QUELLA MESSA IN LATINO… MA DOV’E’ IL PROBLEMA? – di Giovanni Lugaresi

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di Giovanni Lugaresi

 

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C’è un po’ di confusione, ingenerata da esponenti del mondo clericale, fra di noi semplici, umili, obbedienti (alla gerarchia) cattolici praticanti. Che cioè andiamo a messa la domenica e nei giorni festivi; che, se troviamo una chiesa aperta, entriamo a “fare una visita a Gesù, presente nel Santissimo Sacramento” (come ci veniva insegnato da bambini) nei giorni feriali; che durante la giornata preghiamo, e che poi cerchiamo di fare del bene. Abbiamo sempre ascoltato quel che i nostri parroci e i preti di nostra conoscenza ci dicevano, ci insegnavano, e cerchiamo di continuare a farlo… Per noi, i peccati erano tali prima del Concilio e sono rimasti tali (anche) dopo il Concilio; del pari, i concetti di santità, di peccato e grazia.

Ci ha molto sorpreso e amareggiato la vicenda dei Francescani dell’Immacolata, al centro della quale, se abbiamo ben compreso, c’è la questione della messa: novus ordo, rito antico. Ora, non riusciamo a capire perché il privilegiare (se ciò fosse accaduto) la celebrazione in latino, per dirla alla buona, debba aver suscitato tanto scandalo e tanta rabbia in una minoranza (così si legge) di frati, ribellatisi (così pare) al superiore e fondatore di quella famiglia religiosa, figlio spirituale di padre Pio.

Quello della “messa antica” è un qualcosa che non siamo mai riusciti a capire. Dal momento che, dopo il Concilio Vaticano II, la messa in latino riformata già da Giovanni XXIII non era stata abolita, occorreva un motu proprio di Benedetto XVI per “liberalizzarla” (che brutta formula, purtroppo molto usata)? A noi sprovveduti credenti appariva (e appare) una contraddizione. Come si può infatti ripristinare un qualcosa che non è mai stato eliminato, abolito, cassato? – mettetela come volete.

Ma, tant’è. Il motu proprio di Papa Benedetto peraltro non risulta sia stato sconfessato dal successore (potrebbe farlo? Ci dicono di no!), per cui, dove starebbe il problema?

Sempre da sprovveduti uomini di fede, ci viene peraltro da considerare situazioni assai diffuse, e cioè la celebrazione della messa in italiano non secondo un rituale, secondo le “regole”, ma  ad libitum, per così dire, dell’officiante. E allora, ecco, dovunque, in chiese di campagna come in templi cittadini, preti che ne fanno di tutte! Abusi liturgici e licenze che non trovano alcuna giustificazione se non in una mania di protagonismo, di egocentrismo, di vanità (vedasi il Libro di Qoelet, cari preti!), elementi negativi mai in passato, che si ricordi, così diffusi fra il clero.

Nostro Signore? Conta meno del prete. La messa come rinnovamento del sacrificio (incruento) della croce? Ma no, dai, mettiamoci nella sequela dei protestanti: incontro, preghiera comune, ricordo, ma nessun sacrificio della croce da rinnovare! – volete mettere in discussione il dialogo interreligioso? Ma a questo punto, che siamo cattolici a fare? Una bella (ci si perdoni la parolona-parolaccia) “ammucchiata” perdendo la nostra precisa identità, ed anatema sit a chi la pensa diversamente. Carità cristiana e dialogo? Sì, verso i musulmani che fanno al ‘guerra santa’ contro noi infedeli, verso gli indù, verso gli animisti, tranne che con quei fratelli nella fede chiamati spregiativamente “tradizionalisti” perché con la messa in latino sentono un maggiore senso del sacro, riescono a meglio concentrarsi su quel mistero che si chiama “transustanziazione”, su quell’Offertorio che non tira in ballo i frutti della terra (fa molto Coldiretti, ci pare), ma si rivolge direttamente all’Altissimo: “Suscipe Sancte Pater, omnipotens aeterne DeusOfferimus tibi, Domine, calicem salutaris…”; che sentono entrare come linfa vitale nelle vene quel Vangelo di Giovanni il cui incipit precipita, quasi, in un abisso di meditazione: “In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum…”.

Chi scrive imparò la messa in latino a sei anni, istruito da don Luigi Quinche (pronuncia Chens) nella chiesa ravennate di Santa Giustina e non capiva certo il significato di quei gesti, di quelle parole e di quelle formule (il latino lo avrebbe studiato poi soltanto alle scuole medie), ma in seguito approfondì, capì, si rese conto della forza, del valore, della messa, anche attraverso quella lingua morta.

E per la messa in latino due considerazioni fondamentali ebbe modo di esprimere, e continua ad esprimere. Intanto, la chiesa è catholica, cioè universale e il latino, come confermò Giovanni XXIII, è la lingua della Chiesa. Quel suo sottolineato “ut unum sint” trova sintesi proprio nel fatto che i cattolici in tutto il mondo possono ritrovarsi uniti, essere in comunione piena, nella preghiera evitando una sorta di babele delle lingue e parlandone invece una unica.

Poi, la sacralità resa dal latino non è resa da alcuna delle lingue nazionali… e con la messa in latino non c’era e non c’è spazio per la (cosiddetta) creatività del celebrante!

Questo non significa che chi scrive sia contrario al novus ordo, tutt’altro, ma non è tanto facile trovare un sacerdote che sappia celebrare la messa in italiano con la dovuta consapevolezza, con la dovuta reverenza, con la dovuta (diciamola tutta) autentica fede!


pubblicato anche su

La Voce di Romagna, 14 agosto 2013

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