POETA MITE IN CERCA DI DIO – di Piero Nicola

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di Piero Nicola

 

 

Non di rado ritorna la storia di Giuseppe figlio di Giacobbe, che, venduto dai fratelli, si trovò a servire in Egitto nella casa di Putifarre. La moglie di questi tentò di sedurre il giovane. Egli resistette alle sue profferte amorose, divenendo modello della purezza, e dovette subire la vendetta della donna, la quale, avendolo accusato ingiustamente, gli fece patire il carcere.

Questo episodio edificante della Storia Sacra me ne richiama un altro che, pur non contrassegnato dalla santità, colpisce analogicamente per l’ideale che lo ispirò e per la modesta descrizione che ne fece il protagonista, Fausto Maria Martini, scrittore annoverato tra i maggiori crepuscolari (1886-1931).

Nella sua vita e nell’opera sua si succedono periodi assai differenti. Il primo, di giovinetto, termina con la morte del capo-gruppo Corazzini, ed è così ricordato dal ruvido Papini, dopo aver detto di lui che “chi non l’ha conosciuto non potrà mai sapere quanto la luce del suo animo rispondesse a quella della sua poesia”, che “chiunque lo conoscesse non poté fare a meno di amarlo”: “L’avevo conosciuto nei primi anni del secolo (…) nei tempi ch’egli descrisse con delicata umiltà nel suo libro Si sbarca a New York. I suoi amici più cari, in quella provinciale Roma giolittiana, erano due poeti adolescenti: Donatello Zarlatti e Sergio Corazzini (…) Sergio morì a vent’anni, tisico, nel 1907; il nostro Fausto fu quasi ucciso durante la guerra del ’18 e solo per un miracolo poté sopravvivere fino a quarantacinque anni. Era, in quel tempo, un bel figliolo pallido e peritoso, magro e malinconico, che si destava solamente al nome dei poeti e al suono della poesia.martini

“Rammento ancora, come sogni dolcissimi di un’altra vita, i vagabondaggi che si facevano insieme nei viali più taciturni (…) Eran con noi, quasi sempre, lo Zarlatti e il Corazzini e si recitavano poesie nuove e antiche (…) Eran tempi, quelli, che la poesia sembrava ancora una cosa importante – anzi l’unica per la quale valesse la pena di vivere. Proprio allora aveva pubblicato il suo primo libro di liriche Le piccole morte (1905) e quel Panem nostrum (1906) che fa parte dei Piccoli Libri Inutili iniziati da Sergio Corazzini” (La loggia dei busti, 1955).

Il secondo tempo dell’autore di cui ci occupiamo è narrato nel romanzo autobiografico menzionato da Giovanni Papini. La fine di colui che primeggiava nel piccolo cenacolo fu atroce per i suoi componenti, e indusse Fausto e due suoi compagni all’espatrio negli Stati Uniti. Il soggiorno laggiù non ebbe buon esito per il nostro eroe, concludendosi con il rifiuto delle grazie offertegli dalla signora sposata, presso la cui famiglia facoltosa e amica di suo padre, a Boston, egli aveva ricevuto ospitalità. Pur avendolo tolto dalle miserie di lavori umilianti, essa gli aveva dato un’occupazione bensì gravida di altre corruzioni, insostenibili per lui.

Il rientro in Italia lo mise sulla strada del giornalismo e delle problematiche relazioni sentimentali. Ormai la vita lo aveva afferrato nelle spire delle necessità e, soprattutto, delle passioni amorose, di cui risente la successiva produzione poetica (Poesie provinciali). La sua integrità andava perduta. I versi ne recano l’impronta, sebbene vi persista l’aspirazione alla purezza, la nostalgia dell’infanzia, l’ansia di superare la volgarità. Egli si trova sovente in bilico tra la visione oggettiva e la morbosa attrazione verso il pessimismo, punteggiato dalla parola tristezza. Le cose del tempio cristiano e le persone della Chiesa ricorrono nelle liriche piuttosto come simboli del riscatto, che come dovere di fedele coerenza e soluzione in vista dell’eterno trapasso.

