Psicopolizia scolastica – di Elisabetta Frezza

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«Il socio-psico-pedagogo è dappertutto: deve diventare l’angelo custode di Stato, sostituto laico del suo omologo celeste. L’Angelo di Dio assegnato a ciascuno dalla pietas superna è già da tempo in soffitta tra quelle robe vecchie cui gli adepti della religione del fitness non credono più»

di Elisabetta Frezza

 

Circolare del dirigente, indirizzata ai genitori degli alunni di scuola media e intitolata: «Avvio servizio Spazio Ascolto»

Dal mese di febbraio 2018, sarà attivato presso la scuola il servizio dello Spazio Ascolto, rivolto agli alunni di tutte le classi. Questo servizio, finanziato dall’istituto con il contributo volontario delle famiglie, sarà condotto da una psicoterapeuta opportunamente formata, che sarà a disposizione per un colloquio con i ragazzi che ne facciano richiesta prenotandosi attraverso un modulo apposito.

 Lo sportello di Ascolto ha le seguenti finalità:

  • Costituire un’opportunità per favorire riflessioni
  • Costituire un momento qualificante di educazione alla salute e prevenzione del disagio, per il benessere psicofisico degli studenti
  • Promuovere negli alunni la motivazione allo studio e la fiducia in se stessi
  • Costituire un momento qualificante di ascolto e di sviluppo di una relazione di aiuto

 Ai ragazzi verrà così offerta la possibilità di dialogare con un adulto competente ed estraneo all’ambiente quotidiano in cui vive sulle problematiche giovanili, sulle difficoltà con il mondo della scuola, la famiglia, i pari, ecc. Ogni colloquio può rappresentare un’opportunità preziosa di aiuto verso la soluzione di problemi che egli desidera affrontare in maniera autonoma dalle figure genitoriali. Con il procedere del processo maturativi, infatti, può emergere il desiderio e la necessità di trovare un interlocutore adulto – che non sia il genitore da cui fisiologicamente è spinto ad emanciparsi – per trattare piccoli o grandi problemi relativi al momento che si sta vivendo, o per condividere stupore, disorientamento o a volte l’ansia che il suo processo di crescita può comportare.

Vi invito a sostenere quest’iniziativa ricordandola ai vostri figli…

 La scuola sottolinea, inoltre, che il minore può decidere autonomamente di usufruire del servizio, anche all’insaputa dei genitori, e che resta garantita la sua privacy anche nei confronti della famiglia, salvo casi particolari in cui emergano eventuali elementi penalmente rilevanti.

Ecco il volantino consegnato ai bambini

 

Tutto bello? Un benemerito servizio offerto agli utenti dall’istituzione? Per il bene dei giovani alunni? Un aiuto alle famiglie?

Proviamo a sfilarci di dosso gli occhiali glamour del politicamente corretto e a osservare la scena a occhio nudo, e magari a metterla insieme a qualche altra istantanea presa dalla cronaca, dalla politica, dalla legge e dalla giustizia, o da quel che ne rimane. Ne esce un’altra storia. O meglio, un altro capitolo di una storia lunga, articolata, piuttosto inquietante ma – lo crediamo – a lieto fine. Prima o poi.

Dunque: padre e madre sono chiamati, dalla istituzione scolastica, a promuovere – e pure foraggiare – il proprio esautoramento, cioè ad abdicare all’esercizio della patria potestà a vantaggio di un soggetto estraneo, perfetto sconosciuto, ma per definizione “competente” perché ammaestrato presso le facoltà di pseudo-scienze cosiddette “umane” a parlare in gergo di ordinanza, a maneggiare le categorie di ordinanza, a simulare la presenza di un pensiero sottostante a quel gergo e a quelle categorie.

Sono, costoro (fatte le debite, rare, eccezioni), i portatori (in)sani delle idee degenerate che è prescritto a tutti di dover pensare – per poi produrre comportamenti conformi – e tutti insieme compongono un organo di trasmissione capillare, onnipresente, tra la centrale di comando e la massa telecomandata. E si capisce: al tiranno travestito da salvatore serve un popolo sciolto dai suoi legami naturali (leggi: famigliari) e dipendente a vita dalla terapia, dalla culla alla tomba; un popolo stordito dal suono monocorde delle formule vuote salmodiate dai professionisti del nulla, quanto basta per fidarsi ciecamente di loro senza chiedersi alcun perché.

