Fin da quanto ho raggiunto l’età della ragione politica, ho sempre pensato che “quelli di sinistra” (definizione assai ampia e “inclusiva”, per usare un termine che a loro piace molto), fossero tutti matti. E quando dico “matti”, non uso questo termine in modo discorsivo e familiare in luogo di “strambi”, “strani” o significati simili. No, intendo proprio matti, nel senso più pieno del termine. Come non notare, in “quelli di sinistra” – sinistra intesa, per usare ancora il loro linguaggio, come “campo largo” – una negazione della realtà visibile, concreta, fattuale, evidente? La negazione della realtà, il dissociarsi da essa, è una forma di follia. Pensiamo ad affermazioni come: “i sessi non esistono”, “l’uomo è il cancro della terra”, “i migranti sono una risorsa e ci pagano le pensioni”, “le razze umane sono un’invenzione”, “i peti delle vacche generano catastrofi ecologiche”: sono frasi che una persona psicologicamente sana e cognitivamente solida potrebbe pronunciare? Certamente no. Eppure le troviamo letteralmente citate nei loro giornali, nei loro libri, nei loro documenti.

D’altronde, per alcuni dei loro intellettuali, i matti siamo noi, e bisognosi anche di cure. Per Massimo Recalcati, psicanalista lacaniano, onnipresente nei media e in TV, con un curriculum più lungo persino di quello di Sabino Cassese: “I sovranisti sono malati di mente”. Secondo Gilberto Corbellini, storico della medicina e copresidente dell’eutanasica associazione Luca Coscioni, quello di destra è un “uomo basico, che non ha sviluppato sufficienti strumenti cognitivi”. Non solo, questo sostenitore del “suicidio per tutti”, ha proposto la somministrazione di un ormone denominato “ossitocina” a tutti coloro che non amano l’invasione degli afro-musulmani. Questo ormone, combinato con una certa dose di un “condizionamento sociale” (così viene inquietantemente definito), dovrebbe diminuire l’ostilità degli italiani nei confronti dei suddetti invasori. Di più, tale Maddalena Marini, ricercatrice presso l’Istituto Italiano di Tecnologia di Ferrara, ha proposto l’utilizzo di “strumenti che inducono nel cervello piccole correnti elettriche” per ridurre il “pregiudizio etno-razziale” di quelli che loro definiscono xenofobi o, peggio, razzisti. La fonte non precisa se, secondo tale ricercatrice, il “trattamento” debba essere su base volontaria od obbligatoria, come negli ospedali psichiatrici dell’URSS. Non molto tempo fa l’autorevole (autorevole?) Rivista di Psichiatria ha pubblicato un articolo di tale professor Giuseppe Bersani, specialista in Psichiatria, Criminologia Clinica e Psichiatria Forense. Secondo costui, chiunque si ponga quesiti sulla pandemia, sull’efficacia dei vaccini, sulla loro pericolosità è un malato psichico. Di più, l’illustre luminare usa un termine desueto, da psichiatria ottocentesca: a suo parere i “no-vax”, estensivamente ricompresi, cioè tutti coloro che hanno dubbi, sono “idioti”. Testuale e ripetuto più volte: “idioti”. Probabilmente le cure suggerite dall’esimio professore sono i manicomi del passato, le docce gelate, le camicie di forza, gli elettrochoc.

Conseguentemente mi è parso del tutto legittimo ribaltare questo giudizio e affermare con provocatoria convinzione che “quelli di sinistra” sono affetti da una pericolosa malattia mentale, accompagnata da un arrogante senso di superiorità politica, morale e civile nei confronti di chi non la pensa come loro.

E’ quindi con molta soddisfazione che ho accolto la pubblicazione di un gratificante libro, sostenuto da innegabili competenze psicologiche, che annuncia nel titolo stesso la tesi contenuta: Psicopatologia del radical chic. Narcisismo, livore e superiorità morale nella sinistra progressista. L’autore è Roberto Giacomelli, psicanalista e naturopata a indirizzo psicosomatico, l’editore Passaggio al bosco e il libro si apre con una bella prefazione di Francesco Borgonovo.

Fu Tom Wolfe, intellettuale conservatore e anticonformista statunitense, a coniare la definizione “radical chic”, declinata in “Gauche caviar” in Francia; stiamo insomma parlando di quei sovversivi da salotto, quei comunisti-liberal con il Rolex, quei i membri dell’élite intellettuale, economica e politica che sono stati i principali fattori patogeni dell’infezione odierna. Hanno occupato tutto, instaurando una vera dittatura. Scrive Giacomelli: “hanno preso il controllo dell’Università italiana, fucina di menti e futuri dirigenti. Editoria, premi letterari, cinema, televisione, circoli culturali e giornali quotidiani: l’infiltrazione è stata sistematica e totale.” E ancora: “Quella che un tempo veniva definita “libertà d’espressione” è oggi appannaggio del loro umore e delle loro fobie: sono loro che stabiliscono arbitrariamente cosa può essere detto, scritto e persino pensato.”