Sta a noi estrarre la lezione che conta e l’alimento spirituale dalla migliore malinconia evocativa. A tale proposito merita rivedere la definizione di crepuscolare, il mondo di questa poetica. Nessuno è perfetto. I classicisti scivolano talvolta nella retorica e nelle soverchie citazioni mitologiche; gli impressionisti scadono nelle figure troppo ardite e negli eccessivi frazionamenti della scrittura; i crepuscolari, nel patetico; ma non sempre: spesso il loro tono è ben altro, sa di cuore schietto e mirabile. Sono persone sensibili e timide, rifugiate nell’intimità, cui conviene uno stile appropriato. Se possiamo rigettare a priori l’estetismo, il decadentismo compiaciuto, il futurismo, come generi espressivi artificiosi, carenti di buona sostanza o corruttori di essa, ciò non vale per il genere elegiaco, bucolico, idilliaco, nella sua genuinità.

E l’atteggiamento di rinuncia? Andiamoci piano! Per gli animi sprovvisti di forza dominatrice, usciti malridotti dalla battaglia dei commerci umani, degli amori, dotati della qualità di saper assaporare la quiete dopo il travaglio, di darsi al culto delle trascorse ore felici, si addice forse la velleità, la rivolta, lo sfogo dell’acrimonia e dell’invettiva? Si confà loro la malinconia che – nel suo abbandono – distilla, anche dalle inevitabili traversie, la dolcezza della vita. Alchimia difficile, ma è questa l’arte da valutare nei crepuscolari. Ci vorrebbe equilibrio; morbosità e scoramento devono essere trasformati senza residuo. Scarseggiando la fede, i mezzi più efficaci possono non bastare.

La fede di F.M. Martini vacilla lungamente, i suoi richiami alla religione, per lo più, sono spuri. Tuttavia le perle non mancano. Egli insegna a non temere l’onesto abbandono contemplativo, per chi vi sia portato e ne colga l’opportunità.

Siamo al quarto momento del suo soggiorno terreno. Arruolatosi volontario, ferito gravemente nel 1916, risorse dall’oscurità che precede il non-ritorno, aprendosi a un enorme desiderio di rinascita, di lavacro.

“Il malato si accinge a ripiegarsi su se stesso, a ripossedere la propria anima. Io mi domando se, per l’intensità della vita spirituale che scaturirà dalla guerra, più valga la contemplazione degli attimi supremi ove culmina la battaglia, o il faticoso ricercare il senso della vita, negli ospedali e nei convalescenziari…”

“Simile in tutto al gesto del fanciullo è il volgersi della coscienza del malato verso quello che fu. Specie la convalescenza è piena di questi tormentosi richiami, contro i quali si deve reagire, se si intenda essere degni di quella verginità spirituale la quale segue necessariamente ogni grande crisi, e che costituisce un superbo compenso a tutto il dolore che durante la lunga infermità sia stato sofferto”.

“Anche non si abusi della facoltà di sperare: si è detto che la speranza uccide la rassegnazione, e in questa come in un terreno molte volte trafitto dal vomere del dolore si sviluppano, più fecondamene che in quell’altro, i germi vitali del domani”.

“Orbene, quel fanciullo che niuna forza del mondo può vincere perché oppone alle tempeste della vita la sua anima tutta tramata di cielo, quel fanciullo dorme accanto a voi, o malati (…) Ordunque l’uomo che fu non turbi e non profani la serenità del fanciullo che rinasce” (La porta del paradiso, 1920).

