Politicamente corretto: il grande inganno

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C’è un episodio, apparentemente marginale, che ben illustra cosa sia, e come operi, l’ideologia della “correttezza politica”. Il nuovo direttore dei Philarmoniker di Vienna, il lettone Andris Nelsons, ha minacciato di rifiutarsi di dirigere il notissimo “Concerto di Capodanno” dal Musikverein del capoluogo austriaco, se non veniva cambiata la versione della celeberrima Marcia di Radetzky di Johan Strauss padre che tradizionalmente conclude, come secondo bis, il concerto stesso.

Rispetto alla versione originale, quella suonata da decenni da tutte le orchestre del mondo, e divenuta celebre proprio grazie al Concerto di Capodanno con il noto accompagnamento del ritmico battimani, è molto più ricca strumentalmente (con gli ottoni e il tamburo rullante) il che la rende più allegra, festosa, briosa e coinvolgente. Peccato che l’autore di questo arrangiamento, che nulla toglie alla genialità musicale di Strauss, sia stato Leopold Weninger, compositore tedesco morto nel 1940, che era iscritto al Partito Nazional-Socialista. Così, per la prima volta dal 1939, la Marcia di Radetzky è stata suonata il 1° gennaio 2020 in una versione “epurata” che il primo violino Daniel Froschauer, in preda a entusiastico “antifascismo musicale”, ha elogiato come “finalmente libera dalle ombre brune del passato”. L’annunciatrice italiana della trasmissione in Mondovisione ha pudicamente annunciato che la versione era quella originale di Johan Strauss, cosa non del tutto vera. E comunque i battimani sono rimasti e anche un po’ di brio.

L’episodio, decisamente minore rispetto ad altri ben più gravi sul piano politico ed etico, descrive però efficacemente uno tra i molti aspetti della “correttezza politica”, in Europa e negli Stati Uniti: la caccia spietata, meschina e maniacale in tutti gli interstizi della storia a tutto ciò che suoni sgradito, sia pure potenzialmente e indirettamente, ai Padroni del caos, come li ha chiamati, nel titolo di un suo testo, Renato Cristin, cioè i fautori liberal della decostruzione e della dissoluzione.

Ma cos’è l’ideologia della “correttezza politica”? Un ottimo aiuto alla comprensione ci viene offerta da Eugenio Capuozzi col suo libro Politicamente corretto. L’autore individua quattro “aree dogmatiche” che definiscono il fenomeno in esame: “1) l’equivalenza delle culture e le civiltà (il multiculturalismo); 2) l’equivalenza tra desideri e diritti (la rivoluzione sessuale, antropologica, bio-politica); 3) la messa ai margini della civiltà umana rispetto alla salvaguardia dell’ambiente (ecologismo ideologizzato e antiumanesimo ambientalista); 4) la concezione dell’identità non come eredità naturale e storica, ma come scelta soggettiva, espressione dell’autodeterminazione individuale e collettiva.

Questi “dogmi”, tradotti in comportamenti concreti attuati dai “credenti” (c’è una componente grottescamente para-religiosa nei sostenitori di questa ideologia), dispiegano tutta la loro totalitaria, fanatica, censoria violenza ideale, civile e persino penale di cui sono vittime le società occidentali ove la “politically correctness” è diventata occhiuta dittatura nelle università, nel sistema scolastico, nella politica, nella cultura, nell’editoria, nello spettacolo, sul web, con le note censure di Facebook e associati, nello spettacolo, come ad Hollywood, ove gli attori, i registi, i produttori anche solo vagamente conservatori vengono boicottati e minacciati di rovina economica.

È una sistematica, violenta decostruzione della cultura e della storia europea, greco-romana e cristiana, del diritto naturale, della famiglia, delle differenze tra i sessi (il buon Dio ne ha creati solo due), dell’umanesimo, in sostanza della nostra identità, del nostro essere più profondo, personale, storico e civile.

