“Povera Patria”. Ma non è Battiato, sono gli Europei di calcio

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Stavo preparando un pezzo su questi stramaledetti campionati Europei di calcio, giocati asimmetricamente ovunque, senza un’anima, ma ho dovuto cestinare. Quanto successo in diretta al caro Eriksen ha reso superfluo il gioco del pallone per almeno un’ora.

Volevamo guardare il calcio e di quello parlare. Guardare la madre di tutte le partite, Inghilterra-Scozia, con una squadra di campioni fermata da una squadra dal cuore grande per sentire i cronisti RAI affermare che in fondo alla Scozia basta un pareggio (quando è vero per gli inglesi) è come far cadere una pallina di gelato sul mocassino nuovo. 

Guardare la Finlandia giocare da squadra, vedere lo spirito indomito di Pohjanpalo e la pelata rotonda del viso giocondo di Pukki quasi cancella l’amara consapevolezza che un qualche Kamarà nero, per quanto giocatore da niente come un bianco qualsiasi, sta bene in ogni squadra. 

Ora però è terminata la prima fase di questa competizione che ha, per la verità, da tempo perso ogni significato. Non ha veramente senso organizzare una competizione per nazionali nell’epoca post-nazionale della globalizzazione etnoculturale in cui tanto, alla fine, sono tutti mescolati. Sarebbe come esaltarsi per il vantaggio del Kansas sull’Oklahoma (diverso sarebbe il discorso per la Virginia, ma non è il momento).

Basti pensare che la favorita Francia è in realtà una Selezione Africana con qualche innesto francese. 

A questo specchio del futuro che ci aspetta fa da contraltare l’Ungheria, squadra, neanche a dirlo, di ungheresi, messa alla berlina da tutti senza per altro nessuna motivazione sportiva. Guardare l’Ungheria, allenata dall’italiano Marco Rossi, di cui nessuno parlava prima, sposare una favola sportiva per assistere a una polemica squallida equivale a parlare da soli nella Puzta di quanto sono belli i mocassini nuovi che indossi, peccato che uno sia sporco di gelato. 

Che colpe avrebbe questa nazionale ungherese? La colpa degli ungheresi è di voler restare ungheresi. Come ha detto Orban: “La politica non ha posto nello sport. Gli ungheresi si inginocchiano solo davanti a Dio, al loro Paese e quando fanno una proposta di matrimonio. Non abbiamo dovere morale come altri Paesi rispetto alla schiavitù, perché l’Ungheria non è mai stata un Paese schiavista”. Lo stesso dovrebbe valere per ogni cristiano in tutto il mondo. 

D’altra parte, nell’epoca in cui l’Uomo Ragno va in udienza da Bergoglio, e Bergoglio lo riceve pure, si può pretendere che un Parlamento sovrano, come direbbe l’esimio economista mutato in grande statista, deliberi di non volere mettere in testa ai propri bambini l’idea balzana che forse la mamma li ha fatti col sesso sbagliato? Situazione pietosa. Un circo mediatico per cui i tedeschi volevano illuminare l’Allianz Arena, sede della partita fra la (fu)Germania e l’Ungheria, con i colori arcobaleno, in protesta contro la legge ungherese, approvata solo martedì scorso e fortemente voluta da Viktor Orban, che impedisce ai minorenni di accedere ad informazioni sull’omosessualità (cose normali, di senso comune, in protezione dell’innocenza infantile).

La Uefa ha inizialmente negato il consenso, non senza una certa sicumera, riprendendo col ditino: non si fa politica, si fa sport. Amareggiato governatore il cristiano sociale Söder: “Sarebbe stato un segnale molto bello di tolleranza e libertà”. Eh, la libertà di condannare un parlamento sovrano estero, e intimidirne la nazionale di calcio, per il semplice fatto di non legiferare quanto più ci aggrada che bella cosa! Soluzione? Il giorno seguente la Uefa presenta il proprio logo a tinte arcobaleno: “orgogliosa di indossare perché è un simbolo che promuove tutto ciò in cui crediamo”. Simbologie che non intendiamo neppure pubblicare.

Mi faccio schifo da solo al pensiero di accettare di vivere a un tale livello di immondizia filosofica. Tuttavia, a questo punto una riflessione, per quanto povera, va fatta. Nel tempo della globalizzazione il nazionalismo non ha culturalmente nessuno spazio, tanto è vero che ora lo chiamano sovranismo. Parola che richiama la sovranità e, inconsciamente, la monarchia, argomento vecchio e anche un pochino sporco per le anime immacolate e i sederini lindi del progressismo internazionale. 

