POTRANNO MAI I CATTOLICI ANDARE D’ACCORDO CON I LAICI? – di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungaretti

 

 

dclDa vera “cattolica bambina“,  io non amo le discussioni politiche, sia salottiere che televisive, vuoi perché lasciano sempre il tempo che trovano, vuoi perché in esse è possibile sostenere tutto e il contrario di tutto, anche litigando per lo spasso di un certo tipo di telespettatore.  Ma vivendo in un paese che si autodefinisce democratico, ogni tanti anni anche io devo andare a votare come tutti i miei connazionali e allora entro in crisi, perché non c’è un orientamento politico nel quale possa dire di sentirsi suo agio una donna come me che ha dato la sua adesione totale e incondizionata al messaggio cristiano e mai, come quest’anno, il mio disorientamento è stato forte.

Viviamo infatti in un momento storico in cui sono in atto dissesti profondi, disgregazioni e aggregazioni instabili che ci disorientano, come se il terreno su cui camminiamo sia attraversato da scosse telluriche di cui non conosciamo gli effetti, ma che possiamo identificare con la trasformazione tecnico – scientifica del mondo, con la globalizzazione economica, con il multiculturalismo. Queste “res novae” sconosciute fino a pochi decenni fa, oggi obbligano gli Stati a occuparsi di problemi antropologici, religiosi, etici, giuridici come mai era avvenuto per le generazioni che ci hanno preceduto: l’identità umana, la nascita e la morte, la malattia e la guarigione, le appartenenze religiose e culturali, la disponibilità delle risorse energetiche, l’ambiente, fino ad arrivare (ed ecco toccato il punto da cui scaturisce questa riflessione) agli stili di vita di ciascuno di noi, in relazione ai rapporti tra uomo e donna, perché una larga parte della società italiana, sia politica che intellettuale, preme perché venga attribuito il riconoscimento giuridico e sociale a un tipo di partnership umana antitetica alla legge di Dio.

Questo problema si rivela la punta emergente di un iceberg di immense dimensioni, perché in Europa e negli Stati Uniti si sta verificando qualcosa di sconvolgente riguardo a quelli che sono considerati “diritti civili”. Due capi di governo, il socialista Hollande e il conservatore Cameron, sono impegnati a far approvare nei loro paesi una legge che renda possibile il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Negli USA il presidente Obama vuole che la Corte Suprema abroghi sia la cosiddetta “Proposition 8” – che vieta il matrimonio tra persone dello stesso sesso in California – che il “Defense of Marriage Act” del 1996, firmato da Bill Clinton che, a livello federale, definisce il matrimonio come l’unione tra un uomo e una donna.

Le motivazioni addotte sono stupefacenti. Cameron ha detto che procedere nel riconoscimento dei diritti, anche (si badi bene) dei più scabrosi, rende più forti e più capaci di incidere anche su altri versanti. In USA, gli ha fatto eco, nei giorni scorsi un documento indirizzato alla Corte Suprema e firmato da noti e importanti esponenti dell’economia americana – soprattutto high tech, ma non solo – a sostegno della cancellazione della “Proposition 8″. La notizia è uscita con il titolo: “La legittimazione dei matrimoni gay fa bene al business[1]. In buona sostanza, la disuguaglianza nel godimento del diritto al matrimonio, di cui sarebbero vittime gli omosessuali, nuoce agli affari perché in contrasto con il principio dell’uguaglianza, dato che induce gli interessati a emigrare verso altri paesi nei quali leggi e regolamenti sarebbero più coerenti e rispettosi (che strano! al Festival di Sanremo non abbiamo visto due giovani gay “costretti”, dalle repressive leggi italiane ad andare a sposarsi a New York?)