In un’opera collettanea del 1995 in difesa dei cultural studies, cioè di quegli “studi” indirizzati al disprezzo e alla diffamazione della civiltà bianca ed europea, alcuni “intellettuali” liberal così si esprimevano: “I veri nemici sono allora il pensiero razionale e umanista, il linguaggio e la cultura che devono essere minati valorizzando modalità cognitive diverse quali quelle delle donne, della classe operaia, dei gay e delle culture non bianche e non occidentali.” Di più: è da anni che anche in Italia, come nel resto d’Europa e negli USA ci cerca di estendere l’area dei divieti e della censura, mediante l’estensione del concetto, condannato e sanzionato, del razzismo: anche il nazionalismo, l’etnocentrismo, il semplice patriottismo devono essere puniti: ha già cominciato il solito Facebook che, mesi or sono, ha cancellato alcuni post di Giorgia Meloni perché contenevano la parola “patrioti”. Ha poi proseguito mettendo il bando totale a ogni comunicazione direttamente o indirettamente legata a Casa Pound, che però ha reagito e si è rivolta alla magistratura che ha costretto il colosso dell’ultramiliardario liberal Zuckerberg a ristabilire, almeno in questo caso, una sia pur parziale libertà di espressione.

Il punto di partenza del “politicamente corretto” è l’esistenza di alcune Verità assolutamente auto-evidenti, con profonde connotazioni morali, che non necessitano di alcuna dimostrazione e che non possono neppure essere oggetto di pubblico dibattito o contraddittorio: scrive l’antropologo Jonathan Friedman nel suo libro Politicamente corretto che questo è “un mezzo per la soppressione del dibattito”. Data l’autoevidenza di queste “verità morali” chi le nega o le critica non può che essere considerato malvagio e non ha quindi alcun diritto di cittadinanza nella “Repubblica delle Lettere” e nella stessa società e nessun diritto di parola può essere a lui riconosciuto. Robert Hughes, intellettuale che non era certo di destra, nel suo ormai classico La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto, narra dei militanti abortisti e antifà che impedirono la conferenza di un esponente del Partito Democratico, Robert Casey, moderatamente critico verso l’aborto. I violenti contestatori portavano distintivi con la scritta “ABBASSO LA LIBERTA’ DI PAROLA”.

Per meglio conoscere, e quindi meglio combattere, la trappola della “politically correctness” (espressione che, tra l’altro, non viene più utilizzata dai suoi sostenitori, ma solo dai suoi critici) non è inutile tentare di ricostruire una sua genealogia nel luogo di nascita, gli Stati Uniti. In questa derivazione dell’ideologia liberal, ad esempio, non mancano fanatismi tipici di quel puritanesimo “fondativo” ed esclusivista dei Padri Pellegrini del Mayflower: la stessa bigotteria ottusa, triste e oppressiva, solo diversa di segno e di qualità. Quel puritanesimo del New England che generò la caccia alle streghe di Salem e le cupe atmosfere della Lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne e, più oltre, il fanatismo anti-Dixie di un Nord che, con la scusa menzognera dell’antischiavismo, voleva distruggere la colta, sofisticata, brillante ed europeizzante civiltà della Confederazione sudista, e ci riuscì.

Innegabile poi l’influsso dell’Illuminismo anticristiano, del mito del buon selvaggio e del giacobinismo. E ancora, alla fine degli anni ’60, la New Left trionfante tra quegli studenti che diventeranno classe dirigente negli anni Ottanta. Solo che verrà abbandonato ogni marxistico sostegno alla classe operaia per abbracciare l’ideologia dei diritti civili, dell’antirazzismo, dell’antifascismo più violento, dell’omo-transessualismo, della soddisfazione sadico-anarchica di ogni desiderio e di ogni perversione, realizzando una non incongrua alleanza tra il liberismo più sfrenato, il libertinismo più rivoltante e il multiculturalismo spregiatore della civiltà bianca ed europea.

