Processi in videoconferenza: la giustizia spenta con un clic

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Le evoluzioni, come le involuzioni, si misurano col tempo perché appartengono al divenire, quindi ai processi, che possono essere più o meno estesi. Sappiamo che la caduta dell’impero romano è sempre richiamato come l’archetipo di ogni possibile involuzione storica, è la formula convenzionale di un fenomeno degenerativo durato qualche secolo.

Ora però ci troviamo a vivere in un mondo modellato su un’altra misura del tempo e dello spazio, sicché anche i processi involutivi si compiono con una impensabile rapidità, che è rappresentata in modo esemplare dalla famosa immagine dei grattacieli di Manhattan che in dieci secondi si abbassano al suolo in verticale perfetta, per scomparire miracolosamente in una spessa nuvola di polvere.

Di questa contrazione del tempo e degli spazi offerta dalla tecnologia osserviamo con soddisfazione i vantaggi evidenti, cioè la faccia attraente della medaglia. Ma ci dimentichiamo troppo spesso che essa comporta anche una perdita contro natura. Come quando, passando da un luogo ad un altro lontanissimo in un tempo che abolisce lo spazio intermedio, abbiamo perduto senza accorgercene l’esperienza e il senso stesso del viaggio.

C’è anche il caso in cui la tecnologia in via sostitutiva smaterializza un oggetto e mette al suo posto il proprio succedaneo virtuale. Essa ci offre un libro da leggere sullo schermo, che è un po’ come accarezzare l’immagine del gatto al posto del gatto.

Un aliud pro alio, come dicono i legulei. Ma fin qui la cosa rimane ancora affidata alla scelta personale e chi si accontenta di leggere il libro senza sfogliarne le pagine e senza la matita per le sottolineature può continuare a vivere tranquillo come chiunque può vivere bene anche senza gatti.

Le cose cambiano radicalmente quando la tecnologia snatura il contenuto e la funzione stessa dell’oggetto. Quando in via telematica viene sostituita d’autorità una realtà virtuale impalpabile a quella reale in cui gli sguardi si incontrano.

È ovviamente il caso tragico della scuola e quello non meno tragico del processo penale, minacciati dalla via telematica in funzione profilattica. D’altra parte nulla di meglio ci si può aspettare da una classe dirigente che ha potuto impossessarsi della politica forse proprio in quanto epifenomeno di un degrado culturale generalizzato.

La scuola ha subito un continuo processo involutivo innescato di certo molto tempo fa, ben prima che l’ubriacatura tecnologica venisse a minacciarla come ora di un affossamento definitivo. Quella involuzione aveva a che fare con la insensatezza di idee in voga che finiranno per investire tutto l’occidente, ed è stata potenziata secondo una doppia direttrice. Da un lato quella della ignoranza per tutti, perseguita in nome di un fasullo socialismo al ribasso, all’esatto opposto degli obiettivi cui diceva di mirare il socialismo autentico. Dall’altro con la spinta sempre più forte verso l’asservimento della istruzione alle finalità della economia di mercato, con mortificazione progressiva della formazione umanistica, ritenuta in ogni caso troppo elitaria per una ordinata produzione di cervelli omologati. Senza contare la necessità, ritenuta imprescindibile, di adeguare qualitativamente la scuola alle nuove “risorse” fornite dai cosiddetti flussi migratori.

La scuola gentiliana, che aveva fornito all’Italia una classe dirigente di alto profilo culturale capace di produrre la straordinaria ripresa postbellica, ha retto ancora in qualche parte nonostante le progressive amputazioni e qualche suo lacerto, grazie anche a sempre più isolati insegnanti di valore, e qualche suo lacerto è arrivato fino ai giorni nostri. Uno di questi residui preziosi è ancora lo studio della storia della filosofia, di certo in grave pericolo di sopravvivenza insieme alla storia antica e alle lingue morte che gli illuminati più aggiornati hanno una gran voglia di seppellire definitivamente in una fossa comune.

Ma il colpo di grazia da infliggere ad una vera formazione culturale e morale, in perfetta sintonia con le direttive del globalismo europeista, deve essere sferrato adesso con l’annichilimento telematico, capace di cancellare in economia la trasmissione reale, fisica e modulata della educazione attraverso l’istruzione.

La scuola in via telematica non può non essere l’ideale di ogni parvenu, che a qualunque titolo mette le mani su qualcosa che è più grande di lui, o di lei, perché la inadeguatezza intellettuale, culturale e perfino etica sembra essere l’immancabile corredo di chiunque approdi a questo infelice dicastero. Alla scuola demolita governo dopo governo, non poteva non profilarsi la soluzione finale della sorte telematica. 

