 1790, n. 66.

[2] Cfr. L’epoca dell’antidestino, in AA.VV. Che cosa vuol dire morire, Torino, Einaudi, pag. 59.

[3] Cfr.Dorothee Sölle, Sofferenza, Brescia, Queriniana, 1976, pag. 51

[4] Cfr. Il Gattopardo, Milano, Feltrinelli, 1959, pag. 46

[5] Mi torna in mente la scena straziante dell’impiccagione, davanti alle loro madri, di decine di adolescenti ebrei colpevoli di ribellione,nel campo di sterminio nazista nel    film “La lista di Schindler”.

[6] Discorso pronunciato durante l’udienza del mercoledì della Settimana Santa in AVVENIRE, 21.4.2011, pag.2.

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5 commenti su “Perché soffriamo? Una riflessione cristiana sul dolore e sulla sofferenza  –  di Carla D’Agostino Ungaretti”

  1. Carissima bambina cattolica, è l’ennesima lezione che mi dà.
    Io non avevo mai paura e tanto meno ora della morte, ma ho sempre temuto il dolore.
    Specialmente dopo la morte della mia sorella gemella che soffrì tantissimo, a causa
    anche dell’incoscienza di alcuni dottori che dissero: “E’ sana come un pesce”… E stava
    morendo!!!
    Però devo dire che è già da diverso tempo che ho cominciato ad accettare il dolore
    “finale” specialmente pensando ai patimenti terribili inflitti dall’Uomo (!!!) al mio amatissimo
    GESU’!!!!!
    E questo suo eccellente articolo mi convince definitivamente !!!!
    Il Signore la benedica.

  2. E’ vero, ci fa paura il pensiero del dolore, soprattutto di passare attraverso di esso quando sarà il nostro momento e il Signore ci chiamerà. Quando leggiamo le vite dei santi, spesso rimaniamo increduli di fronte alla forza, se non addirittura alla gioia con cui essi hanno sopportato tormenti atroci, solo pensando al premio che li aspettava. Noi che non siamo santi, al pensiero del dolore vacilliamo e tremiamo,ma ho imparato che offrire al Signore anche le nostre piccole sofferenze è un modo per dirgli che ci fidiamo di Lui e che quel po’ di bene che può scaturire dalla semplicità della nostra offerta, si trasformerà nel Suo Cuore misericordioso in un bene cento volte più grande. PreghiamoLo affinché quando sarà la nostra ora mandi la Sua cara Madre per consolarci nel dolore e per accompagnarci da Lui.

  3. Non comprendo perchè alcuni passano per il dolore solo al momento della morte e in alcuni casi serenamente mentre altri hanno una vita di sofferenza ed una morte altrettanto cruenta. Dolore ed accettazione quindi non per tutti. Escludendo chi vede nei non sofferenti dei predestinati da Dio alla salvezza come si giustifica questa disparità di trattamento? Se poi si risponde “Mistero della fede” il discorso è chiuso.

  4. “MISTERO DELLA FEDE ” Beato chi riesce ad avere fede malgrado tutto …ci vuole un miracolo ! perchè mai ho trovato conforto nelle preghiere perchè mai mj sono sentita illuminata dallo spirito santo? chiedo preghiere per trovare un pò di pace …

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