Raddrizziamoci con la nostra lingua / II – Rubrica mensile di Dario Pasero

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L’abbassamento e l’impoverimento di una lingua nasce dalla difficoltà nell’uso, principalmente, delle forme verbali e degli aggettivi … Troppo spesso le parole che si usano sono semplici flatus vocis, suoni vocali che oramai poco (o nulla) significano. Prima che anche la civiltà occidentale (e in particolare la nostra italica) diventi un flatus (un soffio) e che quindi, nella sua aerosità (neologismo?), sparisca, cerchiamo di salvarla anche attraverso un uso intelligente e responsabile del nostro patrimonio linguistico.

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Raddrizziamoci con la nostra lingua  / II

(“Dalle Alpi agli Appennini ovvero Noterelle di uno dei tanti” su parole e cose)

di Dario Pasero

Chi, come me, ha qualche primavera sulle spalle e tanti ricordi con cui confrontarsi, sa che un tempo lo studio della lingua e della grammatica (ora: educazione linguistica) aveva un’impostazione chiaramente e nettamente porto-realista. Si studiava dunque la lingua (sia quella italiana, con quelle classiche, sia quelle straniere) servendoci di categorie nette e distinte: forme variabili e invariabili, quelle variabili sono il nome, l’aggettivo, il pronome etc etc. Si passava poi alla sintassi (del nome, del verbo e del periodo) sempre mantenendo, in buona sostanza, questa impostazione logica e consequenziale, tanto che non per nulla l’analisi sintattica si chiamava “logica”. Tutto ciò, anziché produrre (come blaterano i modernisti, che proclamano un approccio “esperienziale” alla lingua) burattini incapaci di pensiero personalmente critico, era invece la base per sviluppare un accostarsi alla realtà (sia quella storica che quella contemporanea) che si fondava su solide e rigorose basi di analisi, direi quasi “procedurale”, dei fatti e delle persone, così da permetterci di allestire un vero quadro critico (non certo col valore di “polemico”, ma nel senso etimologico del termine greco krìsis, ossia “giudizio”) della realtà.

Svolto questo mio ruolo di laudator temporis acti, permettetemi di affrontare ora la seconda (procedo, come vedete, in modo non completamente sistematico) delle categorie grammaticali delle parti variabili del discorso, ossia l’aggettivo, o meglio (come si diceva nelle grammatiche di un tempo, quel tempo che popolarmente a Torino veniva detto di “monsù Pingon”, cioè Emanuele Filiberto Pingone, cortigiano e storico sabaudo del secolo XVI) il “nome aggettivo”.

Già il “re dei poeti e poeta dei re”, ossia Omero – mai esistito storicamente, ma che ha dato il suo “nome” ai poemi fondanti della civiltà greco-latina, quella cioè che in ultima analisi è anche la nostra, dopo che ad essa si unì la tradizione ebraico-cristiana – Omero dunque difficilmente abbandonava nella sua miserevole solitudine il nome di dei, eroi, luoghi, fenomeni atmosferici, animali, prodotti della terra, ma sempre (o quasi) lo accompagnava con un aggettivo, creando così un epiteto, cioè un’aggiunta, detto dai commentatori “esornativo”, cioè “che rende più bello”, talmente connaturato al suo sostantivo da essere inserito anch’esso ad accompagnarlo nel verso tutte le volte che il nome compariva. Sappiamo che i poemi omerici (o meglio parti di essi) venivano in un primo tempo recitati a memoria dai cantori del tempo, gli aedi, e solo molto più tardi assunsero la forma scritta che è, grosso modo, quella che leggiamo ancora oggi. Ecco dunque un piccolo trucco da grande attore: facilitava certo la memorizzazione sapere che ogni volta che si citava un qualche nome (proprio o comune, astratto o concreto, singolo o collettivo: ecco che torna la grammatica di un tempo con le sue benedette categorie…) ad esso si aggiungeva il suo epiteto, sempre uguale. Ecco allora (purtroppo la traduzione italiana consolidata fa perdere, talora, il valore aggettivale del termine greco, dovendolo rendere con una perifrasi) Atena/Dagli occhi azzurri (glaucopide, per chi vuole parlare “da giorno di festa”: una bella metafora della nostra tradizione, che chiama in causa la domenica e la sua sacralità…), Achille/Piè veloce, Nausicaa/Dalle candide braccia (letteralmente “biancobracciosa”: leukólenos), Itaca/Ricca di selve, il mare/Color del vino, il vino/Che scioglie gli affanni, la terra/Produttrice di messi… Tanto per non esagerare con gli elenchi. Tutto questo ci serve per dare un primo appiglio a chi, come il sottoscritto, è convinto che l’aggettivazione sia fondamentale nella comunicazione, ma che essa troppo spesso oggi sia ridotta ad un pallido fantasma: esangue e poco aderente al vero.