In questa situazione la Chiesa avverte come preciso dovere far sentire, alta e chiara, la sua voce – anche se è una “vox clamantis in deserto” – in conformità alla raccomandazione evangelica di predicare dai tetti (Mt, 10, 27) e di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio (Lc 10, 25). Ma c’è anche un altro precetto evangelico che i cattolici mettono alla base dei loro rapporti con la società civile e all’origine della giusta separazione tra Stato e Chiesa: in Lc. 12, 57 Gesù ammonisce: “Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” Mentre pochi versetti prima  (12, 14), invitato a fungere da arbitro in una contesa ereditaria tra due fratelli, risponde (forse un po’ ruvidamente): “Chi mi ha costituito giudice tra di voi?” Il che significa che Egli non è venuto a impartire disposizioni per dirimere le controversie sociali, giuridiche o politiche che possono insorgere tra gli uomini, perché la ragione umana naturale è già sufficiente a metterli in condizione di regolarsi da soli, dato che sono perfettamente in grado di percepire ciò che è giusto e ciò che è ingiusto nella loro società. Il messaggio cristiano è un messaggio specifico di salvezza e non un insieme di precetti dottrinali. E infatti gli esseri umani dovrebbero essere in grado di capire da sé, ancora prima che lo dica la Chiesa cattolica (perché le altre chiese sembrano molto più indifferenti al riguardo), che certe “res novae” come la confusione dei sessi e il matrimonio tra omosessuali sono autentiche aberrazioni umane e antropologiche, indegne di essere prese sia pure lontanamente in considerazione dagli spiriti più evoluti. Del resto tutte le civiltà, a partire da quelle più antiche, hanno avvertito il bisogno di fornire precisi assetti istituzionali al vissuto sessuale (si pensi al tabù dell’incesto o all’istituzione matrimoniale) riconoscendone l’enorme rilevanza per la coesione sociale, ma anche i potenziali rischi di disgregazione del tessuto della convivenza.

Invece oggigiorno i governi europei, la Corte di Strasburgo, la Corte di Cassazione italiana, fino al gigante del WEB Google, premono per un capovolgimento delle leggi naturali che appena pochi decenni orsono sarebbe parso inconcepibile. I mass – media, poi, forti di un’influenza che mai avevano conosciuto in passato, hanno adottato la strategia della “dietrologia” e delle “strategie occulte“, quando non addirittura della calunnia, nei confronti della Chiesa e dei cattolici per sostenere le posizioni di certi gruppi di potere che vorrebbero orientarne il cammino nella direzione che piace a loro. Si cerca perfino in tutti i modi di convincere l’opinione pubblica che Benedetto XVI si sia arreso davanti a una curia corrotta e ingovernabile, pervasa di morbosità sessuale, di crimine e di intrigo[2].

In questo stato di cose, possono i cattolici (quelli veri, per i quali il Papa è il Vicario di Cristo, nonché il successore di Pietro, e la Chiesa è “Mater et Magistra” e non certo un’organizzazione filantropica, una ONLUS o una ONG) trovare un accordo con quei poteri forti che mirano a prevaricarla? Penso proprio di no, e aggiungo che mai, come in questo inizio del III millennio, mi sembrano vere ed attuali le parole dell’anonimo autore della Lettera a Diogneto, scritta nel II secolo d.C.: “I Cristiani … testimoniano un metodo di vita mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri … Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati (ossia, non abortiscono). Mettono in comune la mensa ma non il letto (ossia, non divorziano e non praticano la promiscuità sessuale oggi, come allora, tanto di moda). Sono nella carne ma non vivono secondo la carne… Obbediscono alle leggi stabilite e con la loro vita superano la leggi. Amano tutti e da tutti vengono perseguitati… sono disprezzati e nei disprezzi hanno gloria[3].

I rappresentanti più lucidi ed onesti della cultura laica sanno perfettamente che i valori che giustamente rappresentano la bandiera della laicità, eguaglianza, non discriminazione, libertà, rispetto dei diritti umani e così via, non si troveranno mai in contrasto con la visione cristiana del bene umano come bene pubblico. Eppure, mai era accaduto nell’ultimo secolo, e specialmente nei momenti più bui dei suoi rapporti con lo Stato, che la voce della Chiesa fosse percepita come indebita, disturbante, incresciosa e fuor di luogo come è stata percepita in questi ultimi anni, a proposito di vari progetti di legge, dal riconoscimento delle coppie di fatto (anche, e soprattutto omosessuali) all’eutanasia, al testamento biologico e così via. e ciò anche da parte di alcuni ambienti cattolici, autodefinitisi “adulti”, che hanno invitato i Vescovi a occuparsi delle cose di Dio e non delle cose dello Stato.