Ma l’inadeguatezza non affligge soltanto gli addetti alla pubblica istruzione. Anche quelli cui è affidato il Ministero della Giustizia sembrano chiamati proprio perché digiuni della materia, purché provvisti di una qualche creatività. Del resto anche l’uomo di Altamira dipingeva i suoi bisonti senza essere passato per l’Accademia delle Belle Arti.

Il ministro della Giustizia, per esempio, ed è cosa che merita di essere sempre ricordata, parla di “reato penale”. Del resto, pare che l’espressione vada di moda anche tra giovani professionisti in carriera, perché tutti pensano ormai che si possa dare anche un reato civile o amministrativo. Come si potrebbe parlare del pesce acquatico, sia mai che affiori da qualche parte anche il pesce di terraferma.

Ma queste sono quisquiglie, direbbe Totò, che fanno anche ridere. Invece non fa ridere affatto che si sia potuto proporre per decreto un processo penale in via telematica. Anzi, la cosa dovrebbe allarmare tutti perché significa che la demolizione incontrollata di un intero ordinamento giuridico è alle sue battute finali. Del resto, se di fatto è già saltata in aria la Costituzione, cioè le fondamenta dell’edificio, è fatale che vengano giù di colpo anche i muri maestri.

Il processo penale si fonda idealmente sui principi della oralità e della immediatezza. È una idea antica quella per cui il giudice deve avere di fronte l’accusato, guardarlo in faccia da uomo a uomo e guardare in faccia i testimoni, sentire i periti, ascoltare accusatore e difensori, cercare nella realtà umana la faticosa verità processuale. Anche Pilato ha guardato in faccia Gesù Cristo e per questo qualche problema di coscienza se l’è posto anche se la marmaglia gridava là fuori.

Questa idea per cui il convincimento del giudice si deve formare in condizioni di massima libertà possibile, senza essere anchilosato dalle forme scritte, da giudizi pregressi, da prove precostituite, è il proprium del processo penale perché lì sono in gioco i valori primari dell’uomo, la vita, la libertà, l’onore.

Il rispetto solo formale di questi principi non ha di certo risparmiato la ingiustizia, al Cristo come a Tommaso Moro, o a Luigi XVI. Al secondo non è valsa la propria orgogliosa autodifesa, a Luigi la onesta arringa di De Seze. Ma erano processi politici con esito già scritto e, se ogni processo politico va al di là delle regole anche oggi, la necessità che esse vadano rispettate e rafforzate non può essere messa in discussione. Perché quelle regole sono state elaborate con una finalità di garanzia e per un giusto processo, sono il frutto di una conquistata civiltà giuridica, cioè della civiltà tout court.

Il codice di procedura penale entrato in vigore nell’ottobre dell’89, dopo una lunga gestazione, era stato ideato per eliminare quegli aspetti autoritari che il vecchio codice del 1930 conservava nonostante alcuni addolcimenti apportati dalla Corte Costituzionale. È stata eliminata la figura del giudice istruttore che, esercitando una doppia funzione, finiva per incrinare il principio della imparzialità e obiettività propria del giudice e il cui giudizio finiva per condizionare anche il giudice del dibattimento.

Qui, nel vero e proprio cuore del processo, il convincimento del giudice si deve formare liberamente solo grazie allo scontro dialettico tra le parti contrapposte. La riforma mirava ad un vero processo accusatorio ispirato al modello nordamericano che veniva propagandato, fra l’altro, anche in via cinematografica e televisiva. Un modello a dire il vero in sé piuttosto approssimativo e di fatto non esportabile per la totale diversità delle tradizioni giuridiche.

ll nuovo codice non rispettò già dall’inizio tutte le promesse perché esigenze pratiche molto concrete quali quelle del contenimento dei costi e dello sfoltimento del lavoro ebbero la meglio e diedero larghissimo spazio a procedimenti speciali che al dibattimento non arrivano neppure. Le tante riforme parziali successive hanno appannato ulteriormente le finalità primitive. Ma il dibattimento rimane tuttavia, per quanto quasi residuale, come un paradigma irrinunciabile. Come è irrinunciabile l’idea che il giudizio, cosa in sé difficile e delicatissima, specie quando la posta in gioco è molto alta, deve trovare nelle regole della oralità e della immediatezza le condizioni insostituibili per formarsi in modo libero e il più possibile aderente alla realtà dei fatti. E l’oralità e l’immediatezza vanno intese in senso fisico, e non virtuale.

Un processo in via telematica è un processo contro natura perché del giusto processo viene tradita la sostanza e la forma. Come non è naturale ciò che viene creato dall’arbitrio, ma quello che risponde appunto anche ai presupposti ideali delle cose. Che ci si appelli ad Aristotele o a Platone, la conclusione non cambia. Cambia soltanto se la ragione che deve guidare le azioni viene annullata dalla insipienza e dall’ignoranza, armata o meno di tecnologie avanzate.

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