Del resto, dalle fucine accademiche di taglio sociopsicopedagogico vengono liberati a getto continuo sciami di mestieranti “formatori”, magari (o possibilmente) analfabeti ma – in quanto rimpinzati di poltiglia tossica fino ad esserne strutturalmente compenetrati – eletti a esemplari umani di prima scelta, ovvero “esperti” certificati a norma europea, depositari per definizione del benessere dei propri simili. Anche, soprattutto, di quello dei nostri figli. Perché più precocemente si mette mano ai cervelli altrui, più alte sono le chances di assicurare al futuro la produzione di materiale umano docile, obbediente, omologato.

Ecco spiegata la premura dello Stato per la valorizzazione e per la piena occupazione della categoria, a dispetto della sua intrinseca pochezza e anche della sua magnitudine numerica. Il socio-psico-pedagogo è dappertutto: deve diventare l’angelo custode di Stato, sostituto laico del suo omologo celeste. L’Angelo di Dio assegnato a ciascuno dalla pietas superna è già da tempo in soffitta tra quelle robe vecchie cui gli adepti della religione del fitness non credono più (compreso l’inquilino di Santa Marta che alterna con disinvoltura analista e confessore).

Ma l’infiltrazione nelle scuole di ogni ordine e grado, sponsorizzata o sopportata che sia da dirigenti più o meno allineati, non è né una novità né un’invenzione estemporanea. È una iattura antica, parte integrante di uno smottamento strategico che punta all’esautoramento del primo, fondamentale, nucleo sovrano della società: la famiglia. La famiglia va svuotata, dove c’è. E dove non c’è, perché bruciata nel rogo ”culturale“ libertario e nichilista, chi ha appiccato l’incendio è pronto a riciclarsi come pompiere.

Madre degli sportelli di ascolto o similari sono i cosiddetti CIC (Centri di Informazione e Consulenza), istituiti nel lontano 1990 dal Testo Unico sugli stupefacenti (DPR 9/10/1990 n. 309), per le scuole secondarie superiori, con la specifica funzione di ausilio nella prevenzione o cura della tossicodipendenza, quando questa era ancora avvertita come problema. Poi, sappiamo, l’avanguardia radicale ha lavorato per noi, e il lavoro ha dato buon frutto e si è concluso trionfalmente, nell’era papale dell’altro mondo, con la beatificazione del leader maximo e l’apoteosi politico-ecclesiale dell’Emma sua vicaria, incoronata plenipotenziaria anche presso i dicasteri vaticani. Con la benedizione di Soros.

Ma mentre l’allarme-droga progressivamente evaporava nell’immaginario collettivo, dissolto in chiacchiere di liberalizzazione e liberismo e libertà, i C.I.C., lungi dal subire un corrispondente ridimensionamento, acquisivano rinnovato impulso estendendo il proprio raggio di azione ad un ambito di portata generale quanto indeterminata. Una dopo l’altra, successive circolari ministeriali hanno perseguito il chiaro intento di attribuire agli esperti di psiche e dintorni la legittimazione istituzionale per penetrare in tutte le scuole, fin dalle materne («data la particolare importanza della precocità e della processualità degli interventi» vòlti a «promuovere lo “star bene” del bambino», recita la normativa), e così appropriarsi dei figli degli altri indossando la veste dei benefattori.

Ministro dell’Istruzione Rosa Russo Iervolino – stridulissimo esemplare di democristianismo in gonnella – i Centri concepiti per un problema circoscritto venivano ufficialmente dichiarati onnipotenti e investiti del compito totalizzante – da riferire agli «obiettivi primari della scuola» – di «promuovere il benessere degli alunni».

Ai sensi della Circolare Ministeriale 9 aprile 1994 n° 120, attuativa del predetto testo unico – il quale «vincola le scuole a progettare attività di educazione alla salute», dove per ”salute“ si intende, come stabilito dall’OMS, «uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o infermità» – è «sempre più importante che il C.I.C. sia di fatto previsto e inserito in un progetto educativo d’istituto».