Senza voler fare una “storia” dell’uso degli aggettivi (non ne sarei neppure in grado…) vorrei farvi riflettere sul latino: lingua geometrica (e ringrazio per questo spunto stimolante l’amico Carlo Manetti) quant’altre mai, ma, per converso, anche piuttosto “generalista”, nel senso che molte sue parole sono quanto mai estese nel loro valore semantico; ciò è vero a tal punto che, per definire con precisione un significato, esse hanno bisogno dell’ausilio di un aggettivo. È il caso di res (cosa), la parola più generale e generica dell’intero vocabolario, latino come italiano, mentre in greco non troviamo un suo corrispondente esatto, ma molti termini con diverse sfumature, di cui pràgma può essere quello più contiguo, pur con in sé il concetto del “fare”, dal verbo “pràsso” (e quindi meglio sarebbe renderlo con “faccenda” < lat. res facienda, cioè “cosa che si deve fare”), oppure il participio neutro del verbo “essere” “tò ón”, “ciò che è”. Torniamo però al latino e vediamo res publica (lo stato) e res novae (la rivoluzione), nel linguaggio politico-civile; res cogitans e res extensa (l’anima e la natura in Cartesio), in quello filosofico; res gestae (la storia), in quello storico-militare (e addirittura rerum scriptor è lo storico), o ancora res familiaris (il patrimonio), in quello economico-giuridico. Senza gli aggettivi, e quelli giusti adatti appropriati (in quanto a-generici), la parola res non potrebbe “frastagliarsi” a definire tutta una serie di significati che da sola non potrebbe proprio coprire.

L’esempio del latino può aiutarci a capire che anche in altre lingue (come l’italiano) l’aggettivazione è fondamentale. Pensiamo a Dante o a Manzoni (scusate se è poco…) e leggiamo, come esempio ottimo massimo di quest’ultimo, il passo del cap. XIII dei Promessi Sposi in cui il Gran Cancelliere Antonio Ferrer si presenta in scena per salvare il povero Vicario di provvisione dalle ire della folla. Il magistrato spagnolo è definito, nell’atto di scender di carrozza per entrare nella casa del Vicario, “franco, diritto, togato” (non si può proprio dire che Manzoni sia scrittore “senza attributi”…).

Di Dante solo tre esempi, uno per Cantica (poi ciascuno potrà cercarne, e trovarne, quanti ne vuole, e secondo il proprio gusto). Francesca da Polenta si rivolge a Dante, che si mostra pietoso per la sua pena (ma non per la colpa…), chiamandolo “O animal grazïoso e benigno” (Inf. V, 88): lo definisce pertanto un “essere vivente” (animal) che è ripieno della grazia divina (grazïoso), altrimenti non potrebbe – vivo – affrontare il viaggio oltremondano; e tale quindi che, proprio in grazia di ciò, sa essere “benevolo” con gli altri (benigno). Il materiale di cui è costituito il secondo dei tre scalini che formano la breve scala che conduce alla porta del Purgatorio è “tinto più che perso,/ d’una petrina ruvida e arsiccia” (Pg. IX, 97sg.), cioè una pietra che, di un colore scuro più che nero, è insieme scabra (ruvida) e simile a lava seccata (arsiccia). Infine, San Tommaso d’Aquino, nel cielo del Sole, rivela al poeta che egli conosce i suoi dubbi e glieli spiegherà “in sì aperta, e ’n sì distesa lingua” (Pd. XI, 23), usando cioè un linguaggio che sia insieme chiaro e ampio nelle sue spiegazioni, che non si accontenti, insomma, di spiegare, ma anche non faccia risparmio di parole al fine di essere quanto più evidente possibile.

L’abbassamento e l’impoverimento di una lingua nasce dalla difficoltà nell’uso, principalmente, delle forme verbali e degli aggettivi. Mi fanno meno paura i tanto criticati forestierismi (soprattutto gli anglismi) che non la difficoltà, se non addirittura l’incapacità, ad usare correttamente ed appropriatamente i tempi e i modi verbali e gli aggettivi. Un forestierismo può andare e venire: oggi c’è e magari domani sparisce. Intendiamoci: anche a me piacciono poco i forestierismi (soprattutto se usati per esprimere un oggetto, un’immagine, un concetto già ben definiti da una – o addirittura più d’una – parola italiana), ma temo di più il non uso (o l’uso scorretto) del congiuntivo o la mancanza di precisione nell’uso degli aggettivi. Ormai quasi tutti gli attributi si riducono a poche forme stereotipe: piccolo, grosso, bello, brutto, corto…; una strada è “piccola”, invece che “breve”, “brutta” invece che “accidentata”, esattamente come “piccolo/a” è un libro, un racconto, una casa, una persona, un’idea…

Ultima osservazione. