PSICOANALISI DELL’ATEOLOGIA ULTRAMODERNA – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

 

Fu lui che io volli scoprire: l’essere autentico, il vecchio uomo in noi, quello che il Vangelo aveva rifiutato, quello che tutto, intorno a me, libri, maestri, genitori e io stesso, ci eravamo sempre sforzati di sopprimere André Gide, “L’immoralista”.

 

Nel saggio Modernità”, Augusto Del Noce ha descritto il primo movimento attuato dalle filosofie immanentistiche sul cammino dell’ineluttabile regresso: “L’espunzione del soprannaturale può prendere varie forme. Mi limito qui ad accennare all’hegelismo, per cui la filosofia moderna è la filosofia cristiana, il cristianesimo che si esprime nella forma di filosofia; e il passaggio nel successivo periodo da Hegel a Nietzsche, al post – o all’anticristianesimo e in cui l’ateismo (inteso nel senso forte di scomparsa dello stesso problema di Dio) si sostituisce alla posizione del divino immanente; chiarimento dell’irreversibilità di questo processo e sua interpretazione come crisi dell’idea di modernità [1].libr del noce

Alla fine degli anni Quaranta, peraltro, Eric Voegelin aveva già diagnosticato la malattia che affligge lo spirito moderno, l’irrazionalità, che trascina l’apostasia nell’abisso della falsa mistica: “Marx era spiritualmente malato, e il sintomo più evidente della sua malattia lo abbiamo individuato nella paura dei concetti critici della filosofia in generale. Egli rifiuta di esprimersi in termini che non siano concetti precritici e non analizzati[2].

L’anomala e infondata filosofia di Marx fece violenza all’ultracogitante ma coerente ragione di Hegel, costringendola a sbarcare su lidi abbacinati dalla fantasticheria utopiana: “La sua [di Hegel] filosofia della storia era una contemplazione dell’attuale manifestazione dell’Idea nella realtà, la quale non poteva mai coincidere con il proposito dell’agire umano. … Lo gnosticismo di Hegel era contemplativo. … Invece di abbandonare la gnosi ripristinando la vera contemplazione, Marx abbandonò la contemplazione traducendo lo gnosticismo in azione[3].

Voegelin sostiene addirittura che i testi marxiani “Rivelano in modo apertamente esplicito i sintomi della logofobia, con profonda intensità, come una paura disperata e odio della filosofia … Non si tratta della paura di un particolare concetto critico, come l’Idea di Hegel, ma dell’analisi critica in generale. Sottomettersi all’argomento critico potrebbe a un certo punto condurre al riconoscimento di un ordine del logos, di una costituzione dell’essere. Ciò comporterebbe che l’idea rivoluzionaria di Marx, quella di istituire un regno della libertà e di trasformare la natura dell’uomo attraverso la  rivoluzione,  si  rivelerebbe  un’assurdità  blasfema  e  inutile  qual  è realmente [4].

Dal suo canto, Antonio Livi ha dimostrato che la sequela coerente del principio affermato da Marx nel “Capitale” [“Non esistono leggi astratte. Ogni periodo storico ha le sue proprie leggi. … Appena la vita si è ritirata da un dato periodo storico ed è passata da uno stadio all’altro, comincia ad essere governata da leggi diverse”] trascina al relativismo assoluto.

Opportunamente Livi fa notare che “fuori dalla dottrina ufficiale del comunismo sovietico, si sono sviluppate teorie che sostengono la rivoluzione permanente e che finiscono per avvicinarsi all’anarchismo[5].

Si conferma ad ogni modo che “la malattia spirituale marxista … consiste nell’auto-divinizzazione e nell’auto-salvezza dell’uomo. Un logos intramondano della coscienza umana è il sostituto del logos trascendente[6].

Intesa a superare l’ideologia marxista, gli atei dei tempi ultimi oltrepassano il limite conosciuto da Voegelin e dal Del Noce.

Quasi intendessero confermare il noto detto di Gilbert Keith Chesterton sulla sterminata credulità dei non credenti, infatti, i divulgatori dell’ateismo ultimo estraggono dal cappello a cilindro dell’eterodossia ebraica una religiosità alterata dalle mitologie pagane e oppressa da una teodicea capovolta e incubosa.