La sequenza dei ”criteri guida“ per la scelta, e il conseguente finanziamento, dei progetti di ”educazione alla salute“ rappresenta un campione istruttivo di delirio letterario in buro-didattichese d’accatto. Che avrebbe dovuto indurre a invocare, qui sì, una perizia urgente per gli estensori. Non fosse che Basaglia ci aveva già messo del suo e dunque questi signori, anziché essere messi in condizione di non nuocere, hanno fatto scuola. Ecco i criteri, copiati/incollati pari pari dal documento ministeriale:

– Collegialità: gestione dei progetti condivisa da tutte le componenti scolastiche, rappresentate negli organi collegiali della scuola

– Protagonismo: partecipazione attiva dei bambini/ragazzi/adolescenti

– Globalità: attenzione all’insieme dei bisogni psicofisici e relazionali dei bambini/ragazzi/adolescenti

– Organicità e incisività: iniziative sistematiche, non episodiche, che abbiano un carattere di incisività nel contesto scolastico

– Ordinarietà: iniziative inserite nella quotidianità della vita scolastica

– Trasversalità: interdisciplinarità, interconnessione tra ambiti disciplinari e formativi e tra i diversi campi di esperienza

– Interistituzionalità: collegamento con enti e agenzie diverse

– Verificabilità e processualità: predeterminazione dei modi e tempi di verifica e di valutazione.

Uno potrebbe a buon diritto immaginare di aver toccato il fondo ma, siccome al peggio non c’è mai fine, anche il fondo si sposta sempre più giù. Basta sfogliare il successivo DM 26 nov 1998, n. 463, ministro Luigi Berlinguer, dove ci informano che l’educazione alla salute svolge le seguenti, irrinunciabili, testuali funzioni:

  1. a) fornisce valenze preventive ai processi formativi;
  2. b) sostiene la traduzione delle conoscenze, delle competenze e dei crediti formativi acquisiti in stile di vita ed in scelte provvedute, valorizzando le valenze curricolari in termini di progettualità, autostima, scambio, dialogo, regolazione dei conflitti, condivisione costruttiva delle norme, consapevolezza, senso di appartenenza, spirito di accoglienza;
  3. c) può offrire strumenti di rilevazione e lettura delle forme di sofferenza personale che possono strutturarsi, se non acquisiscono risposte adeguate, in abbandoni ed in insuccessi formativi;
  4. d) fornisce ai processi della comunicazione complessa gli elementi di valorizzazione della persona e la include in una relazione di scambio efficace e partecipato;
  5. e) utilizza i processi e gli esiti dell’orientamento e della comunicazione complessa come riscontro dell’efficienza dell’azione preventiva che la caratterizza.

Tralasciando ogni (inutile) commento al testo – i cui batteri però, bisogna registrarlo, continuano a contagiare con virulenza straordinaria le membra periferiche di tutto l’apparato – torniamo a quel nostro figlio adescato, tra le rassicuranti mura scolastiche, dal manipolatore di cervelli arruolato in servizio permanente effettivo. Capita pure che, per procacciarsi clientela, l’intraprendente professionista giri per le classi ad esortare i bambini a vincere ogni possibile vergogna e approfittare del trattamento. E qui basterebbero le parole, che sono parole sante, di Giovannino Guareschi, che dice: «Il Pudore è quella particolare faccenda che soprattutto distingue gli uomini dalle bestie […] Quando un individuo, con l’autorizzazione della Legge, rinuncia alla propria intimità, al segreto dei suoi pensieri, alla sua dignità e si denuda in pubblico spiritualmente (denudarsi materialmente è ancora minor cosa), costui rinuncia praticamente alla propria personalità». Ma i solerti funzionari del benessere coatto non le capirebbero, queste parole, perché parlano un’altra lingua e vestono giorno e notte l’armatura coriacea della ideologia impermeabile al buon senso.

Ad adescamento avvenuto – cosa non certo difficile in una età in cui la mamma e il papà talvolta possono essere scomodi – l’estraneo ha spalancate le porte di tutt’un universo interiore, delicatissimo e sacro, in cui poter sguazzare liberamente, avendone titolo formale, al riparo del segreto professionale. Beffardo paradosso: l’adulto navigato, avvezzo a maneggiare gli strumenti del mestiere, è blindato a proprio esclusivo vantaggio nella privacy del suo simile implume, disarmato e indifeso. Può entrare a gamba tesa in una zona franca. La guarentigie poste nel processo penale a garanzia dell’imputato, come il divieto di subornazione del testimone o il divieto di domande suggestive, non sono contemplati nel processo psicopedagogico, guarda un po’, dove il minore è in balia del funzionario di apparato, legittimato a carpire tutto ciò che vuole dei suoi pensieri, dubbi, pulsioni, ”piccoli e grandi problemi“, problemi veri o immaginari o indotti. Plateale arbitraria intrusione nella sfera privata dello scolaro e, di rimbalzo, della sua famiglia.

