Presentazione del saggio “L’alloro e la quercia” – di Gianandrea de Antonellis

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Il saggio L’alloro e la quercia è incentrato sui documenti dell’Archivio Nunziante presenti presso l’Archivio di Stato di Napoli. Di particolare interesse è il carteggio del Marchese Nunziante con il Principe di Canosa, qui per la prima volta integralmente pubblicato e commentato. Per questo saggio sono varie le persone che devo ringraziare, iniziando dal professor Roberto de Mattei, che mi ha segnalato come possibile autore e che ha individuato i principali filoni da seguire nel lavoro, ma in primo luogo il mio più sentito ringraziamento va al Marchese Luigi Coda Nunziante, da cui è nata la proposta di studiare le carte dell’antenato e che ha sostenuto la mia ricerca. La redazione di questo saggio mi ha inoltre dato modo di frequentarlo e di conoscerlo, permettendomi di ammirarne la fibra morale e di constatare come il particolare spirito del suo antenato continuasse ad aleggiare in lui.

di Gianandrea de Antonellis

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zzzzlibrdeantonellisLa personalità del Generale Vito Nunziante, Sanfedista della prima ora, si distingue infatti dalle tante altre figure di militari che nel burrascoso periodo delle guerre napoleoniche ebbero agio di dimostrare il proprio ardimento, ricoprendosi di gloria nelle campagne belliche, ma rimanendo solo e soltanto uomini d’arme.

Vito Nunziante rivelò invece anche grandi capacità di amministratore, iniziando ad occuparsi del vestiario dei propri soldati nel triste periodo dell’esilio siciliano (non a caso nessuno dei suoi accettò il proposto passaggio sotto le bandiere inglesi) e cercando di difendere non soltanto i propri sottoposti, ma anche la popolazione dei luoghi che erano sotto la sua giurisdizione (come quando evitò la condanna a morte di alcuni pescatori di Milazzo che avevano infranto il coprifuoco).

Nel periodo in cui ricoprì la carica di Alter Ego in Calabria combatté senza sosta la Carboneria, ma cercò di dare un lavoro a tanti disoccupati facendo costruire infrastrutture pubbliche; perseguitò i nemici della Corona, ma si preoccupò delle conseguenze sociali che una punizione indiscriminata avrebbe potuto causare, mandando le famiglie sul lastrico, incentivando la fuga ed alimentando di conseguenza il brigantaggio: consigliò quindi di distinguere tra i capi della setta e gli esecutori materiali dei delitti, da condannare senza misericordia, e i numerosi aderenti che non avevano ben compreso le finalità della Carboneria e che, una volta graziati, sarebbero tornati ad essere sudditi obbedienti e grati del favore del Re.

Nel contempo, non pago di aver praticamente condotto in prima persona le indagini, volle seguire da vicino lo svolgimento del giudizio, chiedendo l’intervento del Ministro di Grazia e Giustizia affinché mere questioni procedurali non bloccassero quello che era il più importante processo calabrese di quel periodo.

Con la stessa lungimiranza e capacità si comportò quando fu posto al comando della piazza militare di Palermo. Ovunque si recò, cercò di far sì che la terra producesse ricchezza non solo per sé e la sua famiglia, ma per l’intera comunità.

Il capolavoro, da questo punto di vista, è la costruzione del villaggio di San Ferdinando. Ma dagli scavi nell’isola di Vulcano alla scoperta delle acque termali a Torre Annunziata, dalle imprese delle stoviglie a Lipari a quella del marmo in Calabria, dallo sviluppo dei pozzi artesiani all’idea dei cappelli in fibra vegetale, numerosissimi sono i campi in cui, non sempre con prospera fortuna, egli si dimostrò incessantemente pronto ed attivo.

Quanti altri generali ed alti ufficiali, anch’essi magari nobilitati per il valore dimostrato in battaglia, seppero essere in tempo di pace artefici di una prosperità pubblica? Nella maggior parte dei casi essi si contentarono delle prebende guadagnate, delle pensioni aggiuntive, occupandosi esclusivamente di incombenze militare o intendendo la nobiltà raggiunta come un incentivo a non “sporcarsi le mani” con il lavoro “borghese”, venendo però meno, in tal modo, ad uno dei maggiori princìpi dell’aristocrazia: «Dimenticare se stessi per servire gli altri».

