Pirati della strada, corsari della vita. Il principio di irresponsabilità – di Roberto Pecchioli

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Negli ultimi giorni si è ripetuto il triste fenomeno dei pirati della strada. Ma che c’è di strano? Se consideriamo i comportamenti dei membri delle élites che sono modello ed esempio, non c’è motivo perché indifferenza, egoismo, irresponsabilità, pirateria declinata in mille forme diverse ed eguali non si diffondano come un’epidemia.

di Roberto Pecchioli

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Sarà il Natale con il suo carico di feste, ma anche, per molti, di tristezza esistenziale, sarà il tempo che fugge, ma ci sono alcune notizie che fanno soffrire e riflettere più che in altri periodi dell’anno. In questi giorni, ancora una volta, si è ripetuto il triste fenomeno dei pirati della strada. A Sottomarina, una giovane e bella ragazza è stata travolta ed uccisa sulle strisce pedonali. Il suo carnefice è fuggito, poi individuato , è stato denunciato a piede libero anche se omicida, giacché così prevede una delle tante leggi assurde, contrarie al senso comune. In Friuli, un altro mascalzone se l’è data a gambe dopo avere investito un piccolo di quattro anni. Brutte fratture, ma pare che il bimbo se la caverà.  La spregevole corporazione dei pirati in automobile è in aumento, ma non è certo un caso. Talvolta si tratta di giovani o giovanissimi con in corpo alcool o sostanze stupefacenti, altre volte sono stranieri senza patente o dediti alla malavita, ma non è questione etnica, statistica, né materia per sociologia spicciola. Il problema è la diffusione del principio di irresponsabilità. I pirati della strada altro non solo che la punta avanzata di una ritirata veloce e generale dell’idea di responsabilità personale, di senso del dovere, di rispetto di sé e degli altri.

Questo è, purtroppo, un tempo di corsari. La differenza tra pirati e corsari era data dal fatto che i primi esercitavano la loro sporca attività a rischio e pericolo. Esponevano , con fosca onestà, la bandiera nera con teschio e tibie e, se catturati, pagavano con la vita il conto di  rapine e grassazioni. I corsari, al contrario, erano debitamente autorizzati, possedevano la cosiddetta lettera di corsa, rilasciata da un re o comunque da un potere legale, e poi, via per mare, ad arrembare, assaltare navi, rubare ed assassinare. Corsari al servizio della Corona britannica furono Francis Drake e Walter Raleigh, che ottennero anche il titolo di baronetti per i loro servizi: distruzione di galeoni spagnoli rapinati dell’oro e del carico, incursioni sulla costa per catturare prigionieri da vendere come schiavi, disturbo delle rotte commerciali dei concorrenti.  In un mondo di corsari, protetti dalla politica o dai signori del mercato e del denaro, è normale la lettera che i Tre Moschettieri di Dumas sottrassero a Milady. Poche parole scritte di pugno dal cardinale Richelieu: “Il latore della presente fa quello che fa per ordine mio”.

I corsari sono, consapevolmente o meno, il modello di comportamento di legioni di pirati. Chi guida come un pazzo e spezza vite sconosciute ed innocenti è solo uno dei tanti: non si ferma a soccorrere perché odia le responsabilità e non intende pagare il conto delle sue condotte. Peggio per la vittima se si è trovata sulla sua strada. Figli legittimi del loro tempo, il pirata della strada e l’Irresponsabile Ignoto vivono ad alta velocità, spesso si ubriacano o sballano nei locali e nelle feste, sono gonfi di narcisismo, ripieni di cinismo da quattro soldi, egoismo ed egocentrismo perché quello è il modello vincente, comunque è l’unico che conoscono. Se possono Lapo e Balotelli, posso anch’io !

Il corsaro della vita ha imparato a capire che il conto da pagare non è poi così salato: le leggi e più ancora lo spirito del tempo lo proteggeranno e giustificheranno comunque. In questa folle democrazia da bassifondi fa inorridire lo scarto tra legale, o tollerato, e legittimo, giusto. Fermato, il pirata della strada come troppi altri criminali difficilmente trascorrerà la notte in cella, e comunque ne uscirà presto. Il resto lo faranno il tempo, gli avvocati, i periti delle assicurazioni, gli psicologi, ed un’eventuale condanna penale sarà così mite e tardiva da confermare quel vecchio detto secondo cui chi muore giace, chi vive si dà pace. Anzi, il reo farà il gesto dell’ombrello e, via, verso nuove avventure. Così fanno i membri delle élites che sono modello ed esempio, non c’è motivo perché indifferenza, egoismo, irresponsabilità, pirateria declinata in mille forme diverse ed eguali non si diffondano come un’epidemia.

