QUAECUMQUE DIXERO VOBIS. PAROLA DI DIO E TRADIZIONE A CONFRONTO CON LA STORIA E LA TEOLOGIA. Presentazione del libro di Mons. Brunero Gherardini – di Cristina Siccardi

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Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia (Lindau)

convegno a Firenze, 20 maggio 2011, Chiesa di Ognissanti-Francescani dell’Immacolata

 


di Cristina Siccardi

 

sul convegno di Firenze vedi anche:

– Tradizione della Chiesa e Vaticano II  –  di P.Serafino Lanzetta, FI

– Un recente Convegno a Firenze sulla tradizione ecclesiale

libro gherardini

 

 

Grande è la responsabilità nel parlare della Tradizione e ciò per due ordini di motivi. Parlare della Tradizione significa parlare della Chiesa: infatti Monsignor Brunero Gherardini, nella quarta di copertina del suo libro, Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, afferma: «Se vuoi conoscere la Chiesa, non ignorare la Tradizione. Se ignori la Tradizione, non parlar mai della Chiesa». La seconda responsabilità è quella di trattare un libro del grande teologo di Santa Romana Chiesa e, quindi, non posso che ringraziare immensamente Monsignore di questa fiducia.

Mi viene da esprimere questo pensiero: Se avessimo avuto Monsignor Gherardini come teologo ispiratore del Concilio Vaticano II, probabilmente le cose sarebbero andate in modo diverso… Invece il Signore ha permesso che nel Concilio Vaticano II influissero teologi alla moda, in voga nel XX secolo, Chenu, Congar, de Lubac… tutta questa schiera di pensatori  e di teologi che al posto di mettere sotto la luce e i riflettori Nostro Signore Gesù Cristo hanno messo in scena se stessi. “Grandi” teologi… divennero grandi soprattutto perché erano portati probabilmente da un sentire comune di voglia di rivoluzione, di novità; tutto sembrava in rivolta, dalle Università ai Seminari, dal pensiero alla società tutta: è stata una concatenazione di idee nate e maturate durante la Rivoluzione francese, poi travasate nel liberalismo, nel modernismo, nel relativismo che Newman aveva così manifestamente denunciato nel XIX secolo; queste idee rivoluzionarie sono entrate nel Vaticano II, perciò questo Concilio non è stato un fungo, nato dalla sera al mattino, ma è stato quasi una valvola di sfogo per tutti coloro che avevano voglia di cose nuove, di rivoluzione, di coloro che volevano tagliare con la Tradizione, che appariva come qualcosa di vecchio e vetusto e si auspicava, si pretendeva  una Chiesa moderna.

Ecco allora l’esigenza di un confronto diretto, di un dialogo moderno con la contemporaneità. In realtà la Tradizione, come ci insegna Monsignor Gherardini, non è mai stata abolita dalla Chiesa, ma continua a restare dentro la Chiesa; purtroppo non se ne è voluto più parlare; è stata trascurata, come una Cenerentola scaraventata in un angolo e al posto suo è arrivata una teologia spettacolo, una Chiesa spettacolo, quella che avremmo visto con Giovanni Paolo II, una Chiesa posta in vetrina, quasi vuota di contenuti, che ha trascurato, se non abbandonato, la sana dottrina e la Santa Messa di sempre.

Benedetto XVI ci ha dato segnali di Tradizione. Infatti, come afferma Monsignor Gherardini nel suo libro: «… nessun Papa ha mai parlato tanto frequentemente e tanto insistentemente di Tradizione quanto il teologo, il vescovo, il cardinale, il papa Joseph Ratzinger. Le sue prese di posizione contro ogni spinta in avanti perché priva di radicamento nel passato della Chiesa […] si qualificano come una significativa riproposta della Tradizione, in un’epoca bruciata dall’ansia del nuovo» (p. 20).

Lo Spirito Santo soffia come e quando vuole ed oggi la Tradizione ha trovato un suo spazio. I segnali che il Sommo Pontefice ha riconsegnato sono diversi: il Motu proprio “Sommorum Pontificum”, la beatificazione del Cardinale John Henry Newman, il modello consegnato ai sacerdoti del XXI secolo: il Santo Curato d’Ars… segnali che il Papa trasmette alla Chiesa tutta. Pare quasi che i fedeli, la Chiesa più semplice e umile, si accorga di tali importanti richiami: i giovani, i seminaristi, i sacerdoti privi di pregiudizi  hanno voglia di imparare, di assaporare la bellezza e la completezza della Tradizione.

La Tradizione è la trasmissione di quello che Gesù ha detto ai Suoi Dodici e alla gente che ha avuto la grazia di poterlo ascoltare. La Rivelazione si è chiusa con la morte di san Giovanni evangelista e, prima di quella data, si travasò, in parte, nella forma scritta, dando luogo al Nuovo Testamento. La Sacra Scrittura non è mai stata contaminata, è rimasta intatta allora come oggi. La Tradizione orale, invece e purtroppo, può essere contaminata, ed ecco le eresie, gli errori, e quindi la Chiesa è tenuta, con il suo Sommo Pontefice, a custodire la Verità, la Fede integra, a conservare e trasmettere l’oro purissimo di  cui parlava san Vincenzo di Lérins, il quale sosteneva: «è veramente e propriamente cattolico ciò che fu creduto in ogni luogo, sempre, da tutti»[1], ciò che è trasmesso di generazione in generazione in qualunque luogo della terra, un concetto che già sant’Agostino aveva formulato. Perciò san Vincenzo di Lérins raccomanda di trasmettere assolutamente l’oro puro e non il metallo, non il piombo… Oggi, in questi tempi di crisi della Chiesa, tante volte non riusciamo più ad avvinarci e ad accostarci a questo oro purissimo, che, però, continua ad essere mantenuto nella Chiesa di Roma, ma non viene più insegnato e tramandato come tale, perciò si creano confusione e caos.

Grazie a libri come quello di Monsignor Gherardini sulla Tradizione, Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, pubblicato da Lindau, è possibile riaccostarci alla Tradizione. Questo è un testo molto prezioso, fondamentale anche per i non addetti ai lavori, anche per un teologo che si avvicina agli studi oppure a profani come posso essere io che non mi occupo di teologia. Questo è un lavoro formidabile perché dà la possibilità di immergersi nella sublimità della Tradizione. Si tratta di un compendio esaustivo, siamo di fronte ad un qualcosa di meraviglioso, paragonabile ad un capolavoro di un geniale artista. Qui, nella chiesa di Ognissanti di Firenze, possiamo venerare e ammirare il grande e meraviglioso Croficisso di Giotto, da poco restaurato… oppure, ogni giorno, il Signore ci offre, nella natura, spettacoli di indicibile bellezza. Ebbene, di fronte ai capolavori di Monsignor Gherardini siamo di fronte a qualcosa di sorprendente e in questo caso specifico si staglia tutto il significato e la magnificenza della Tradizione.

San Paolo è cantore gigante della Tradizione: «Tradidi quod et accepi», «Ho trasmesso quel che ho ricevuto »  (I, Cor. 15,3). Il suo insegnamento era potente, San Paolo era fuoco, ma era capace di tenerezza infinita: a questo proposito vorrei ricordare un passo della seconda lettera a Timoteo, dove si respira tutta l’importanza della Tradizione, quella che passava grazie agli Apostoli, ma anche quella che transitava da padre in figlio e da madre in figlia. Come non ricordare le parole che scrive nell’epistola a Timoteo, dove è presente la Fede entrata, grazie alla Tradizione, nella casa di colui sul quale ha imposto le mani? «Rendo grazie a Dio che io servo, come i miei antenati, con coscienza pura, ricordandomi di te nelle mie preghiere sempre, notte e giorno. Mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia. Mi ricordo infatti della tua schietta fede, che ebbero anche tua nonna Lòide e tua madre Eunìce, e che ora, ne sono certo, è anche in te.

Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo» (2Tm 1,1-8).

In questo passo si parla di «timidezza», direi io, allacciandomi al presente, di “vigliaccheria”. Quella di cui parla san Paolo è la Chiesa militante. Noi, con il sacramento della Cresima diventiamo soldati di Cristo, però il Signore, a volte, ci chiede di esserlo non soltanto in maniera simbolica, ma di esserlo anche nella concretezza della vita.

Terminerei con due considerazioni. La prima prende spunto dal Cardinale Newman e leggendola viene in mente Monsignor Gherardini, la sua grande responsabilità di teologo e di maestro della Chiesa, che impiega tutto il coraggio al quale Newman si appellò:

«In questi cinquant’anni ho pensato che si stiano avvicinando tempi di diffusa infedeltà, e durante questi anni le acque, infatti, sono salite come quelle di un diluvio. Prevedo un’epoca, dopo la mia morte, nella quale si potranno soltanto vedere le cime delle montagne, come isole in un vasto mare. Mi riferisco principalmente al mondo protestante; ma i leaders cattolici dovranno intraprendere grandi iniziative e raggiungere scopi importanti, e avranno bisogno di molta saggezza e di molto coraggio, se la Santa Chiesa deve liberarsi da questa terribile calamità, e, sebbene qualunque prova che cada su di lei sia solo temporanea, può essere straordinariamente dura nel suo decorso»[2].

Grazie, dunque, al grande coraggio di Monsignor Gherardini che darà, ne siamo certi, i suoi frutti. Inoltre mi è tornato alla mente Monsignore quando, in questi giorni, leggendo lo scrittore Ernest Hello (1828-1885) mi sono imbattuta nel pensiero che egli aveva nei confronti degli uomini superiori e di quelli mediocri, quelli che sposano con entusiasmo il pensiero comune del loro tempo, più comodo e più facile:

«L’uomo mediocre non lotta: può riuscir subito; dopo, s’incaglia sempre. L’uomo superiore lotta prima e riesce dopo. L’uomo mediocre riesce, perché segue la corrente; l’uomo superiore trionfa, perché va contro corrente. Il segreto del successo è di muoversi con gli altri; il segreto della gloria è di procedere contro gli altri. […]. Coloro che adulano i pregiudizi e le abitudini dei loro contemporanei sono spiriti e vanno verso il successo; sono gli uomini del loro tempo.

Coloro che rifiutano i pregiudizi e le abitudini, coloro che respirano in anticipazione l’aria del secolo che li seguirà, spingono gli altri e vanno verso la gloria: sono gli uomini dell’eternità.

Ecco perché il coraggio, che è inutile al successo, è la condizione assoluta della gloria.  […]. Per l’uomo di genio la propria opera è sempre imperfetta.

L’uomo mediocre è pieno della propria opera, pieno di sé stesso, pieno del suo nulla, pieno di vuoto, pieno di vanità. Vanità! Quest’odioso personaggio è tutto intero in queste due parole: freddezza e vanità!»[3].

 


NOTE

[1] Cfr. V. di Lérins Commonitorium II.

[2] J.M. Marín, John Henry Newman. La vita (1801-1890), Jaca Book, Milano 1998, p. 417 e Cfr. C. Siccardi, Nello Specchio del Cardinale John Henry Newman, Fede & Cultura, Verona 2010, p. 186.

[3] Cultura dell’anima. Antologia di Cattolici francesi del secolo XIX. Traduzioni e notizie di Domenico Giuliotti, R. Carabba Editore, Lanciano 2010, pp. 99-102.

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