Ma come arriviamo alla “psicopatologia” dei radical chic? Già qualche accenno nelle prime pagine del libro: “chi distrugge scientemente la propria Nazione, annienta la propria storia, decostruisce la propria famiglia e compromette il futuro della propria gente, soffre di un disturbo psichico: è vittima di un grave senso di colpa che culmina nell’autolesionismo”.

Nell’esplorare il quadro clinico del “soggetto progressista”, l’autore ci propone una convincente (anche perché la vediamo confermata ogni giorno) disanima antropologica di questa figura: politici, giornalisti, scrittori, intellettuali, artisti che, per convinzione o più spesso per convenienza militano nel campo del gauchismo. Chi non la pensa come loro non è un avversario da convincere, ma un nemico da abbattere, le cui idee vanno poste fuori legge, come dimostrano le leggi Scelba/Mancino e il tentativo della legge Zan. Essendo quelli di sinistra autoproclamatisi garanti della Costituzione, tutti coloro che non s’identificano con il loro pensiero non possono, politicamente, esistere. L’uomo di sinistra, spiega Roberto Giacomelli: “prova un odio atavico, spesso compulsivo e isterico per chiunque pensi, agisca o viva altrimenti. Si sente naturalmente superiore: chi non condivide il suo punto di vista non è semplicemente un uomo con un’opinione divergente, ma un rozzo analfabeta da mettere nell’angolo”. Quindi odio, astio, rabbia, rancore e invidia sono le caratteristiche della loro espressione politica, generate dalle loro nevrosi. Lo possiamo vedere quotidianamente: l’attacco personale, la falsificazione continua dei fatti, l’incitamento all’odio, la sistematica diffamazione, la denigrazione e la calunnia sono abituali strumenti di lotta politica. Non solo: “i radical chic dimostrano un malcelato senso di superiorità, sono altezzosi, arroganti e fanno della spocchia e del sussiego la loro cifra espressiva”

Giacomelli denuncia con efficacia il rapporto nevrotico con la realtà dei radical chic, a cui non è estranea anche “l’educazione buonista e permissiva che genera difficoltà d’adattamento”, con cui sono stati mal-educati. Le loro nevrosi, le lore “psicosi paranoiche” generano dissonanze con la realtà quindi la creazione di “realtà alternative”. In sostanza, costoro vivono in mondi paralleli che nulla hanno a che vedere con la vita normale, i problemi, le preoccupazioni, le priorità dei nostri concittadini. Pensiamo, ad esempio, al tema dei “diritti civili”: a quanti italiani importa qualcosa della lotta all’omofobia o dello ius scholae (guardate come sono bravi a inventarsi formulette attraenti per i semicolti)? Una minoranza, certo. La maggioranza o non sente queste come priorità, oppure, se non impedita dalla pesante cappa di conformismo imperante, non nasconde la sua ostilità.

Alcuni capitoli del libro sono una descrizione dei disturbi di personalità di cui soffrono i radical chic, come il disturbo narcisistico: “I sintomi classici sono un esagerato amore per sé, autoriferimento ed egocentrismo esasperati, esibizionismo, senso di superiorità, ambizione smodata. […] Quando vengono contraddetti si inalberano, perdendo il controllo: urlano e interrompono continuamente l’interlocutore, trattato come un essere inferiore.”

Poi il disturbo sociale: “La personalità del soggetto antisociale è disturbata, priva di ogni riferimento morale: tuttavia, nella società consumista e materialista, il potere che abusivamente detiene ne fa un modello vincente. In realtà, clinicamente parlando, è soltanto un paziente psichiatrico di successo”.

Ancora, il disturbo istrionico che colpisce soprattutto l’opinionista che proviene dallo spettacolo: “attori o cantanti, solitamente sul viale del tramonto, divengono magicamente intellettuali. Quando invecchiano, passano dalle riviste di pettegolezzi al dibattito sociologico senza battere ciglio, mantenendo sempre il disturbo di personalità istrionico che da sempre li affligge.”

L’analisi clinica dei radical chic (categoria socio-politica che, ancora, va intesa in senso “largo”) da parte di Giacomelli è spietata, impietosa, radicale: “Il radical chic è un nevrotico votato all’apparenza e non all’essenza; un uomo in crisi privo di valori trascendenti, attento esclusivamente alla propria immagine sociale”. “Soffre di un disturbo della personalità che genera comportamenti disfunzionali, pericolosi per sé e per la comunità di appartenenza”. “Sono impulsivi ed aggressivi: non provano rimorso, ma sottile piacere nel fare del male”. A qualcuno può sembrare un giudizio troppo severo? Proviamo a fare una verifica pensando ai liberal-sovversivi che vediamo ogni giorno in tv, che spadroneggiano nelle istituzioni, nei media, nella magistratura, nelle università, insomma nella cosiddetta “società civile”, da loro illegittimamente dominata. Constateremo che l’analisi dell’autore è veritiera.

Insomma, un bel libro, la cui lettura procura un’intima soddisfazione (“finalmente qualcuno ha capito”) e una sentita condivisione (“sì, sono proprio così”). Se conoscete qualche radical chic, questo è il libro da regalargli. Magari rinsavisce.

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