E’ evidente che oggi più che mai che noi cattolici viviamo in un momento storico complesso e ambiguo che, se non ci rifiuta direttamente, ci mette tuttavia ai margini e ci penalizza. Ma non farsi relegare ai margini dipende da noi stessi, da quanto abbiamo da dire e dalla nostra capacità di argomentare le nostre posizioni, perché non si possono fare solo dichiarazioni di principio, ma bisogna fare anche elaborazione culturale contro una certa mentalità che non concepisce l’esistenza di un fatto o di un pensiero se non è ”contro” qualcuno o qualcosa. Il problema se la Chiesa possa o non possa fare politica ha un forte significato civile e politico perché la grande questione antropologica di cui parlavo prima investe oggi anche i grandi temi civili che turbano la coscienza del popolo italiano: la biopolitica, il fondamento della nostra democrazia, il rapporto tra etica e religione e tra etica ed economia, la presenza di culture completamente diverse dalla nostra nella nostra comunità nazionale.

Ho fatto questa lunga chiacchierata perché in questo momento storico il pensiero dominante preme, a livello mondiale, perché sia legittimata la possibilità per gli omosessuali di contrarre matrimonio tra di loro, ipotesi inconcepibile fino a pochi anni fa, nonostante l’omosessualità sia sempre esistita. Non solo: tutti i mezzi di informazione, stampa, TV, cinema – e quest’anno in Italia ci si è messo pure il festival di Sanremo – fanno di tutto per insinuare nel grosso pubblico il concetto che si tratti di un’innovazione perfettamente ragionevole, naturale, e rientrante a pieno titolo nella categoria dei diritti civili, una parte dei quali finora sarebbe stata preclusa a quella categoria di cittadini. A costoro, di conseguenza, dovrebbe essere anche riconosciuto il diritto di adottare figli, visto che (finora, ma per quanto tempo ancora?) ad essi è impossibile la procreazione naturale.

Proclamare l’assurdità di queste pretese  originate da una sessualità anomala – perché fondata su un totale stravolgimento delle leggi di natura che, a loro volta, si basano sulle evidentissime differenze anatomiche, fisiologiche e psicologiche esistenti tra l’uomo e la donna – significa essere tacciati di omofobia e ben presto i cosiddetti “omofobi” dichiarati incorreranno in conseguenze molto sgradevoli e nella riprovazione sociale, proprio il contrario di quanto accadeva in passato. Peggio ancora: i genitori cristiani, sinceramente convinti che l’omosessualità  praticata sia una perversione (come riteneva anche Sigmund Freud, non certo cattolico) e un peccato “che grida vendetta al cospetto di Dio”, non potranno più insegnare questa verità ai loro figli senza incorrere in sanzioni penali per omofobia e quindi sarà anche inferto un grave vulnus alla libertà di educazione che, per i cattolici, è un altro valore non negoziabile.

