Quando l’Ufficio delle Letture non aiuta la meditazione – di Léon Bertoletti

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di Léon Bertoletti

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Quattro volumi ad usum delphini, un bignamino. È noto, oppure non lo è, che l’Ufficio Divino rinnovato, la Liturgia delle Ore editata negli anni Settanta del secolo scorso da menti sopraffine, si rivela una parente povera (povera, non miserabile) dell’antecedente Divinum Officium. Basta confrontare, per esempio, la vecchia e la nuova Compieta: diventata, quest’ultima, un rapido, sbadato augurio di buona notte; una fiacca, superficiale parentesi per anime frettolose di tempi precipitosi; mentre l’altra preservava, conservava, tramandava una ricchezza e una profondità capaci di far perdere la testa. «Te lucis ante sì devotamente / le uscìo di bocca e con sì dolci note, / che fece me a me uscir di mente» (Dante, Purgatorio, VIII).

In ogni caso la minestrina è questa. Se uno la trova sul tavolo, e non può sputare nel piatto dove mangia, deve pensarla commestibile. Impresa davvero ardua in questi giorni in cui l’Ufficio delle Letture propone, come Seconda Lettura, alcuni estratti «dalla Costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo». Sarà che uno vi arriva dopo la Prima Lettura: cioè la meditazione di quel capolavoro deutero-canonico, di quell’ispirata storia religiosa, di quella fenomenale copia delle vecchie cronache israelitiche che è il Primo libro dei Maccabei. Una potenza, stilistica e narrativa! Un’esplosione di vocabolario e racconto! Sarà che bisogna forse addottorarsi in qualche Pontificio Ateneo, in Antropologia, Etnologia o Sociologia, e frequentare qualche Master, per comprendere la recondita profondità, la ben nascosta utilità, l’astrusa opportunità di certe elucubrazioni.

Ma insomma al lettore profano, al credente semplice, al praticone del Breviario queste selezioni che ciurlano tutte nell’argomento della pace, di quanto sia importante promuoverla, edificarla, formarla, appaiono come un dado di banalità, un condensato di ovvietà, un brodo di insulsaggini. Le si scorre come una tiritera di luoghi comuni che nemmeno la fede Bahá’i, la Bhakti, l’induismo universalistico dell’amore illuminano di maggiore mediocrità. Si cozza contro proposizioni come questa: «Il bene comune del genere umano è regolato nella sua sostanza dalla legge eterna, ma, con il passare del tempo, è soggetto, per quanto riguarda le sue esigenze concrete, a continui cambiamenti». Oppure: «Coloro che governano i popoli, quelli cioè che hanno la responsabilità non solo del bene delle loro nazioni, ma anche di quello della comunità umana universale, si sentono fortemente condizionati dall’opinione pubblica e dalla mentalità generale degli uomini».

Ma dai! Anche la Patrologia Graeca, la Patrologia Latina e il suo Supplementum, la Patrologia Syriaca non sempre brillano per originalità e intensità. Ma qui, accidenti, siamo proprio all’encefalogramma piatto.

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8 commenti su “Quando l’Ufficio delle Letture non aiuta la meditazione – di Léon Bertoletti”

  1. Quanti soldi buttati al vento per libri che sarebbe stato bene lasciare in libreria. E tutti consigliati, nei confessionali, nei seminari, nei ritiri spirituali. Quanti anni sono stati necessari per capire da soli che si era stati turlupinati! Le uniche ad averne tratto profitto, le case editrici.

  2. Le sono grato. Stamani, leggendo l’ Ufficio, ho giusto pensato:”Che barba, ‘sta Gaudium et spes!”, e non ho terminato la lettura.

  3. questi vigliacchi lordatori delle Cose Sante! Gaudium et Spes titolano costoro le loro noiosissime tiritere, che uccidono ogni gaudio e ti spingono nella più cupa disperazione! Et ne nos inducas in tentationem, sed libera nos a malo! Ora più che mai…

  4. Sono perfettamente d’accordo sulla Gaudium et spes, un po’ meno sulla Liturgia delle ore che mi pare una fonte di grande ricchezza anche nella versione anni Settanta. Tra l’altro, per fortuna, la seconda lettura generalmente e’ costituita da scritti dei Padri della Chiesa.

  5. gino bortolan

    Credo proprio che Dio sappia scrivere diritto sulle nostre righe storte. Nella fattispecie l’ufficio di questi giorni m’ha colpito particolarmente, e pure confortato: il libro dei Maccabei celebra la lotta di una minoranza di Giudei che non si è rassegnata all’assimilazione all’universalismo mondano greco e vi si oppone fino alla morte; la Gaudium et spes, invece, celebra proprio il contrario: una chiesa che si assimila al mondo, che loda le sue istituzioni universaliste (massoniche?), mettendosi addirittura al sloro servizio e rinunciando completamente alla sua missione. Insomma la prima lettura (Parola di Dio) giudica e condanna la seconda! Più chiaro di così.

  6. Cesaremaria Glori

    Vorrei spezzare una lancia in favore della liturgia delle Ore che da un po’ di tempo in qua capita di sentire nel Duomo di Belluno ai vespri del sabato. Si cantano i salmi con la melodia cosiddetta patriarchina, quella, cioè, che si adottava nell’ambito della grande area del patriarcato di Aquileia. Area che comprendeva parte del Norico (ora Carinzia e Tirolo orientale e parte della Slovenia) e gran parte dell’Istria e della Dalmazia. Ha un tenore più rustico rispetto al gregoriano ma è genuina e rispecchia assai antichi stilemi dei canti alpini. Le melodie sono semplici come pure la metrica salmodiante. Una vera riscoperta in questo periodo di barbarie musicale. Certi giovani ne sono rimasti entusiasti e chissà che ne escano buoni frutti. Questa tradizione si conservò nel Cadore sino quasi alla Rivoluzione Francese.

  7. E cosa dire degli inni all’inizio delle varie ore ? Brutte parafrasi in stile clerico-liberty dei bellissimi inni latini !
    Marco Zanini

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