Ora la novità da cui dipende la trasformazione dell’ateismo in mistica ateologica ultramarxiana è fedelmente commentata e lodata dal giubilante Emanuele Severino, il quale scrive: “Per Marx Prometeo è l’antitesi di Cristo (mediatore tra Dio e l’uomo) per  Ernst Bloch Prometeo è l’anticipazione sostanziale di Cristo, che, dicendo di essere Dio, come Prometeo strappa al vecchio dio biblico il fuoco della verità e della potenza, riappropriandosi di ciò che dio aveva usurpato all’uomo[7].

Di seguito Severino quasi delirando sostiene che “Bloch può parlare del serpente come essere sovversivo e salvifico e dire che il serpente del paradiso è sopra tutto in Gesù, anzi Gesù ne è l’ultima e più alta reincarnazione, dopo Eva, Adamo, Caino, Giobbe (che per Bloch non è colui che si riconcilia con Dio ma colui che in Goel invoca il suo vendicatore). In questo modo Gesù diventa il simbolo della liberazione dell’uomo da ogni schiavitù, e non è quindi la croce, ma la resurrezione, l’acme della vita dell’Uomo-Dio,cioè dell’uomo che vuol diventare lui ciò che erroneamente aveva posto in dio[8].

La teoria marxiana, che afferma l’incompatibilità della filantropia esemplarmente interpretata da Prometeo (il provvidente) con l’obbedienza di Cristo al volere del Padre, implica uno svilimento dell’immagine divina, una svalutazione che corre incontro alla teologia di Eschilo, contemplante la somma ingiustizia di Zeus [9].

Alla medesima conclusione giunge, per la via opposta, cioè l’assimilazione di Cristo a Prometeo, Ernst Bloch, che rappresenta un Cristo ribelle alla cattiva volontà di Dio Padre.

La tesi di Bloch sul capovolgimento della teologia biblica è indirettamente confermata da Gershom Scholem, il quale ha accertato la presenza in ambienti ebraici di una tenebrosa dottrina: “L’eresia mistica porta in certi gruppi a conseguenza più o meno velate di carattere nichilistico, a un anarchismo religioso su basi mistiche, che, col favore  delle  circostanze,  ebbe  una  parte  notevole  nell’intima preparazione dell’illuminismo  e  della  riforma  dell’ebraismo  del  secolo  XIX[10].

A proposito di tale eresia, Jean Doresse sostiene che punto di partenza dello gnosticismo “fu il momento in cui alcuni esegeti pensarono di stabilire una distinzione tra il Dio supremo e il creatore di questo basso mondo, in precedenza identificati tra di loro[11].

Un risultato della riforma ottocentesca dell’ebraismo cui accennava Scholem è la teoria di Sigmund Freud, che afferma la presunta origine egiziana  di Mosé per dimostrare l’estraneità d’Israele alla religione monoteista.

In una lettera indirizzata a Lou-Andreas Salomé e datata 6 gennaio 1935, Freud sostiene, infatti, che “Mosé non era ebreo, bensì un nobile egiziano, alto dignitario, sacerdote, forse un principe della dinastia reale, uno zelante seguace della fede monoteista che il faraone Amenofi IV impose intorno al 1350 a. C. come religione di Stato Allorché, alla morte del faraone, questa nuova religione fu abolita e la diciottesima dinastia si estinse, quell’uomo ambizioso mosso da così grandi mire aveva perduto tutte le sue speranze e decise di lasciare la patria per crearsi un nuovo popolo, che egli volle educare alla grandiosa religione del suo maestro []. Con l’elezione e il dono della nuova religione egli creò l’ebreo[12].

Padre Giovanni Cucci sostiene che: “Negare a Mosé la cittadinanza ebraica significava per Freud eliminare la pretesa di Israele di essere un popolo speciale, scelto da Dio, una cosa per lui assurda e foriera di un’eredità pesantissima in termini di sofferenze e persecuzioni continue nella storia[13].

Nel saggio sulla questione ebraica, Marx aveva d’altra parte sostenuto che l’emancipazione degli ebrei dipendeva dall’abbandono della religione di Mosé. Al proposito Gilson notava: “Marx era anzitutto un rivoluzionario ossessionato dal desiderio di aiutare Israele a soddisfare la sua aspirazione più profonda, cessare di esistere[14].