Ma le università, soprattutto quelle dell’Ivy League nel New England, non sono state le sole incubatrici del fenomeno del politicamente corretto. Occorre aggiungere anche quel mondo che il geniale Tom Wolfe definì, con una felice espressione, “radical chic”, fatto di alto-borghesi che simpatizzavano per la sovversione, come certi nobili durante la Rivoluzione Francese, ignari della ghigliottina che inevitabilmente li aspettava. Esemplare la sua narrazione sarcastica della festa con la miglior società nuovayorkese (bianca) organizzata nel 1970 dal noto compositore e direttore d’orchestra Leonard Bernstein (autore, tra l’altro, di West side story) per raccogliere fondi a favore delle Black Panthers, uno dei gruppi “per la liberazione dei neri” più estremisti e violenti, dedito ad assassini, attentati e rapine e che incitava al massacro della razza bianca.

Oggi l’ideologia della correttezza politica in USA è trionfante nei quotidiani, nella stampa, nelle televisioni (anche Fox, emittente presunta conservatrice, non ne è immune), nel sistema scolastico, persino nelle Forze Armate e raggiunge ogni istituzione locale, come le frequentatissime biblioteche pubbliche. Si è già accennato al caso di Hollywood, oggi una dittatura in mano alla sinistra del partito democratico. È la fabbrica per eccellenza delle mentalità collettive, del sentire comune, delle idee dominanti. Chi governa il sistema di Hollywood può, attraverso messaggi politici espliciti od occulti, cambiare la cultura profonda degli Stati Uniti e, ovviamente, non solo. La produzione hollywoodiana (film e serie televisive) è un profluvio di messaggi antirazzisti, omosessualisti, genderisti, Gli Oscar premiano solo film che contengono propaganda liberal. Lo documenta con precisione e dovizia di particolari Maurizio Acerbi, critico cinematografico de il Giornale, in un pamphlet pubblicato dallo stesso quotidiano: Hollywood (il)liberal.

Una componente fondante della “politically correctness” e della sua prassi di “politica armata” è di natura linguistica. Non è un caso che l’autore di un gustoso pamphlet sull’argomento: Una pernacchia vi seppellirà. Contro il politicamente corretto, Massimo Arcangeli, sia un linguista. I burattinai della dissoluzione hanno perfettamente compreso, come aveva ben profetizzato George Orwell nel suo 1984, che la lingua è essenziale nell’influenzare i pensieri (“si pensa con le parole”) e le idee. Il dominio della lingua, e delle parole, è indispensabile per dominare e cambiare le mentalità collettive, il sentire e il senso comune.

Così uno sforzo enorme è stato impiegato dai fautori liberal-progressisti della dissoluzione e della distruzione della civiltà bianca, cristiana ed europea per modificare, alterare, distorcere, manipolare il significato delle parole e le parole stesse, proibendone alcune e inventandosene di nuove per costringerci a un pensiero obbligato, a un “nuovo ordine mentale”, come l’ha definito Diego Fusaro, per pervenire a quel “trasbordo ideologico inavvertito” denunciato, decenni fa, da Plinio Corrêa de Oliveira. Tutto ciò è un’espressione dell’eterno odio gnostico per la realtà e la verità per cui G.K. Chesterton scrisse la celeberrima e premonitrice frase: “La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. […] Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate.”

Pensiamo alle coppie di parole “fascismo-antifascismo” e “razzismo-antirazzismo” il cui significato originale è stato distorto e caricato di significati in linea con l’ideologia del regime dominante. O ancora a neologismi, concettualmente e politicamente inaccettabili solo qualche lustro or sono, come “femminicidio”, “omofobia”, “islamofobia”, “sessismo”, “specismo”. Accettandone il significato e il carico valoriale (o disvaloriale) ci facciamo portatori del pensiero sovversivo e distruttivo che è il fine della correttezza politica. O l’introduzione e l’imposizione, per ideologia e per moda, di parole generiche e onnicomprensive, come ad esempio “sostenibilità”: un mantra obbligatorio da recitare davanti all’altare dell’ecologia e delle sue sacerdotesse con le treccine, un ricatto ideologico (“sei forse per la distruzione della Terra?”) senza che nessuno osi chiedere, come il bambino nella fiaba del re nudo, “ma cosa vuol dire?”.

