PISAPIA, TETTAMANZI E IL CESAROPAPISMO POSTMODERNO – di Roberto Manfredini

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Su Riscossa Cristiana abbiamo publicato nei giorni scorsi i due articoli “Moratti – Pisapia, è in gioco ben più del Comune di Milano”, parte prima e parte seconda. e “Pisapia Sindaco di Milano? E che dire dei suoi amorosi rapporti coi Centri Sociali?”

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di Roberto Manfredini

 

Prima delle elezioni amministrative di Milano, un appello anti-Moratti intitolato “Da cristiani sconfiggiamo la sfiducia” (che di “cristiano” aveva veramente poco), sottoscritto dalla crème del catto-comunismo milanese, nonché da alcuni sacerdoti della Curia, si concludeva con questo calorosa supplica: «La nostra coscienza illuminata dai nostri valori e da quanto ci continua a indicare il nostro Arcivescovo Dionigi Tettamanzi, deve spingerci ad un deciso cambiamento verso una società più aperta ed attenta agli ultimi ed ai più deboli».

Il cardinale Tettamanzi non ha impiegato molto ad uscire da una inverosimile neutralità, e ad intervenire in maniera indiretta nella battaglia elettorale invocando la “nuova primavera” e lo “spazio alla rinascita” per i milanesi. Una indicazione di voto non troppo velata, nonostante la Curia smentisca di aver voluto dare un “valore politico” all’auspicio.

Non è la prima volta che una ingetettamanzirenza di fatto non viene percepita come tale da quegli stessi  zelanti e moralissimi delatori, che hanno costruito la propria carriera sulla denuncia della «intromissione ecclesiastica nella vita politica e sociale del Paese».

Questo mancato riconoscimento è un evidente fenomeno di rimozione, che il filosofo conservatore Thomas Molnar (recentemente scomparso) identificò già verso la fine degli anni ’60 come una delle fisime fondamentali del progressismo cattolico. La cosiddetta “teologia delle trasformazioni sociali”, elaborata dal teologo-guru Harvey Cox (un tempo molto quotato), poneva al centro del proprio sistema non Dio, ma la “società perfetta”. Se un tempo questa perfezione del dominio di Cesare doveva essere raggiunta grazie alla dottrina socialista, oggi i nuovi strumenti concettuali hanno il nome di ideologia di genere, multiculturalismo, ambientalismo e relativismo.

A parere di chi scrive, questa pesante compromissione tra alcune correnti del potere ecclesiale e gli esponenti della “città terrena” sta assumendo una forma diversa rispetto a quella, ormai “classica”, del catto-comunismo. Dopo il crollo del “socialismo reale”, le forze progressiste hanno abbandonato ogni speranza di miglioramento sociale e collettivo, per seguire le micro-rivolte di minoranze prepotenti e organizzate. La sinistra ha rovesciato la sconfitta storica sull’intera società, lasciandola in balia di nuovi “spettri” che agiscono come fattori disgreganti sulla coscienza di ognuno. E che ovviamente travolgo i partiti, i sindacati, i giornali e gli stessi “preti del dissenso cattolico”, i quali non si accorgono di aver stretto vincoli più potenti che non in passato con il “capriccio ideologico” di turno. La definizione provocatoria di “cesaropapismo postmoderno” sembra calzare a pennello a questa forma di sottomissione a un potere “liquido”, fluttuante e poltiglioso (quindi non percepito come tale).

Lo scontro Moratti-Pisapia è il prototipo perfetto della nuova tendenza: confrontando i programmi dei candidati, le risposte a problemi quali infrastrutture, caro-vita, occupazione, integrazione e legalità sono in pratica le stesse. I motivi di contrasto sembrano concentrarsi sulle questioni che un tempo qualcuno avrebbe definito “sovrastrutturali”.

Un esempio è la moschea che Pisapia vorrebbe costruire a tutti i costi (senza indicare preventivamente in quale posto): l’Islam non contempla il precetto dell’obbligo di frequenza, perciò un fedele mussulmano può esercitare ovunque la sua libertà di culto (le cinque preghiere quotidiane), anche nel luogo di lavoro.

Vediamo come la richiesta non risponde a un impellente bisogno sociale, ma solo all’ideologia del multi-culturale, che ha già dimostrato negli anni passati il suo precoce fallimento (anche in questioni secondarie come il “menù etnico” delle mense scolastiche).

Lo stesso discorso vale per le altre formule presenti nel programma di Pisapia: «riqualificare l’offerta dei Consultori familiari», «promuovere campagne educative per i giovani sulle malattie a trasmissione sessuale», «istituire un  registro delle unioni civili» per «riconoscere la pluralità delle forme di comunione di vita» ecc…

Sogni (o incubi) di un “socialismo irreale” che minaccia di ingabbiare la città in uno stillicidio quotidiano sulla “questione dei diritti”.

A questo proposito, è preziosa la testimonianza di  Vittorio Messori nella sua ultima “conversazione a tavola” (La Bussola Quotidiana, 21/05/2011), dove ha ricordato il “regime” fallimentare del sindaco torinese Diego Novelli, il “profeta” che voleva trasformare la sua città in un convento “laico – democratico – antifascista”.

Con la stessa onestà intellettuale, i milanesi dovrebbero pensare quanto convenga scegliere “il nuovo in nome del nuovo” (come vorrebbe Tettamanzi). Se Milano può permettersi di affrontare tutto questo, allora che eleggano pure Pisapia.

L’importante è che poi i “moderati” non vengano a lamentarsi se per cinque lunghi anni la questione del giorno sarà sempre la stessa: il corteo del gay pride organizzato dai centri sociali può attraversare la città fino alla moschea di via Padova, senza timore di offendere la sensibilità dell’Imam e dei fedeli mussulmani?

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