Ora, non per nulla Dio ha voluto che incontrassimo l’Austria. L’Italia è una repubblica che da quasi un secolo ha rigettato la monarchia, ma ha schizofrenicamente mantenuto il colore dei Savoia nelle competizioni sportive. Solo nello sport, e per la stretta durata temporale della concitazione agonistica, è concesso essere patrioti, conservatori, orgogliosi di essere italiani, cantare l’inno, avere la schiena dritta. Nella vita quotidiana no, si verrebbe accusati di fascismo come minimo, di credere nella cultura patriarcale, maschilista, retrograda. Per non parlare della nazione etnica! Le razze non esistono, sono figurine sull’album della storia. 

In politica, invece, vale tutto, anzi, più ci si compromette più essa è arte del compromesso. Oggi lo statista ideale è il Rotondi che sconfessa quanto detto ieri, non certo Bagnai, unica mente pensante della Lega dai tempi del povero Gianfranco Miglio. Oggi Draghi può permettersi di dire che il “Parlamento è sovrano”, quando serve. Già, il Parlamento che non decide un tubo da due anni. Il commissario Draghi lo sa bene, ma visto che c’è il calcio in tv, si permette pure di sbeffeggiare il popolo sovrano in diretta, tanto è distratto da Marchisio, che di politica capisce un altro tubo, ma si lamenta perché i poveri azzurri non si inginocchiano tutti, alcuni hanno ancora una testa pensante. “Ora la gente vuole pensare ciò che si suppone debba pensare. E questo lo considera libertà” diceva Oswald Spengler. Dopo la politica dei due forni, la politica dei due tubi.

Volevamo solo guardare il football e di quello raccontare. Non volevamo parlare di quale concetto di libertà abbiano gli ex calciatori. Guardare il calcio, bere una birra gelata. Al limite un fugace pensiero a Boskov. 

Pur con la schiena piegata dalle storture schifose che ne violentano la bellezza e ne piegano l’ardore, la lealtà e la purezza nell’ipocrisia del kneeling

Volevamo solo guardare il calcio, ma siamo tanto schifati che sabato tiferemo Austria. Finisca in fretta lo strazio dell’esaltazione deficiente del bel gioco italiano. Affermazione surreale. L’Italia ha incontrato la Svizzera, la temibile Svizzera!, e due squadrette, con una, il Galles, ha pure faticato. Non gioca meglio dell’Inghilterra, né della Francia.

Come si fa a essere patrioti in una nazione volgarmente globalizzata, in cui il partito di Matteo Salvini col rosario in mano in piazza del duomo è nello stesso governo del decreto Zan? Come si fa a essere patrioti in una nazione svenduta alla finanza sovranazionale, che pretende di omologare tutte le culture al minimo comun denominatore, tanto siamo tutti cavie uguali?

Il patriottismo in questa povera Patria è una macchietta, è un canto a singhiozzo degli eterni sconfitti, è la sirena buona per ammaestrare le bestie dei circenses, le bestie, non le fiere. Per questo ci stanno ingozzando via social di un nazionalismo artificiale, surrogato del sovranismo. Un nazionalismo solo nominativo, ossimoricamente globalizzato, che piace alla gente che piace, da sfigati a cui cade la pallina del cono gelato sul mocassino nuovo.

Il patriottismo non si ostina a rimanere in maglia azzurra perché abbia qualche inconscio timore di sentirsi freudianamente messicano, è in maglia azzurra perché è semplice folklore. La patria in questo paese fatto dai massoni è folklore. Finito l’evento, tornano tutti nel “proprio particulare”.

Così incontriamo un’Austria senza aquila imperiale, una nazione annichilita che non fa più paura alla finanza mondiale. Allora una vittoria sarà di nuovo Vittorio Veneto, sarà un Piave in calzoncini, mocassini e stupidate demenziali dei millennial. Ma, chissà che, come la sorella Ungheria, invece, il rottame del Regno dell’Est non si alzi in piedi per dire: esisto.

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2 commenti su ““Povera Patria”. Ma non è Battiato, sono gli Europei di calcio”

  1. Tiziano Lissandron

    Così va il mondo…bellezza !
    Ma , se sei solido nelle tue convinzioni , non hai bisogno di disperarti .
    Io direi così : siediti e , sorretto dai tuoi principi , goditi , si fa per dire , lo spettacolo .

  2. C’entra qualcosa il patriottismo col Cristianesimo? Credo che sia incorporato nella fede in Dio e che il distacco dalla fede abbia provocato all’uomo un distacco da se stesso. Non siamo comunità perché l’Italia è stata fatta male e perché non siamo più cristiani.

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