Non è frutto di fantasia né di esagerazione né di complottismo fantascientifico scorgere in questo modello, eretto oggi a sistema, un micidiale dispositivo di suggestione esogena e di spionaggio famigliare; un mezzo occhiuto, appuntito e invasivo fatto per spremere l’intimità dei piccoli, sfruttare la loro sacra ingenuità, manipolare la loro mente, procacciare informazioni all’apparato. Non per nulla in Unione Sovietica i commissari di regime usavano i bambini come strumenti di intelligence per stanare i cristiani clandestini.

La prossima fase, appena dietro l’angolo, ce la anticipano i paesi scandinavi, che come sempre marciano un passo avanti a noi. Lì il totalitarismo antifamigliare ha raggiunto il punto, autenticamente disumano, in cui, siccome i bambini sono di proprietà dello Stato, i poliziotti possono entrarti in casa e portarteli via a forza se, per esempio, scegli per loro l’istruzione parentale.

Capiterà anche qui. Scatterà l’ispezione dell’assistente sociale, saltasse fuori per esempio, in psico-colloquio scolastico a porte chiuse, che in famiglia non tutti sono dell’idea che ”omosessuale è bello“, o che è cosa buona e giusta traslocare da un sesso all’altro a seconda di come tira il vento. Insomma, si potrà intervenire ovunque, prove testimoniali alla mano, emergano elementi pericolosamente sovversivi per la quiete funebre in cui il mondo nuovo riappacificato, liquido e omogeneizzato deve stabilizzarsi per ordine superiore.

Capiterà.

Ma andrà bene così ai bravi cittadini educati alla legalità, cioè alle belle persone amanti del dialogo della condivisione e della pace. Perché tutto passerà sotto l’arco trionfale dei buoni sentimenti e delle belle parole. La barbarie si farà scudo dei diritti umani e, in particolare, dei ”diritti dei bambini“ (tra cui diritto alla privacy, diritto all’informazione libera, diritti ”sessuali e riproduttivi“, cioè diritto al piacere sessuale, alla contraccezione, semmai all’aborto, con tanti saluti ai genitori), lasciapassare attraente e inattaccabile confezionato su misura per servire la causa degli orchi. E sta già dando infatti, a molti, parecchie soddisfazioni…

Ma questo è un altro grande capitolo.

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11 commenti su “Psicopolizia scolastica – di Elisabetta Frezza”

  1. Bisogna dare tutto l’appoggio possibile a questa battaglia sacrosanta (lo dico utilizzando “stricto sensu” l’aggettivo ) della professoressa Frezza a difesa del ruolo primario dei genitori nell’educazione dei figli, che mai vanno lasciarti alla mercè degli ideologi dello Stato etico. Colgo l’occasione per invitare tutti quelli che ancora non l’abbiano fatto a leggere molto attentamente il libro di Elisabetta Frezza, “Malascuola” (seconda edizione 2017).

  2. Mi pare evidente da tempo che la scuola di stato ha sempre avuto funzione massificante e omologante al pensiero unico politicamente corretto.
    Serve a produrre dei buoni polli in batteria, non certo a fornire istruzione e formazione. Che oramai le istituzioni democratizzate e democratizzanti inizino a gettare la maschera e’segno grave. Sanno che saranno gli stessi polli a pagare e difendere il loro macellatore.
    L’iniziativa avra grande successo e tutti daranno l’obolo al moloch del conformismo anonimo e rassicurante che ha trasformato un intero popolo in una massa di pecoroni decerebrati
    ma con il lapis e la scheda colorata a disposizione.

    Continueranno a votare e Renzi fara l’ennesimo compromesso con Bunga da Arcore, continueranno a vaccinare i figli come polli senza alcuno scrupolo, pagheranno
    gli psichiatri di stato per farsi inquisire dai protocolli di omologazione globalista e firmaranno per farsi ammazzare anziche farsi curare coi soldi della pensione, mentre i giovani erasmus
    continueranno le squallide orge internazionali tra droga, sodomia e depravatio. Benvenuto…

  3. Se non siamo neanche più padroni di noi stessi, visto che con la facile e continua manipolazione dei cervelli siamo stati portati tutti a pensare allo stesso modo, figuriamoci se ci lasciano essere “padroni” dei nostri figli. Meglio arraffarli fin dalla più tenera età i cuccioli, l’addestramento sarà perfetto. È un incubo terrificante tutto questo e ciò che impensierisce è il fatto che i più non se ne avvedono e si muovono come robot telecomandati in uno spazio informe e in un tempo senza senso, attivi solo per soddisfare esigenze più o meno complesse e soprattutto di ordine materiale. È normale che in questa estrema povertà esistenziale le prevaricazioni dei più forti e le loro intenzioni perverse abbiano il sopravvento.
    “Furbi come serpenti… ” con tutto quel che segue, non significa più niente se nemmeno si sa più da dove venga questa frase, né chi mai l’abbia detta.D’altronde, accantonate non solo la necessità del cristianesimo, ma anche la sua supremazia, tutto diventa possibile, pure che oltre a volerli “educare”, decidano pure di come e quando ammazzarli.

