"SENTINELLE NEL POST-CONCILIO". NEL LIBRO DI AGNOLI E BERTOCCHI, IL TRAVAGLIO DELLA CHIESA E LE FIGURE DI DIFENSORI INDOMITI – di Cristina Siccardi

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di Cristina Siccardi

 

È l’ultimo, in realtà è il primo. Ossia, Monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991) è l’ultimo a sentinellecomparire nel libro Sentinelle nel post-concilio. Dieci testimoni controcorrente, curato da Lorenzo Bertocchi e Francesco Agnoli (Cantagalli, pp.156, € 10,00), ma fu il primo che con coraggio, come sacerdote e come Vescovo, comprese la tragedia che stava avvenendo nella Chiesa: il Modernismo faceva la voce grossa e pretendeva, nel Concilio Vaticano II, di affermare le sue idee rivoluzionarie, bandendo la Chiesa costantiniana, la Chiesa che insegnava ai bambini e agli adulti un catechismo non ludico, non sociale, non ideologico, ma dottrinale.

Afferma Lorenzo Bertocchi: «Abbiamo inserito anche monsignor Marcel Lefebvre perché la sua figura, al di là dei preconcetti e delle controversie, risulta interessante per comprendere ciò che è accaduto durante e dopo il Vaticano II» (1), di cui il prossimo 11 ottobre ricorre il cinquantesimo di apertura. È proprio il caso di dirlo: Monsignor Lefebvre aveva ragione… Aveva ragione a piangere sull’archiviazione del rito “antico” perché aveva compreso che ciò che sarebbe accaduto sull’altare, sarebbe accaduto anche fuori dalle chiese: togliendo il concetto di Santo Sacrificio e riducendolo ad un solo memoriale della Cena e non più orientandosi a Dio, ma verso il popolo, la Fede ne avrebbe subito un colpo durissimo. È quello che è esattamente accaduto in questi cinquant’anni. Ancora una volta la lex orandi si è dimostrata non solo specchio, ma anche e soprattutto maestra elevatrice della lex credendi: questo principio, che ha fatto della liturgia cattolica e, in modo particolare, del rito della Santa Messa i più potenti strumenti di conversione alla sequela di Cristo, nel postconcilio e, in modo particolare dopo la riforma liturgica, diviene uno dei principali grimaldelli della secolarizzazione.

Bertocchi riporta alcune parole dell’allocutio di apertura del Concilio pronunciate da Giovanni XXIII (1881-1963): «Non già che manchino dottrine fallaci, opinioni e concetti pericolosi […] ma essi sono così in evidente contrasto con la retta norma dell’onestà […] che gli uomini da se stessi sembrano siano propensi a condannarli […]: questa la grande fiducia nella maturità dei fedeli con cui si guardava al mondo e al futuro, a differenza di quei “profeti di sventura” che “nei tempi moderni” vedevano solo “prevaricazione e rovina”» (2). Ebbene, chi erano questi profeti di sventura? Indubbiamente molti uomini della Curia romana, fra cui spiccava il Cardinale Alfredo Ottaviani (1890-1979) e fra i Vescovi Monsignor Lefebvre e tutti coloro che formeranno il Coetus Internationalis Patrum, composto da 450 Vescovi (3).

Durante il Concilio accaddero cose inaudite sia teologicamente (come ha dimostrato Monsignor Brunero Gherardini), sia storicamente (come ha dato prova il Professor Roberto de Mattei), sia umanamente, delle quali molto ebbe a soffrire lo stesso Paolo VI (1897-1978), che mai avrebbe aperto un Concilio in quelle circostanze.

La Chiesa del post-Concilio ha messo in solaio il Crocifisso, ovvero la Chiesa della Tradizione, e ha puntato i riflettori sul Concilio Vaticano II con un Cristo storicizzato e umanizzato. Ma come è potuto accadere tutto questo all’interno della Chiesa, Sposa amatissima del Salvatore? Paolo VI «vide la causa di tutto questo in un “potere avverso” – Satana – che “da qualche fessura era entrato fin nel Tempio di Dio”» (4). Dirà, infatti, Monsignor Lefebvre ai seminaristi di Écône nel 1976:

«La nostra battaglia è sovrannaturale, contro potenze spirituali del Demonio e degli angeli malvagi, una battaglia di giganti; non una diatriba dialettica, una giostra intellettuale. Entrando in seminario voi entrate nella storia della Chiesa, ma conducete una guerra che non sta sul piano naturale, altrimenti voi sareste completamente fuori dalla verità. La nostra battaglia è sul piano della grazia divina. Preparatevi filosoficamente, ma la grazia che convincerà le anime, non la otterrete che con la preghiera, il sacrificio, la mortificazione, la santità vissuta» (5).

