A proposito della sentenza della Consulta sull’ammissibilità della fecondazione eterologa – di Clemente Sparaco

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… stabilire la priorità del diritto della coppia a realizzare una propria determinazione collide inevitabilmente col diritto del bambino, che dovrebbe essere voluto, pensato, cresciuto da coloro che lo generano e avrebbe diritto a sapere di chi è figlio, a conoscere la sua identità. A tal proposito, la Convenzione dell’Onu sui diritti del fanciullo riconosce «il primato dei diritti e interessi del figlio rispetto a quelli degli adulti».

di Clemente Sparaco

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zzfmglIl 10 giugno sono state rese note le motivazione della sentenza n. 162 della Corte Costituzionale del 9-4-2014, che dichiarava costituzionalmente illegittimo il divieto di fecondazione eterologa imposto dalla legge 40 del 2004. Dal 16 giugno, data della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, anche le coppie sterili possono, quindi, accedere alla fecondazione assistita, ricorrendo al seme oppure all’ovulo di un soggetto esterno alla coppia.

La determinazione di avere figli da parte della coppia è stata giudicata dalla Consulta incoercibile, e cioè non comprimibile in alcun modo. “La determinazione di avere o meno un figlio, anche per la coppia assolutamente sterile o infertile concernendo la sfera più intima ed intangibile della persona umana, non può che essere incoercibile, qualora non vulneri altri valori costituzionali” – si legge. La scelta di diventare genitori è stata definita “espressione della fondamentale e generale libertà di autodeterminarsi“. Ma, nella motivazione, si evidenzia anche un punto critico, perché si palesa il rischio di un corto circuito giuridico-morale tra il riconoscimento di incoercibilità della determinazione ad avere figli e la possibilità che siano inficiati altri valori ammessi dalla Costituzione (da qui la postilla: “qualora non vulneri altri valori costituzionali“).

In effetti, stabilire la priorità del diritto della coppia a realizzare una propria determinazione collide inevitabilmente col diritto del bambino, che dovrebbe essere voluto, pensato, cresciuto da coloro che lo generano e avrebbe diritto a sapere di chi è figlio, a conoscere la sua identità. A tal proposito, la Convenzione dell’Onu sui diritti del fanciullo riconosce «il primato dei diritti e interessi del figlio rispetto a quelli degli adulti». Quanto poi all’istituto dell’adozione, cui spesso si è avvicinata la figura della genitorialità derivante dalla fecondazione eterologa, esso è definito come «un mezzo per dare una famiglia a un minore, e non un mezzo per dare un figlio a una famiglia che non ce l’ha».

Ma il linguaggio ha in sé qualcosa di inquietante, perché nel verbo avere è implicito un giudizio di valore sul concepito, che lo assimila ad un oggetto. Il concepito viene declassato da fine a mezzo, da valore a strumento, da persona a cosa. Il desiderio intimo l’ha vinta su altre considerazioni, a partire da quella che un figlio non dovrebbe essere voluto in quanto funzionale ad un mero bisogno affettivo, psicologico, emozionale, ma per se stesso.

La categoria di avere, nel senso di un bisogno da soddisfare, si va a porre poi in un punto di convergenza di una logica economica e della tecnologia.

In quanto rispondente ad una logica economica, il concepito ha un costo di gestione, e la Consulta coerentemente si è preoccupata delle disparità che il vecchio divieto faceva insorgere fra le coppie che avevano mezzi sufficienti per realizzare all’estero la fecondazione eterologa e quelle che non li avevano.Ma pensarlo all’insegna di una categoria economica, significa considerarlo sotto l’aspetto disumanizzante dell’utilità. Il figlio come un utile da perseguire, come un bene da rivendicare, da pretendere lottando contro discriminazioni di natura economica.

In quanto rispondente alla logica della tecnologia, il bambino si trasforma nel prodotto di una filiera biomedica. Egli è il risultato di una tecnica di produzione e, in quanto tale, è programmato e realizzato, è il portato degli straordinari progressi della tecnica medica, che abbattono i limiti naturali, permettendo anche alle coppie infertili di ottenere quanto sembrava precluso. “La cultura giuridica si rimette al dominio della tecnoscienza, legittimandone lo strapotere” (così in un comunicato di Scienza & Vita).

Il bambino preteso ed il bambino accolto.

Nel momento in cui il figlio si trasforma in un “prodotto“, in un “oggetto“, si stravolge il senso stesso della generazione, perché la logica della produzione di un oggetto costituisce una contraddizione del significato specificamente umano del procreare. Cambiando lo statuto della generazione, cambia anche la comprensione dell’uomo in quanto tale, perché la persona è coinvolta nella sua finalità. Cambiano le relazioni fondative dell’identità personale, a partire da quella più originaria, e cioè la relazione madre-figlio. Nel contempo, muta lo statuto della coppia umana, perché quelle tecniche separano l’atto generativo dall’atto unitivo, snaturando inevitabilmente la natura relazionale della generazione.

Pertanto, ammettere il diritto al figlio è non cogliere una sottile distinzione. E’ sfumare la differenza fra diritto e capriccio, è sottomettere la vita all’arbitrio e all’ostinazione, che forza i limiti segnati dalla natura. Perché il bambino preteso è il contrario del bambino accolto. Il desiderio, infatti, può sconfinare in qualcosa di morboso, che impropriamente si ammanta del nome amore. Né l’amore può essere confuso con qualcosa che si origina dalla determinazione solitaria di un’intimità contratta e ripiegata sui suoi conati, sulle sue aspirazioni e disperazioni.

C’è da fare una distinzione anche qui fra la purezza dell’amore e il possesso, fra ciò che è in grado di considerare (e quindi di trattare) il figlio nella sua identità e dignità di persona e ciò che non lo è. I figli non si hanno né si posseggono. Semmai si aiutano ad essere.