De-ebraicizzato Mosé e ridotta la teologia veterotestamentaria a invenzione faraonica, la dissidenza ebraica si è appiattita su quei filosofi pagani (Democrito e Epicuro) che, come ha ampiamente dimostrato Sant’Ireneo di Lione nel “Contra haereses”, nei primi secoli dell’era cristiana, ispirarono i banditori dell’eresia gnostica.

Ernst Bloch, Walter Benjamin (e al loro seguito Simone Weil [15],  Horkheimer e Adorno [16], Hans Jonas e Jacob Taubes) diedero prova di inflessibile coerenza, facendo avanzare il pregiudizio antibiblico fino alla sconcertante approvazione del neopaganesimo circolante nella Germania nazista scopertamente e/o sotto il travestimento neognostico [17].

Jacob Taubes rammenta, infatti, che “Ernst Bloch ha riflettuto in modo molto approfondito sul fatto che i nazisti si erano appropriati di motivi autentici e che era necessario sottrarli ad essi. Il programma di Benjamin è analogo: strappare alla reazione i motivi autentici, penetrando in terra nemica per raccoglierli[18].

Paolo Pasqualucci dimostra, appunto, che l’ideologia di Benjamin prende le mosse da una incandescente passione atea e da un irriducibile pregiudizio antimetafisico, che si esprime ripetendo ed esasperando gli argomenti  nietzschiani.

L’illustre pensatore scrive infatti: “Benjamin coglie con innata sensibilità vetero – testamentaria il carattere apocalittico dell’immagine del regno di Dio. Tuttavia egli ne espunge, da vero ateo, qualsiasi prospettiva di salvezza e quindi ogni autentico significato, ogni significato di liberazione trascendente, eterna: resta solo la distruzione l’ineluttabilità di una fine, alla quale il mondo degli individui sensibili non può voler aspirare: arriva, la morte arriva ma non è accettata. Rappresentarsi il Regno di Dio come pura distruzione di quello mondano e quindi in una luce offuscata dall’ombra del mondo distrutto, è coerente con la definizione del Messia, la cui opera viene presentata come qualcosa di gratuito e di immotivato, che esiste solo perché (e se) si vuole un Messia”.

Postulata la perfetta indifferenza della fede biblica alle profonde aspirazioni dell’umanità è dichiarato anche la necessità di profanare la teologia e devastare la metafisica [19] Con puntuale riferimento a Freud e a Benjamin, il rabbino ateo Jacob Taubes sostiene che il mito gnostico (“che arriva dalle zone periferiche dell’ebraismo delle origini, dalla Samaria, la Siria, la Transgiordania  e  Alessandria”  ed  è  perciò veicolo delle verità più antiche [20]) rappresenta “un ateismo più radicale di quello degli illuministi e di Marx perché afferma la superiorità dell’uomo sul Dio rivelato”.

Per un mostruoso paradosso, la suggestione neopagana diffusa dalla propaganda nazista indirizzò l’ultramoderno Taubes allo gnosticismo marcionita.

Nelle parole dell’avanguardista postcomunista si manifesta il catastrofico esito dell’umanesimo ateo:    “Nel mito gnostico il dominatore del mondo e suo demiurgo viene istruito con le seguenti parole: noli mentiri Jaldabaoth, est super te pater omnium primus Anthropus[21].

Il lumi della modernità sono inghiottiti dalle tenebre rabbiose di una mitologia arcaicizzante che “vive ribellandosi alla dottrina monoteistica del potere e della creazione del Dio oltremondano. Nella protesta della gnosi tardoantica si manifesta anche il riconoscimento dei limiti che la religione rivelata ha posto tra il Dio creatore e la creatura” [22].

 


[1] Cfr. Augusto Del Noce, “Modernità Interpretazione transpolitica della storia contemporanea”, a cura di Giuseppe Riconda, Morcelliana, Brescia 20072, pag. 35.

[2] Eric Voegelin, “Dall’illuminismo alla rivoluzione”, Gangemi editore, Roma 2004, pag. 288.

[3] Eric Voegelin, “Dall’illuminismo alla rivoluzione”, op. cit., pag. 303.

[4] Eric Voegelin, “Dall’illuminismo alla rivoluzione”, Gangemi editore, Roma 2004, op. cit., pag. 289.