Il Peter Pan  letterario era solo un fanciullo, ma spiegò perfettamente la sua visione del mondo, consistente nel “desiderio di essere sempre un bambino e divertirsi per sempre”. Divertirsi, andare in vacanza, ascoltiamo ogni giorno parole simili, pronunciate da generazioni diseducate, vittime del mondo invertito che abbiamo loro imposto e che non hanno più gli strumenti culturali per contrastare. E’ vietato vietare, e tra qualche anno tale devastante programma esistenziale avrà mezzo secolo ed avrà dispiegato fino in fondo i suoi effetti. E’ severamente proibito stabilire limiti, esprimere un’idea di bene e di male che non sia il semplice piacere o gusto individuale . Una sorta di “me ne frego” globale, non quello del legionario sprezzante della propria vita, ma il motto banale e nichilista del moderno Homo Tecno-Sapiens con i paraocchi, l’Io ipertrofico e l’anima sigillata.

Anche l’agenzia morale più antica, la Chiesa, ha dichiarato bancarotta . Ora vige il perdono a prescindere, un dolciastro “volemose bene”, la preventiva assoluzione dagli antiquati peccati, che il confessore una volta impartiva in presenza di  pentimento, proponimento di non proseguire nel male, e con l’avvertenza che l’assoluzione sacramentale cancella la colpa, ma non la pena. Tutto abolito, in parte in nome del principio di piacere (lustprinzip) caro ai cascami della vulgata psicoanalitica, in parte in nome della misericordia della neo Chiesa, tutto sotto il grande ombrello del relativismo morale, civile e culturale. Chi sono io per giudicare? Impongono da pulpiti traballanti di perdonare l’imperdonabile, ed è un aspetto in più  dell’irresponsabilità e della fraudolenta bancarotta spirituale.

Hans Jonas, nel tentativo di offrire un bastione etico all’Occidente dominato dalla Tecnica, teorizzò un nuovo Principio Responsabilità, basato sul ragionevole timore delle conseguenze degli atti dell’uomo sulla natura e sugli altri uomini. Troppo poco, vano quanto nobile sforzo, quello del pensatore tedesco, in opposizione al precedente equivoco Principio Speranza espresso da Ernst Bloch, ateista militante e marxista “libertario” che scrisse il raggelante “vivendo, non ci vediamo vivere, ma trascorriamo”. Disgraziatamente, più vicino al vero fu Gunther Anders con il suo principio-disperazione dinanzi agli esiti della modernità e del cosiddetto progresso. La società individualista e di mercato, ostaggio del mito del progresso, esclude fini diversi da quelli della ragione calcolante e strumentale, accoglie il principio di piacere e respinge la responsabilità, sinonimo di limite e di giudizio morale.

Perché dunque stupirsi se troppi selvaggi ben vestiti ed azzimati, amorali quanto la società di cui sono figli, ignari della complessità della vita ed ignoranti nonostante e talora grazie a titoli accademici e master  pigiano l’acceleratore e poi fuggono davanti al male fatto ? Non è la condotta corrente dell’intera classe dirigente, economica, politica, educativa?

Depurata dalle formule giuridiche e dalle varie declinazioni legali della società contrattuale (la responsabilità penale, quella civile di chi reca danno e quella amministrativa del pubblico ufficiale), la responsabilità è un’obbligazione morale, il dovere naturale ed accettato nei confronti degli altri ma innanzitutto rispetto agli atti compiuti sottoposti ad un codice etico ed al tribunale della coscienza. Non è un caso che sia parola tanto poco utilizzata con riferimento a se stessi e che sia accostata al dovere. Al contrario, la contemporaneità esige diritti, opportunità, comportamenti e modi di vita “comodi”, spigoli arrotondati, lassismo .

Poche settimane fa, è trapelata la notizia relativa alla sospensione di tre donne medico siciliane per avere procurato danni irreversibili ad un nascituro; pare non abbiano praticato un taglio cesareo per non proseguire il turno. Dimentichiamo il giuramento di Ippocrate e qualsiasi retorica sulla professione medica: se tuttavia il fatto è vero, il vero stupore è che episodi del genere siano circoscritti, tanto l’irresponsabilità è diffusa, contagiosa . Il caso descritto può essere estremo, ma non isolato.  Intanto, a Natale, per lavarsi la coscienza a buon mercato, gli esponenti del partito radicale, quello dei diritti e del libertarismo, visitano le carceri. Bel gesto, i detenuti hanno diritto all’umanità di trattamento. Nessuno, tuttavia, neanche i vescovoni dal perdono facile, visita le vittime, coloro che soffrono ingiustamente per il male ricevuto  e le irresponsabilità subite. Nella notte di una civilizzazione estenuata , tutti i gatti sembrano grigi, ma non è vero. Poi viene il giorno, annunciato dalla nottola di Minerva, e tutto dovrebbe apparire per quello che è. Non più, il rovesciamento di prospettiva è probabilmente giunto al punto di non ritorno. Ne abbiamo prova ogni sera alle venti su Raitre, dove va in onda la santificazione della pseudofamiglia degli sposi invertiti nel più devastante silenzio dei parlamentari e dell’ineffabile Conferenza Episcopale.

