PROSPETTIVE DELL’ANNO DELLA FEDE – di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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di P. Giovanni Cavalcoli, OP

 

Papa

 

L’idea del Papa di indire, a partire dal prossimo ottobre, un “Anno della Fede”, è stata più che opportuna e certamente provvidenziale. Del resto come potremmo pensare che non sia sensibile alla questione della fede chi, oltre che ad essere adesso Vicario di Cristo,  per vent’anni è stato a capo del Dicastero Romano deputato a correggere coloro che errano nella fede?

Ecco dunque, per lanciare e guidare questa iniziativa, la pubblicazione da parte di Benedetto XVI, del motu proprio “Porta fidei” dell’anno scorso, lettera ricca di motivi, di incitamenti e di spunti, su alcuni dei quali, che mi son parsi particolarmente significativi, vorrei fermarmi brevemente.

Il Papa all’inizio accenna al “fondamento della Fede”, che ovviamente per il cattolico è Cristo stesso, che si rivela all’uomo con la sua divina autorità e con i segni di credibilità – i miracoli e le profezie -, dei quali parla il Concilio Vaticano I. Occorre però distinguere questo “fondamento” divino che impegna Cristo stesso e il suo Spirito di Verità, dalla virtù e dall’atto della fede, che riguardano noi, benchè naturalmente sempre in quanto illuminati da Cristo. Tuttavia, se il primo si può dire fondamento “oggettivo” della fede, questo secondo aspetto possiamo chiamarlo fondamento “soggettivo”.

Esso (il pius credulitatis affectus del quale parla il Vaticano I) consiste preliminarmente nella percezione e accettazione delle ragioni o motivi del credere, ossia dei segni di credibilità, appunto i miracoli e le profezie e per conseguenza, nella nostra adesione responsabile ed intelligente alla Parola di Dio che Cristo ci comunica per il tramite della Chiesa sotto l’ispirazione dello Spirito Santo.

Il Papa accenna più avanti all’importanza del cammino che conduce alla fede e sul quale dobbiamo aiutare coloro che sono aperti alla verità cristiana e non l’hanno ancora trovata: “Non possiamo dimenticare che nel nostro contesto culturale tante persone, pur non riconoscendo in sé il dono della fede, sono comunque in una sincera ricerca del senso ultimo e della verità definitiva sulla loro esistenza e sul mondo. Questa ricerca è un autentico “preambolo” alla fede, perché muove le persone sulla strada che conduce al mistero di Dio. La stessa ragione dell’uomo, infatti, porta insita l’esigenza di “ciò che vale e permane sempre”. Anche qui siamo nel campo di competenza della teologia fondamentale.

Il Papa poi enuncia gli scopi di questo Anno della Fede: “riscoprire ed approfondire la fede” con spirito di “conversione”, e da qui prendere l’impulso per la nuova evangelizzazione che oggi è più che mai urgente.

Potremmo chiederci in che cosa può consistere questa “conversione” nel campo della fede. Evidentemente consiste nella correzione di eventuali errori nella fede nei quali magari anche solo involontariamente fossimo incorsi, quindi consiste in un’informazione più attenta, umile e fedele di quelli che sono gli autentici contenuti della fede in piena fiducia nel Magistero della Chiesa. Correggere questi errori non solo in noi stessi ma anche negli altri, una volta che li avessimo accertati e che questi altri si lascino correggere.

Il Papa infatti non ignora, come egli stesso dice, che “una profonda crisi di fede ha toccato molte persone”. Non è la prima volta che lo dice e ciò è confermato dal parere di autorevoli studiosi i quali da tempo notano come nella lunga storia del cristianesimo mai è avvenuta all’interno della Chiesa una crisi di fede “in alto e in basso” dalle proporzioni così gravi e vaste come quella odierna, senza che peraltro molti se ne accorgano o vi diano peso e che quindi si corra ai dovuti ripari.

Si è diffusa un’enorme leggerezza o irresponsabilità nel campo delle dottrine di fede – il famoso “relativismo” -, come se esse fossero facoltative o non avessero incidenza nella “vita” o potessero essere liberamente determinate da qualunque cristiano secondo i suoi gusti o la sua coscienza soggettiva. Molti “cattolici” sembrano dire: “lasciamolo parlare questo Papa, tanto non ci fa nulla e possiamo continuare a fare come ci pare”.

Sembrano, questi, purtroppo essere i frutti amari del cosiddetto “libero esame” luterano ormai diffusosi anche nei nostri ambienti cattolici a causa di un malinteso ecumenismo. Potremmo immaginarci una cosa del genere nel campo della medicina o della salute pubblica o della convivenza civile? Non andrebbe tutto a catafascio? Non sarebbe una cosa intollerabile? Non si interverrebbe subito con drastici interventi?

E perché una simile incoscienza o indifferenza nel campo della fede, che mette a repentaglio il nostro destino eterno? Ma allora ci crediamo veramente in questo destino eterno? E se ci diciamo “cattolici”, perché non ci fidiamo del Magistero della Chiesa e crediamo che la verità (se crediamo alla verità) sia dalla parte nostra o di quella del teologo di moda o della nostra “corrente”?

Il Papa poi ricorda bensì che “la Parola di Dio è trasmessa dalla Chiesa in modo fedele”: ma quanti tra noi cattolici (non parlo evidentemente dei protestanti) crediamo ancora a simili dichiarazioni? Papa Ratzinger inoltre ricorda quanto disse un giorno Paolo VI, ossia che “occorre “un’autentica e sincera professione della medesima fede”.