Sul Corriere della Sera Angelo Pezzana, fondatore del “FUORI!” e storico leader degli omosessuali italiani, esulta al vento di libertà che sente soffiare e critica il “tristemente famoso” discorso con il quale Paolo VI a S. Francisco aveva rimproverato i gay di avere una “sessualità disordinata“. “Perché allora oggi, che vogliamo una famiglia regolare, alla luce del sole, da mostrare agli amici, ai vicini di casa, alla portinaia, questa “normalità ordinata” ci viene negata?”[4] Cosa replicare a chi nega l’evidenza umana con tanta arrogante protervia, ammantata anche di vittimismo? Il significato della famiglia risiede forse nella possibilità di sfoggiarla con orgoglio, come se fosse un oggetto di pregio e uno status symbol? Potremmo concedere la patente di guida a un cieco? Un paraplegico potrebbe pretendere di diventare un grande danzatore classico? Un cardiopatico grave potrebbe aspirare a diventare un campione sportivo? Quindi si equivoca anche sul concetto di uguaglianza, perché si è uguali se si è in pari condizioni iniziali e bisogna avere il coraggio e la libertà interiore di riconoscere che – come chi nasce o diventa paraplegico non può aspirare a diventare un emulo di Rudolph Nurejev – così gli omosessuali non possono  per legge di natura aspirare al matrimonio perché con la loro sessualità deviata, sono irrimediabilmente diversi, anche se questa espressione oggi viene demonizzata.

Nessun dubbio che gli omosessuali possono vivere (e convivere) come e con chi vogliono; se sono meritevoli, possono assurgere ai massimi livelli delle carriere civili, politiche, scientifiche, artistiche; possono vincere premi Nobel ed essere grandi benefattori dell’umanità meritandosi la gratitudine universale, ma il loro stile di vita personale non è compatibile con il matrimonio e negare questa verità è negare ipocritamente l’evidenza, con conseguenze che non riguardano solo gli interessati, ma si ripercuotono su tutta la società umana, perché l’istituto del matrimonio non è un fatto privato, come la semplice convivenza, ma è disciplinato da tutti gli ordinamenti giuridici in ogni tempo e in ogni paese, come sottolineavo poc’anzi.

E’ mai possibile che debbano essere i cattolici a insegnare o rammentare ai laicisti questa verità? Come possiamo non pensare che una delle due parti sia in malafede e agisca solo al fine di realizzare il proprio ideologico ed egoistico tornaconto personale, senza alcuna preoccupazione per le conseguenze delle loro pretese che, inevitabilmente, interesseranno anche le generazioni future? Ma non sono certo i cattolici ad essere in malafede, perché essi non fanno che ribadire ciò che ha sempre fatto parte della generale consapevolezza dell’umanità da millenni a questa parte e che non richiedeva certo dimostrazioni. La difesa della famiglia fondata sul matrimonio indissolubile, eterosessuale, monogamico e aperto alla procreazione naturale è uno dei valori umani sui quali i cattolici non possono scendere a patti, perché fa parte di quei principi della cui lapalissiana verità, come dicevo poc’anzi, l’umanità è (o dovrebbe essere) in grado di decidere da soli, prima ancora che lo dica la Chiesa cattolica. Eppure oggigiorno è rimasta solo la Chiesa a difendere quei principi naturali che sono in vigore da millenni, in ogni paese e in ogni civiltà. Il comune sentire ha subito un tale stravolgimento che io reputo molto difficile, per non dire impossibile, la scelta di una soluzione condivisa da tutte le parti politiche su argomenti di questa natura.

Pierluigi Battista propone una “guida” per negoziare con i cattolici i valori etici[5]. Premesso che la politica – nel cui ambito devono essere studiati e risolti i problemi in questione – è per definizione il mondo del negoziato, del possibile e del compromesso, egli osserva che su certi temi come l’aborto e la sperimentazione sugli embrioni non si può negoziare perché per i cattolici si tratta di vita umana e chiedere loro di derogare a questa certezza sarebbe come chiedere a un laico di approvare una legge che consentisse l’omicidio con la postilla: non ti si impone di assassinare qualcuno, ma devi permettere che altri possano farlo. Palesemente, un’assurdità. Invece il “tema del fine vita” sarebbe “politicamente negoziabile“; da parte laica, “resistendo alla tentazione eutanasica” e, da parte cattolica, “rispettando la libera scelta degli individui“. (Ma non si tratta pur sempre di vita umana?) Nel “caso delle unioni tra gay“, poi, si tratterebbe di accettare una soluzione politica (e cioè pragmatica: suvvia, facciamoli contenti!…) concedendo un “diritto” (?!) a una minoranza  che non intaccherebbe in alcun modo il matrimonio tradizionale.