Nelle piccole dispute quotidiane tra docenti ed allievi, i genitori della generazioni precedenti stavano dalla parte degli insegnanti. Oggi è il contrario, la promozione, il bel voto, la giustificazione per errori o mancanza di studio sono “diritti”. Negli ultimi anni di vigenza della leva militare, qualche povero ragazzo si è suicidato non per nonnismo (anche quello, peraltro, entro certi limiti, va vissuto come fase dell’educazione alla vita), ma per mancanza delle cure materne. Forse, il vero maestro delle generazioni post 1968 è Max Stirner, il pensatore del XIX secolo teorico dell’individualismo più estremo e dell’egoismo “etico”. “Io rifiuto un potere conferitomi sotto la speciosa forma di diritti dell’uomo. Il mio potere è la mia proprietà, il mio potere mi dà la proprietà. Io stesso sono il mio potere (…) e per esso sono la mia proprietà. (…) Non cerchiamo la comunità più estesa, la società umana, ma vediamo negli altri unicamente mezzi e strumenti da adoperare come nostra proprietà”. E’ un brano di un’opera, L’unico e la sua proprietà, poco letto ma di enorme influenza .

Poi sono venute le scienze del sospetto e della giustificazione, specie la psicoanalisi e certa psicologia. La responsabilità è stata definitivamente screditata, allontanata in un angolo oscuro, ovvero lasciata ai giuristi, poiché l’unica obbligazione che la nostra società davvero esige è che si paghino i propri conti in denaro e, se vi è danno, l’unico ristoro è monetario, calcolato con acribia da un ramo apposito della matematica. Irreperibile altrove, il principio responsabilità è accuratamente applicato nel diritto civile societario: responsabilità limitata  alle quote possedute.

E’ un uomo scisso, dunque schizofrenico, quello le cui obbligazioni sono rigidamente calcolate allorché si tratta di somme di denaro, ma decadono, evaporano quando si tratta delle responsabilità della vita vera. Se investiamo qualcuno in automobile, meglio allora fuggire. L’assicurazione non ci farà passare da bonus a malus, non dovremo perdere tempo (perdere tempo…) ad assistere il ferito ed accompagnarlo all’ospedale, eviteremo fastidiose spiegazioni . Se abbiamo bevuto troppo o assunto droghe, niente controlli. Al lavoro, se il turno sta finendo, meglio spegnere il computer o fermare la macchina, cacciando chi ha bisogno di noi. I sindacati ci difenderanno, i colleghi saranno dalla nostra parte.

Infatti, non si è più davvero “responsabili” di qualcosa. Chi scrive, ricorda che all’inizio della propria carriera di funzionario, i colleghi anziani consigliavano di negare, negare sempre, anche di fronte all’evidenza.  Divenne anche il tormentone di un personaggio radiofonico e poi cinematografico, l’inetto e tronfio colonnello Buttiglione. Spesso, in ambito professionale, la ricerca della responsabilità per atti, procedure e comportamenti ha, paradossalmente, lo scopo opposto, quello cioè di allontanare ogni conseguenza dai vertici . Non si trova mai un responsabile, il rimpallo è lo sport più praticato. Alcuni anni fa, in una trasmissione televisiva, un chirurgo che aveva lasciato una pezza ospedaliera nel corpo di una paziente, affermò senza vergogna – presumiamo anche senza conseguenze – che la colpa era dell’infermiere.

La responsabilità è un principio verticale: designa e distingue chi sa affrontare i doveri e le difficoltà. Perciò, è diventato un sentimento di nicchia, aristocratico, poiché i più non solo sfuggono, ma rigettano con orrore e sdegno le responsabilità. Un mondo plebeo e straccione, in cui anche l’arte rifiuta i suoi doveri. Nell’anno che sta finendo, sono morti numerosi musicisti di grande successo. Pressoché tutti erano dipendenti da sostanze stupefacenti e i loro orientamenti sessuali – adesso si dice così, è scritto anche nel Trattato di Nizza – inclinavano all’inversione o alla perversione. Molte cose si perdonano all’arte, e l’artista è sovente persona eccentrica o difficile, ma il troppo stroppia, specie quando i comportamenti diventano modelli da imitare, idoli da seguire.