E’ questo un grave punctum dolens: siamo tutti concordi nella medesima fede? Non ci facciamo troppo spesso una “fede” per conto nostro? Quanti di noi restano convinti dell’immutabilità dei concetti di fede? O forse sono ingannati dall’evoluzionismo proprio del modernismo? Il Papa ricorda questa essenziale caratteristica del cattolicesimo: dobbiamo “trasmettere – egli dice – alle generazioni future la fede di sempre”: dunque immutabilità delle verità di fede e delle nozioni che le esprimono.

Nel contempo però non cessa mai e non deve mai cessare una sempre migliore conoscenza del dato di fede. Ecco il progresso dogmatico. Dice il Papa: “I contenuti essenziali che da secoli costituiscono il patrimonio di tutti i credenti hanno bisogno di essere confermati, compresi e approfonditi in maniera sempre nuova al fine di dare testimonianza coerente in condizioni storiche diverse dal passato”.

Osserverei, e qui mi unisco a molte voci di cattolici autentici, voci che oggi stanno moltiplicandosi, che bisogna sì recepire le nuove dottrine conciliari basate sulle verità di fede tradizionali, ma bisogna anche esaminare seriamente l’opportunità o la necessità di rivedere alcune direttive pastorali o giuridiche, le quali, dopo cinquant’anni di esperienza, hanno dimostrato di non portare quei frutti che all’inizio ci si aspettava ed anzi hanno dato risultati negativi.

Occorre vedere se non sarà il caso di riprendere, in campo liturgico, pastorale o disciplinare, alcune pratiche che in passato hanno dato buoni frutti, mentre ci stiamo accorgendo che l’averle abbandonate produce frutti amari. Non sarebbe la prima volta che la Chiesa deve modificare, abolire o mutare leggi o disposizioni che alla prova dei fatti, si rivelano controproducenti o dannose. Spesso un Concilio viene per rimediare ad errori pastorali (non dottrinali!) di un Concilio precedente. Apprezzare il Vaticano II non può voler dire farne un idolo. Abbiamo visto qualcosa in questo senso nel motu proprio del Papa che rivalorizza la Messa Tridentina.

Il Papa poi accenna alla soprannaturalità della fede: “Solo credendo la fede cresce e si rafforza”. La fede, una volta raggiunta, certamente si rafforza grazie alla sua soprannaturale energia intrinseca che viene da Dio ed è dono di Dio, per cui è Dio stesso che la rafforza. Da qui la necessità di chiedere a Dio che irrobustisca la nostra fede, per cui essa aumenta grazie alla forza stessa della nostra volontà di credere ed alla nostra più forte adesione volontaria alla verità di fede.

Ma il Papa non esclude assolutamente che anche noi abbiamo una responsabilità nel rafforzare la nostra fede, e tale responsabilità  consiste nel consolidare e confermare i motivi che ci hanno condotto e che ci conducono alla fede. Questo è il compito di una sana teologia apologetica o, come anche la si chiama oggi, “teologia fondamentale”. Poco dopo infatti il Papa stesso accenna alle “ragioni per cui si crede”.

Interessante è anche il riferimento alla fede della Chiesa. Dice infatti il Papa: “E’ la Chiesa il primo soggetto della fede”. Come appare chiaramente dal contesto, il Papa non intende escludere il valore primario, fondamentale ed irrinunciabile dell’atto personale del credere, ed anche un modo proprio di ciascuno di concepire la propria fede, ma si riferisce al fatto che questo atto vale in quanto riflette la fede della chiesa, la fede che il singolo stesso ha ricevuto dalla Chiesa e perchè ha creduto nella Chiesa che glie lo ha insegnato. La fede del singolo non è una fede inventata da lui per conto suo, ma è la stessa fede della Chiesa, ossia la fede di ogni figlio della Chiesa.

Infatti il credere (fides qua) della Chiesa in concreto è l’espressione, la somma e il risultato degli atti di fede dei singoli credenti, giacchè, se non ci fossero i credenti, non ci sarebbe la Chiesa. Invece i contenuti (fides quae) del credere appartengono prima alla Chiesa che ai singoli, e la Chiesa li trasmette ai singoli, la cui fede in tal senso vale se è la fede della Chiesa.

Il Papa accenna anche a difficoltà che oggi colpiscono la retta fede: “La fede, infatti, si trova ad essere sottoposta più che nel passato a una serie di interrogativi che provengono da una mutata mentalità che, particolarmente oggi, riduce l’ambito delle certezze razionali a quello delle conquiste scientifiche e tecnologiche”.

Esiste però anche per la fede il pericolo opposto di essere falsata ed umiliata da un presuntuoso ed arrogante gnosticismo, facente sfoggio di alta spiritualità se non di “genialità”, il quale pretende di conoscere o addirittura “sperimentare” Dio meglio di quanto ci venga comunicato dalla Chiesa o dallo stesso Gesù Cristo. Si tratta di un prometeismo o di un panteismo o di un esoterismo o di una falsa mistica presenti non solo tra certi cattolici ma anche e soprattutto in certe sètte o altre religioni.

Nel documento pontificio ci sono altri spunti interessanti, che richiedono la nostra attenzione. Qui nello spazio di un breve articolo, mi sono limitato a quelli che mi paiono maggiormente stimolare la nostra riflessione. L’impegno che sorge da queste indicazioni del Pontefice è naturalmente quello di pensare sin da adesso a tutte quelle iniziative personali e comunitarie che possono rispondere con efficacia e zelo di carità alle aspettative del Santo Padre.

Bologna, 16 maggio 2012

 

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