Ma Battista dimentica che il matrimonio ha un forte significato simbolico, cementato da millenni di storia umana: esso è all’origine della famiglia che, a sua volta, preesiste allo Stato, come ha sempre riconosciuto la filosofia occidentale da più di 2000 anni ad oggi e il matrimonio, come osservò un grande e laicissimo giurista, come Arturo Carlo Jemolo, ha un significato “meta-giuridico” e quindi non consente manipolazioni o fantasiose interpretazioni della sua natura senza produrre, sia nel breve che nel lungo periodo, aberrazioni antropologiche di cui ignoriamo la portata.

Ma di quale famiglia stiamo parlando? Rincara la dose Dacia Maraini[6] la quale, dimostrando di non conoscere l’art. 29 della Costituzione (che definisce la famiglia “società naturale fondata sul matrimonio“) ne contesta il carattere “naturale” che sarebbe fondato, invece, su una piramide costruita con la forza maschilista dei princìpi di autorità e proprietà. Crollata la piramide, si sarebbe formata una nuova morale che l’intelligenza storica dovrebbe accettare e assecondare: famiglie allargate, coppie di fatto, unioni omosessuali. Ma la storia del XX secolo non ci ha insegnato che accettare e assecondare  pedissequamente certe “res novae” in contrasto con la dignità umana  può produrre dei mostri? Lo si è sperimentato, in campo politico, con le grandi dittature e, sul terreno sociale, con la rivoluzione sessantottina.

Allora, potremo mai noi cattolici andare d’accordo con i laici quando si tratterà di promulgare un certo tipo di leggi? Secondo me, “cattolica bambina“, no. Forse lo potremo nella ricerca di una verità politica, che sicuramente nessuno possiede “a priori”, ma non potremo mai cedere terreno sulla verità antropologica che dobbiamo necessariamente presupporre se, da cristiani, vogliamo impegnarci in politica mantenendo la nostra identità, come ha auspicato più volte il Card. Bagnasco. Dobbiamo sottolineare con forza (“gridando dai tetti”) che “i valori non negoziabili” non sono appannaggio esclusivo di una identità particolare e, meno che mai, di quella cristiana. Essi sono valori umani universali: uguaglianza tra uomini e donne, difesa dei più deboli, libertà religiosa, diritto di educare i figli secondo la propria Weltanschaung, diritto alla vita, alla salute, all’istruzione, al lavoro, rifiuto della tortura, della manipolazione eugenetica … potrei andare avanti a lungo, ma vorrei terminare – per rimanere in tema – con il sostegno alla famiglia e al matrimonio indissolubile, eterosessuale, monogamico e aperto alla procreazione. Tutto il resto può formare oggetto di ricerca anche aperta e spregiudicata, ma solo sui concreti modi politici di realizzare il bene comune, non sulla determinazione della verità sull’uomo. I cattolici, tanto criticati dai laicisti, non vogliono altro che questo.




[1] Ho attinto questa notizia dall’UNITA’ del 1°.3.2013 la quale, naturalmente, approva incondizionatamente e osserva che “questo ragionamento dovrebbe spingerci a cambiare rotta e ad affrontare con decisione il tema anche in Italia”.

[2] Come ha denunciato Giuliano Ferrara (Il Foglio, 23.2.2013) e come ha confermato Roberto de Mattei (Corrispondenza Romana e Riscossa Cristiana, 25.2.2013). Anche Vittorio Messori ha messo in risalto “il vizio inestirpabile dei media di disegnare cordate, denunciare accordi, indicare strategie occulte” in seno alla Chiesa (Il Corriere della Sera, 24.2.2013).

[3] Cfr. A Diogneto, V, 1 – 6.

[4] Cfr. Il Corriere della Sera, 3.2.2013.

[5] Cfr. Il Corriere della Sera, La Lettura, 17.2.2013

[6] Cfr. IL Corriere della Sera, 19.2.2013.

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