I Padri della Chiesa vengono sempre in soccorso, ecco allora che san Giovanni Crisostomo (344/354- 407) spiega:

«Se poi alcuno esamini l’accanimento con cui quegli [il Demonio] combatte, troverà cosa ridicola il paragonarvi [quello consueto] fra uomini; e se scegliendo le più rabbiose e feroci belve, vorrà contrapporle alla furia di quello, le troverà al confronto mansuetissime e docilissime, tanto furore quegli esala nell’assalire le nostre anime. La durata poi della battaglia qui [fra noi] è breve, e pur nella sua brevità occorrono frequenti intervalli: il sopravvenire della notte, la stanchezza della strage, il tempo di prendere cibo e molte altre circostanze permettono al soldato di riposare, di svestire l’armatura e respirare alcun poco, rifocillarsi con cibo e bevanda e con molti altri mezzi riacquistare il pristino vigore. Ma col maligno, non è dato mai deporre le armi né prendere sonno a chi voglia serbarsi affatto incolume; è forza che l’una o l’altra accada di queste due cose: o cadere e soccombere se si spoglia [delle armi], o rimanere continuamente in piedi armato e vigilante. Ché quegli senza tregua insiste con tutto il suo campo, spiando le nostre disattenzioni, adoperando egli maggior diligenza alla nostra rovina, che noi stessi alla nostra salvezza. Inoltre il non esser egli da noi veduto e il sopraggiungerci di sorpresa, cose che più d’ogni altra sono causa di infiniti danni per chi non è in continua vigilanza, presentano questa lotta come assai più scabrosa di quella» (6).

Accadde proprio questo: le armi vennero deposte in nome del «Dialogo». E con infausta volontà e irragionevole determinazione non si volle più vigilare, né sull’errore, né sul peccato. Non si rimase più in piedi, la maggior parte si sedette placidamente, mentre il maligno proseguiva, indisturbato, la sua opera di corruzione attraverso la teologia e la filosofia. Dietro Chenu (1895-1990), Daniélou (1905-1974), Congar (1904-1995), de Lubac (1896-1991), Rahner (1904-1984) c’erano Hume (1711-1776), Kant (1724-1804), Hegel (1770-1831), Comte (1798-1857) … Proprio Kant, ne La religione entro i limiti della sola ragione (1793), giunse a sostenere: «Non c’è che una sola (vera) religione; ma ci possono essere diverse specie di fede. Si può aggiungere che nella pluralità delle Chiese, distinte le une dalle altre per la diversità delle loro credenze speciali, si può trovare, tuttavia, una sola e medesima vera religione», ecco il relativismo religioso tanto paventato dal Cardinale John Henry Newman (1801-1890).

Il Dottore della Chiesa Crisostomo era passato di moda, come lo stesso san Tommaso d’Aquino (1225-1274) e poche sentinelle rimasero a vigilare; il libro pubblicato da Cantagalli le descrive: Eugenio Corti, Romano Amerio (1905-1997), Giovannino Guareschi (1908-1968), san Pio da Pietrelcina (1887-1968), Padre Tomas Tyn (1950-1990), don Divo Barsotti (1914-2006), padre Cornelio Fabro (1911-1995), il Cardinale Giuseppe Siri (1906-1989), Monsignor Brunero Gherardini e Monsignor Marcel Lefebvre. Interessante ciò che scrive Francesco Agnoli a proposito del Cardinale Siri: «Mentre molti vescovi e padri conciliari “tradizionalisti” (monsignor Sigaud, monsignor Marcel Lefebvre, monsignor de Castro Mayer, il cardinal Ruffini, monsignor Carli, etc.) iniziano a organizzarsi, per far fronte all’alleanza progressista, molto più agguerrita e strutturata, “la percezione di aver perso la battaglia conciliare” – soprattutto per le posizioni di papa Montini, per lo strapotere dei periti e dei “teologhelli” alla moda – spingono pian piano Siri “ad autoescludersi dai dibattiti. Una sorta di rassegnazione lo portava forse a non gettarsi nella mischia, dove spesso prevalevano opinioni ai suoi occhi assolutamente eterodosse”» (7). Il 19 novembre 1964 Siri arrivò ad affermare: «se la Chiesa non fosse divina questo Concilio l’avrebbe seppellita».

Amore per la Chiesa di Roma, per Cristo, per Maria Santissima e per il Papa mossero e muovono questi uomini controcorrente, sprezzanti l’amor proprio ed il giudizio del mondo.


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NOTE

1) L.Bertocchi-F.Agnoli, Sentinelle nel post-concilio. Dieci testimoni controcorrente, Cantagalli, Siena 2011, p. 12.

2) Ivi, pp. 5-6.

3) I Padri conciliari erano in tutto 2.540 con diritto di voto.

4) Paolo VI, Omelia, 29 giugno 1972.

5) Conferenze di Monsignor M. Lefebvre a Écône,27 B, 28 A, 13 e 23 febbraio 1976.

6) San Giovanni Crisostomo, De Sacerdotio, Libro VI, § XII.

7) Ivi, p. 119.

 

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