  4. In Italia i minori non hanno la capacità di agire, e quindi di concludere validamente un negozio giuridico senza l’assistenza dei genitori.

    Per esempio, un minore che compra un gelato formalmente non ne ha il diritto, dato che si tratta di un contratto di compravendita; ma per ragioni di opportunità in genere si finge – si presuppone fino a prova contraria – che lo faccia in rappresentanza e quindi col benestare dei genitori, che infatti sono responsabili dei suoi atti e li possono annullare.

    Ebbene, sbaglio o usufruire delle prestazioni di un professionista, in questo caso lo psicologo della scuola, si configura come attività negoziale? Quindi non si può pretendere che il minore lo faccia in rappresentanza e col benestare dei genitori ma a loro insaputa: è illegale. E d’altra parte i genitori hanno il diritto di dichiarare espressamente e preventivamente di non dare il benestare al figlio per quel negozio: chi, sapendolo, lo concludesse lo stesso, si potrebbe esporre anche all’accusa di circonvenzione di incapace.

    Non converrà, per opporsi a queste cose, sviluppare…

  5. Graziano Salvadè

    …Non c’è nulla da obiettare. ..La scuola è espressione del potere omologante che avanza e assume sempre più le forme del Leviatano …Suo scopo: impedire che si sia veramente istruiti e che si sviluppi un sano pensiero critico e la capacità di discernere il bene e il male, e quindi che cosa siano veramente giustizia, lealtà e gli altri valori…E gli insegnanti accettano proni, giustificandosi, dicendo che ce lo chiede l’ Europa e, di conseguenza , non si può più tornare indietro (non è forse accaduto così per le “conquiste”dell’aborto e del divorzio e di altre mostruosità che si sono susseguite?)…E avanti con altro totalitarismo!! E chi osa ribellarsi è da solo, povero e illuso donchisciotte da due soldi che merita solo compassione per la sua scarsa perspicacia…

  6. Nelle scuole a dirigenza comunista, pardon, PD o 5Stelle ci sono già da tempo questi “esperti”. Solo che adesso, in questo modo darebbero definitivamente un calcio all’educazione dei genitori, i quali stando dall’articolo verrebbero esclusi dalla scelta di avvalersi di questi “tuttologi”.

  7. Alessandro Rosetti

    Stanno operando sulle coscienze non acora formate, mettendole contro i genitori con tutta la sovversione e convincimento possibile … il MOSSAD e la STASI arrossirebbero…

  8. Nicola Marai

    Condivido molte preoccupazioni ma il punto è a monte, cioè il golem scuola di stato che vorrebbe uniformare tutto.
    Perché poi nella realtà di due scuole, ben organizzate, statali di Milano ho incontrato due psicologi di scuola totalmente pro famiglia. Che su problemi seri (i bambini fuori di testa esistono veramente) hanno lavorato benissimo supportando tutte le parti in causa.
    Firmato un insegnante cattolico padre di 6 figli, incline a non psicologizzare inutilmente ma conscio del fatto che la malattia psichica esiste.

  9. Elisabetta Frezza

    Gentile signor Nicola, le psicosi non solo esistono, ma sono in vertiginoso aumento. Poiché gli esperti di psiche sono in aumento vertiginoso pure loro, può sorgere il sospetto – ma è solo un sospetto – che i due fenomeni siano legati da un rapporto di proporzionalità diretta. Di sicuro la psicologizzazione dilagante non favorisce la salute mentale. Quanto ai bravi psicologi, esistono anche loro. Sono (rare) eccezioni, come dicevo nell’articolo, e come tali di certo non valgono a connotare un sistema. Detto questo, credo che nessuno possa affermare che l’ondata di progetti invasivi della sfera privata degli alunni e delle famiglie non sia dettata da un intento di appropriazione e di omologazione dei cervelli. Le normative che li prevedono sono, in quanto tali (come tutte le norme), generali e astratte, hanno una ratio molto chiara e investono indiscriminatamente la categoria degli alunni (e delle loro famiglie) da un lato e quella degli psicopedagoghi dall’altro. Ogni considerazione ad personam è in tal senso del tutto irrilevante.

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