Perduta è anche la responsabilità verso le nuove generazioni, nelle forme dell’esempio e dell’educazione. Tacciamo  per residuo pudore sugli esempi, ma lo spettacolo offerto dai docenti è desolante.  Poiché essi non credono più né alla loro funzione, né a quello che dovrebbero insegnare, hanno interrotto la trasmissione non solo del sapere, ma della civiltà. Come può sopravvivere una nazione in cui insegnanti, presidi e direttori didattici rifiutano sistematicamente l’idea stessa di Natale, evitano come la peste di pronunciare il nome di Gesù, ed impongono ai ragazzi la censura persino sulle canzoni natalizie? In provincia di Brescia Astro del Ciel è stato cantato a bocca chiusa, come il famoso coro del Nabucco, per evitare di nominare proprio colui che è nato a Betlemme, la cui figura potrebbe “turbare” i bambini atei o di altre religioni. Tutto potevamo pensare, ma nascondere la nascita di chi ha diviso il tempo in prima e dopo di lui è un gesto di stupidità, oltreché di irresponsabilità nei confronti dei bambini.

E’ andata anche peggio in un’altra scuola bresciana dove la canzone Merry Christmas ha subito una democratica e civilissima censura in nome del solito multiculturalismo: nelle fotocopie distribuite agli scolari per le prove di canto, si leggeva “canta perché è festa per te”, anziché “canta perché è nato Gesù”. Chissà perché, poi, sarebbe festa, senza l’evento della nascita. La dirigente scolastica professoressa Paola Bellini, cui paghiamo un lauto stipendio per assumersi la responsabilità di educare i bambini del suo paese, ha dichiarato “Nelle nostre classi abbiamo tanti Crocifissi e quadri che raffigurano la Madonna ma, accanto a questi simboli, devono coesistere pacificamente anche gli altri, o delle altre attenzioni nei confronti dei valori dell’intercultura”. Speriamo di cuore che il virgolettato sia una forzatura giornalistica, sia per motivi grammaticali sia per quel richiamo – per metà incomprensibile, per l’altra metà capzioso – ad una non meglio identificata intercultura.  La prestigiosa docente, attenti a non omettere i “titoli”, quando si parla di “buona scuola”, ha poi virtuosamente affermato che le polemiche degli adulti rovinano il lavoro degli insegnanti.  Il quale sembra consistere nell’estirpare le radici della cultura comune, sostituendole con il nulla.

Se il catalogo è questo, non possiamo davvero indignarci se l’assenza di qualsiasi riferimento morale o radice culturale diversa dalla melassa del pacifismo e dalle intemerate su un’astratta “legalità” sforna sballati, egocentrici , fanatici dei diritti propri indifferenti a quelli altrui e nemici dei doveri più elementari, sino a diventare pirati della strada e comunque concittadini pessimi intenti ad allontanare da sé obblighi, principi e responsabilità. Nominare il nome di Dio invano è una bestemmia, ma abolire Gesù  è addirittura peggio. Prepariamoci a nuovi spropositi ed a nuove porcherie: il principio di irresponsabilità è insito nel mondo corsaro. I fini eccedono i mezzi, se si tratta del tornaconto, della comodità, dell’entusiastica adesione alla religione che Marcello Veneziani chiamò, con licenza parlando, del Dio Kazzimiei.

Pirati della strada, corsari della vita in fuga perenne dai fastidi: è tutto molto chiaro, conseguente ed interno al sistema. Il nuovo Innominato è Gesù, Dio o uomo che fosse. Lo capì Dostoevskij, che non era dirigente scolastico, ma concluse che se non c’è Dio, tutto è permesso. Anche travolgere bambini e non fermarsi, anche ingannare popoli interi, anche considerare cose le persone e dèi i minuti piaceri.

Che illuso Hans Jonas, che sul principio responsabilità pretendeva di fondare la morale nuova dell’uomo postmoderno razionale e illuminato, perfettino e sensibile alla natura!

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2 commenti su “Pirati della strada, corsari della vita. Il principio di irresponsabilità – di Roberto Pecchioli”

  1. Condivido in larghissima parte quanto detto, cioè…il paragone con chi scappa da un incidente secondo me è un po’ azzardato, perché secondo me uno veramente sul momento può farsi prendere dalla paura!la differenza la fa se torna indietro, ma tempo che ti rendi conto di ciò che veramente è successo e se già a centinaia di metri avanti!! mai madre è stata investita l’anno scorso, tutto a posto ora, ma nonostante questo non so…se dovesse succedere a me per sbaglio, non metterei la man sul fuoco di essere così fredda e ragionevole in quella situazione, non nei primisssimi minuti almeno.
    Se mi vien in mente la vecchietta di 80 anni che si è trovata il bimbo improvvisamente per strada…non so se anche per lei calzerebbe il discorso della responsabilità assente.

  2. “Vietato vietare”. Eccolo li’… Siamo all’epilogo. Il sig. 1968 ed il prof. Marcuse sentitamente ringraziano.

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