Poi la censura, la cancellazione delle parole: siamo stati derubati, ad esempio, di termini come “negro” o “zingaro”: vietati in ogni discorso pubblico e sulla stampa dai diktat dei guardiani dell’ortodossia progressista e antirazzista. Usarli vuol dire rischiare sanzioni. C’è da dire che la censura del termine “negro”, tipica espressione di una idiosincrasia anglosassone, colpì anche Agata Christie: il titolo di uno dei suoi capolavori Ten Little Niggers, che riprende il primo verso di una filastrocca a cui si fa più volte riferimento nel testo, venne cambiato d’imperio in Dieci piccoli indiani.

Scriveva, qualche decennio fa, il preveggente Emanuele Samek Lodovici nel suo libro La metamorfosi della gnosi: “Chi non ha le parole, non ha le cose, non ha mondo, se vogliamo strappare a una persona il mondo, basta strapparle le parole con cui capisce quel mondo”. Ci ammonisce Nicolás Gómez Dávila: “Chi accetta il lessico del nemico si arrende senza saperlo”.

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4 commenti su “Politicamente corretto: il grande inganno”

  1. Alfredo Grande

    Il linguaggio politicamente corretto, entrato a piene mani nell’encicliche come Laudato sì, è il linguaggio dell’Anticristo…

  2. Elena Albertelli

    E adesso anche il povero Franz Lehàr, l’autore della Vedova Allegra, dovrà essere censurato perché piaceva a Hitler…

  3. A proposito di quel sacerdote che battezza con la pisotla ad acqua, e di quell’altro che benedice con lo scopino del water… ecco cosa ne pensa un vero cattolico, Claudio Gazzoli:
    “può sembrare superfluo ricordare queste “porcate” dopo le innumerevoli profanazioni degli ultimi anni da parte di consacrati di Santa Romana Chiesa e, soprattutto, dopo la “madre di tutte le profanazioni” avvenuta lo scorso ottobre nei luoghi sacri del Vaticano, con l’adorazione di alcuni ripugnanti pezzi di legno, da parte del “papa” e di alti prelati. Eppure questi due episodi, in cui viene usata l’acqua benedetta, hanno qualcosa di beffardo e infernale insieme che palesa la firma del loro esecutore.
    Se nessun provvedimento drastico, da parte dei diretti superiori, è stato preso;
    se nessun annuncio di biasimo, da parte della gerarchia, è stato diffuso;
    se nessuna proposta di riparazione, da parte dei cardinaloni, è stata fatta;
    se nessun grido, da parte dei vescovi, è stato rivolto…,
    allora vuol dire che i vertici della Chiesa sono conniventi di questa folle empietà. Allora vuol dire che satana in persona si è impadronito delle alte cariche utilizzando i loro simulacri come semplici paraventi.”
    https://blogclaudiogazzoli.blogspot.com/2020/05/possessione-diabolica-o-diavoli.html

    … e per quanto riguarda la cecità e l’ottusità di certo clero cattocomunista, ostinato e roso dall’odio, ecco un fatto riportato sempre da Claudio Gazzoli:
    “ Dedicato alla madre badessa che non ha commentato, anzi… quando gli ho portato l’articolo intervista di Suor Teresa Forcades, monaca benedettina che tiene delle conferenze in giro per il mondo sulla necessità di una nuova teologia gender, che sostiene che l’amore omosessuale è benedetto da Dio, che propone la famiglia omo con diritto di adozione e altre bestialità…
    Dedicato alla madre badessa che, riferendomi che si apprestava a votare per la coalizione di sinistra, non ha fatto una piega quando gli ho fatto vedere la foto di una delle paladine della sinistra con in mano un cartello: “Dio, Patria, Famiglia, che vita di merda!”.
    Dedicato a tutti quei religiosi e religiose, ormai la maggioranza, che hanno barato con la loro ordinazione, manifestando, nei fatti, una vocazione nemica del Sacro, orizzontale, ideologica e cattocomunista. “
    https://blogclaudiogazzoli.blogspot.com/2020/05/massocrazia.html

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