[5] Cfr.: “Cristo non è Marx”, in “Fogli” periodico mensile, Verona ottobre 1975.

[6] Eric Voegelin, “Dall’illuminismo alla rivoluzione”, op. cit. pag. 304.

[7] Cfr.: Emanuele Severino, “La strada La follia e la gioia”, Bur, Milano 20082, pag. 205..

[8] Ibidem.

[9]Prometeo”, Episodio IV.

[10] Citato da Giulio Busi nell’introduzione a “Le grandi correnti della mistica ebraica”, Einaudi, Torino, 1993, pag. X. David Bakan (cfr. “Freud e la tradizione mistica ebraica”, Edizioni di Comunità, Milano 1977, pag. 106 e seg.) sostiene che Freud dipende da Jacob Frank, un predicatore eterodosso del XVIII sec., che annunciava la fine delle vecchia Torah

[11] Cfr.:”Origini dello gnosticismo”, in Aa. Vv. (Jean Doresse, Kurt Rudolph, Henri-Charles Puech), “Gnosticismo e manicheismo”, Laterza, Bari 1977, pag. 47.

[12] Citato da Giovanni Cucci s. j., cfr. “Freud e Mosé” in “La Civiltà cattolica”, quaderno 3813, maggio 2009.

[13] Ibidem.

[14] Cfr.: “L’ateismo difficile”, Vita e Pensiero, Milano 1983, pag. 34. La passione anti -identitaria di Marx e di Freud è stata portata all’incandescenza dal wagneriano Otto Weininger, che si suicidò per annientare in sé la discendenza ebraica.

[15] La Weil manifesta la sua avversione all’ebraismo mediante il paragone con l’imperialismo pagano: “Israele poteva resistere a Roma perché (così nel testo) le rassomigliava, e così il Cristianesimo nascente portava la macchia romana ancor prima di diventare la religione dell’Impero”, cfr. “Quaderni”, III, Adelphi, Milano, 1988, pag. 205.

[16] Nella loro fondamentale opera, Horkheimer e Adorno sostengono che la teologia veterotestamentaria, “nella sua remota astrattezza” rafforza il terrore davanti alla natura “e supera, in violenza ineluttabile, il verdetto più cieco, ma per ciò stesso più ambiguo, dell’anonimo destino”, cfr. “La dialettica dell’illuminismo”, Einaudi Reprints, Torino 1974, pag. 189.

[17] Al proposito degli autori citati, Pier Paolo Ottonello parla di “schegge eiettate dal cratere del nichilismo nietzscheano … ed oggi globalmente spalmate dallo strato cinereo heideggeriano, seducente per estetizzanti rilucimenti di echi teutonicamente vaticinanti di animismi protomediterranei” , cfr.: “Antiaccademici e maledetti”, Marsilio, Venezia 2004, pag. 146.

[18] Cfr.: “La teologia politica di san Paolo”, Adelphi, Milano 1997, pag. 157.

[19] Cfr. “La rivoluzione come messia”, rivista “Trimestre”, gennaio  – giugno 1977, e “Felicità messianica”, “Rivista internazionale di filosofia del diritto”, 1978, fasc. IV.

[20] Jacob Taubes, “Il mito dogmatico della gnosi”, in “Messianismo e cultura”,  Garzanti, Milano 2001 pag. 325. In un saggio del 1957, Taubes aveva attribuito la stessa intenzione antipaterna a san Paolo: “La religione mosaica è stata una religione del Padre, Paolo, invece, è stato il fondatore di una religione del Figlio”. Cfr. “La religione e il futuro della psicoanalisi”, in “Messianismo e cultura”, op. cit. pag. 118. Il tema della gnosi paolina è sviluppato sistematicamente nel saggio “La teologia politica di san Paolo”.

[21]Il mito dogmatico della gnosi”, op. cit., pag. 327.

[22] Cfr. “Il mito dogmatico della gnosi”, in “Messianismo e cultura”, op. cit., pag. 324. Il saggio è stato scritto da Taubes nel 1971. Sull’eresia marcionita cfr.: Ceslao Pera, “Dionigi il mistico”, a cura di Aldo Rizza, L’Arca, Torino 1999, pag. 55 e seg..

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