Poi il redivivo, continuando a dedicarsi alla critica della drammaturgia, compone lavori per il teatro, fra i quali ottiene un particolare seguito Il fiore sotto gli occhi (1922), e scrive romanzi, in cui propone le sue rinnovate crisi delle quali cerca lo scioglimento. In Verginità (1921) una dama della croce rossa lo ha amato ed è diventata la sua sposa. Ma l’antico veleno passionale non è svanito nel reduce con un braccio e una gamba paralizzati. Egli dubita dei sentimenti che lo circondano. Nella dimora paterna in Umbria, accanto alla moglie e al figlioletto, torna l’improbo confronto da sostenere col mondo e con se stesso, che non sa vivere il suo amore. In ultimo, la ripresa verginità acquista consistenza intellettuale attraverso la “divina, puerile meraviglia delle cose” comparsa nelle prime parole pronunciate dal suo bimbo.

Ne Il cuore che mi hai dato (1925) il dramma della gelosia occupa il centro dell’ulteriore raccontarsi. Egli si sente vicino a seguire “una inevitabile corsa verso l’abisso”, ma, spinto a sviscerare il demone, da cui è posseduto, nella persona del padre, che egli vide sfigurato dalla stessa follia avente per oggetto la moglie, la cara mamma, egli finisce col rasserenarsi chiedendo perdono all’amata ombra paterna se, avendola suscitata in sé, “ha osato rievocarla col segreto proposito di combattere lo stesso male nel suo cuore”.

Con l’ultimo romanzo autobiografico Si sbarca a New York, che riscosse vasto consenso di lettori, F.M. Martini può sistemare i ricordi nella mesta serenità confacente alle lontane esperienze di affetti fraterni, di fervore poetico, di esilio e rimpatrio, nella preservazione dell’anima dalle contaminazioni. I malesseri posteriori si stemperano nella loro precedente assenza, in una storia sognante e casta, donde esala con naturalezza il suo profumo.

A coronamento della sua vicenda artistica sta una raccolta di memorie e commenti di attualità intitolata Il silenzio (1932), pubblicata postuma. E finalmente la serie dei brani si chiude con la sua decisa idea di conversione in una chiesetta del suburbio romano, dove egli abita.

“Sebbene aperta al pubblico, è questa la cappella di un convento di strettissima clausura, il convento delle ‘sepolte vive’, intorno al quale è un gran fantasticare per tutta questa zona delle periferia…

“Né mai immagine della fede anelante alla luce fu così drammatica come questa, che ti si mostra nella piccola chiesa di sobborgo tra le più sconosciute e remote della città.

“Ma qualcuno, entrato nella chiesa prima di me e del quale non m’ero accorto finora  (…) basta a disperdere questa atmosfera di incubo, questo mio fantasticare (…)

“L’uomo si stacca dal fondo e attraversa la chiesa, diretto verso l’altare; e al suo passaggio lo riconosco (…) Questo ometto sulla cinquantina – il cui abito, d’una decenza tipicamente domenicale, raffina e immalinconisce ad un tempo, ma non altera, la figura d’operaio adusto che lo indossa – è quel muratore che ogni mattina (…) sorprendo al lavoro nel cantiere contiguo alla mia casa…

“Eccolo (…) alla balaustra, coperta dal tappeto rosso e dal candido lino di rito. È intono a lui (…) quel cerchio di silenzio assorto, entro il quale lo vedevo camminare poc’anzi; e poiché quando sente vicino il suo turno, l’uomo china la testa in atto ossequioso, egli ha l’aria di cercare in fondo a quel silenzio la parola che nel suo segreto si appresta a dire al suo Dio. L’ha trovata, la parola che cercava: vedo infatti l’uomo porgere le labbra al gesto del sacerdote e il suo viso illuminarsi d’un chiarore d’estasi…

“Prega quell’uomo con l’impeto con cui usano pregare i contadini e gli artigiani e tutta la semplice gente del popolo, che pare non s’appaghino di proferire parole, ma s’avventano sulla certezza offerta alla loro fede come a brucarla; e il moto delle loro labbra è di chi finalmente si sazia…

“Oggi, in questa piccola chiesa di sobborgo, ho appreso che soltanto giungendo a Lui dalla via assolata ci si può nutrire di Dio”.

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