Se ci si fermasse a considerarli come un nostro avere non si sarebbe in grado di superare la distanza tra le nostre determinazioni personalistiche, fra il nostro egoismo bramoso di ottenere e la capacità che è propria dell’amore di dilatare il nostro io al di là del proprio mondo, oltre la propria solitudine, oltre le proprie idiosincrasie.

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7 commenti su “A proposito della sentenza della Consulta sull’ammissibilità della fecondazione eterologa – di Clemente Sparaco”

  1. Sono perfettamente d’accordo! Aggiungerei che dobbiamo avere ben presente che il sorgere della vita umana – di ogni vita umana – nel momento della fusione delle due cellule germinali recanti il patrimonio genetico paterno e materno (di ‘quelle’ due cellule: avviene una scelta fra milioni di combinazioni possibili), è atto creativo di Dio. Il Padre-creatore della vita- chiama a collaborare con Lui la coppia che è Sua santa volontà sia unita nell’amore, nel vero amore, ossia in una promessa per tutta la vita (matrimonio indissolubile). Egli vuole i genitori suoi con-creatori, solo loro e non terze persone come avviene con la fecondazione in vitro. La fecondazione artificiale extracorporea (sia omologa che eterologa) è intrinsecamente perversa (si legga il documento ‘Donum Vitae’ della Congregazione per la Dottrina della Fede del 22/2/1987 firmato dal Card.Ratzinger) per cui, di conseguenza, sono gravemente ingiuste le leggi che autorizzano un tale modo di procreazione. Ricordiamoci anche che un desiderio non è un diritto: non esiste il diritto al figlio.
    Ricordiamoci che il Signore Gesù ha detto: “Non separi l’uomo ciò che Dio ha unito”. Questo ammonimento come non sentirlo applicato , oltre che al matrimonio, anche alla generazione extracorporea dove c’è separazione addirittura fra il concepimento e la gestazione ???

    1. “non esiste il diritto al figlio”

      Per la Corte Costituzionale esiste il diritto a provare ad averlo con ogni procedura possibile.
      Il problema è che ogni sentenza della Corte Costituzionale sarà sempre in contrasto con i principi da Lei enunciati… questo perché la Corte non si pronuncia seguendo i dettami della morale Cristiana, ma secondo quelli della Costituzione… e non è la stessa cosa.

      1. La Fecondazione Eterologa mi sembra una cosa assurda… in ogni caso il bambino non sarà figlio di uno dei due genitori. A questo punto meglio l’adozione.

      2. Qui siamo oltre lo schiavismo, che è il disporre arbitrariamente di un’altra persona: qui siamo al “Ti FACCIO secondo la mia voglia – Scarto tutti i “prototipi non ben riusciti” – Alla fine do il bollino di “figlio” a quel prototipo che in quel momento mi aggrada”. Tutto ciò non risulta nel testo della Costituzione, né in quelli dell’ostetricia.
        Logica conseguenza dell’aver etichettato “prodotto del concepimento” quel piccolo che convive intimamente con la madre per nove mesi (o fino a quando non gli viene tolta la vita)

        1. Ha ragione, caro Raffaele, tutto ciò è molto peggio dello schiavismo e tutti i tipi di FIVET, sia omologa che eterologa, comportano degli OMICIDI, perchè fra tutti gli embrioni prodotti moltissimi (i “prototipi non riusciti”) vengono scartati: la sentenza della consulta, ancor più che una sentenza immorale è una sentenza omicida, un ulterire passo in avanti della cultura della morte, fra il silenzio colpevole della (maggior parte della) gerarchia cattolica!

      3. Clemente Sparaco

        Non penso che sia da porre in primo luogo il rispetto di principi confessionali, ma il rispetto del bambino. Non c’è solo la coppia come parte in causa (sia essa fertile o infertile), ma c’è il bambino.
        Da quando è stata ammessa la liceità dell’aborto questo principio è andato smarrito. Tuttavia, noi ci dobbiamo sforzare di smuovere le coscienze dall’indifferenza. Oggi nessuno si meraviglia che centinaia di migliaia di bambini siano (solo in Italia) ogni anno abortiti, come se si trattasse di un mezzo normale per interrompere una gravidanza indesiderata, ma quando fu varata la Legge 194 si parlò di tutela sociale della maternità. Invece la legge non è stata mai applicata per mettere le donne in condizione di non abortire, per essere libere di non abortire. Si è imposta l’idea della sovranità riproduttiva della donna, per cui un bambino esiste solo se la madre lo vuole. Al capo opposto abbiamo la fecondazione artificiale e l’ultimo pronunciamento della Consulta sull’ammissibilità della fecondazione eterologa. Al capo opposto, ma figlia della stessa logica. Così il diritto giudicato incoercibile ad avere un figlio (legge 40) è lo specchio fedele del diritto altrettanto incoercibile a non averlo (legge 194).
        Ebbene, ripartiamo da qui. Difendiamo il diritto del bambino. Scuotiamo le coscienze. Forse un domani si chiederanno come nella nostra epoca non si avesse questa elementare sensibilità o la si fosse persa del tutto.

  2. Ravviso una sottile nequizia del giurista nel trattare di diritto a generare. certamente nessuno può essere impedito da generare figli potendo, farlo. Qui la legge deve farsi garante della sua AUTODETERMINAZIONE. MA NON è QUESTO è IL CASO DELLA COPPIA CHE RISULTI COMPLETAMENTE E INCURABILMENTE STERILE. Io che sono affetta da grave miopia, non posso chiedere alla legge di consentirmi di guidare un aereo. (Si licet parva componere magnis)

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