Paradossalmente, il suo non fu l’agire da nobile “moderno” (o da borghese nobilitato), attivo solo in quanto interessato all’aumento del patrimonio, ma al contrario egli seppe comportarsi da antico feudatario, per il quale il bene dei propri sottoposti era uno dei motivi per cui gli era stato affidato quel determinato territorio: territorio non da sfruttare, bensì da coltivare nel migliore dei modi possibili, a vantaggio dell’intera comunità che lo abitava.

A fianco della dedizione verso chi si trovava alle sue dipendenze, Vito Nunziante ebbe un’altra caratteristica che lo contraddistinse e che seppe trasmettere al figlio Ferdinando e questi ai suoi discendenti: la fedeltà alla parola data, l’attaccamento al Re, la dedizione alla Real Casa dei Borbone. Lo dimostrò fin dall’occupazione militare francese, quando avrebbe potuto passare tra le file dei napoleonici, mantenendo il grado di Generale e ricongiungendosi alla famiglia, rimasta sul “continente”: preferì invece un solitario e doloroso esilio.

Vito senior si mantenne fedele nel periodo napoleonico e fedele nella tormenta dei moti liberali, tanto che Francesco I lo scelse per affidargli l’educazione militare del futuro Ferdinando II (mentre quest’ultimo gli diede numerosi incarichi, culminati con il Ministero della Guerra); suo figlio Ferdinando rimase fedele durante i moti del 1848; dal canto suo nel 1861 Vito junior dimostrò l’attaccamento ai Borbone sposando una Dama di compagnia della Regina e legandosi ulteriormente alla famiglia reale in esilio a Roma, anziché mantenere il proprio grado nell’esercito sabaudo, come fecero tanti altri ufficiali che dimenticarono in fretta i benefici ricevuti ed il giuramento prestato.

Legati ai Borbone come l’alloro alla quercia, grati per i benefici ricevuti come i Sovrani lo furono per i servigi che i Nunziante avevano resi, alla scomparsa della dinastia gigliata i Marchesi di San Ferdinando si dedicarono essenzialmente alla prosecuzione della maggiore opera intrapresa nel tempo: il villaggio di cui tuttora portano il nome.

Feudatari dopo l’abolizione della feudalità, fecero di tutto per migliorare le condizioni di vita degli abitanti delle terre di loro proprietà, anziché cercare di sfruttarle al massimo – possibilmente risiedendo altrove – come d’uso tra la borghesia rampante che si era accaparrata le terre demaniali dopo la Rivoluzione francese e dopo l’invasione piemontese: questo spiega il reiterato e plebiscitario successo elettorale di Ferdinando Nunziante junior, strenuo difensore dei diritti dei Calabresi al Parlamento italiano; questo spiega la dedizione, nel secondo dopoguerra, dei Nunziante alla “Colonia Agricola Regina Elena”, trasformata in asilo per gli orfani di guerra e quindi affiancata da un istituto di formazione professionale, come i “conservatori” di antica memoria, nati per dare un ricovero agli orfani ed educarli ad un mestiere, preservandoli dai pericoli della strada. Una istituzione che funzionò egregiamente, sotto la guida della famiglia Nunziante, fino all’esproprio negli anni ’70, dovuto al fallimentare progetto siderurgico di Gioia Tauro.

Il venir meno della quercia non ha quindi cancellato l’esistenza dell’alloro: la famiglia Nunziante ha sempre continuato il proprio compito, fino ai nostri giorni, in vista del bene della comunità.

Perché essere aristocratici significa in primo luogo «dimenticare se stessi per servire gli altri».

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L’ALLORO E LA QUERCIA – La famiglia Nunziante e la sua fedeltà alla dinastia Borbone”, di Gianandrea de Antonellis, edito da Edizioni Scientifiche Italiane, è stato presentato nel corso del XXVIII Incontro della Tradizione Cattolica, che si è tenuto come di consueto a Civitella del Tronto, dall’11 al 13 marzo 2016  

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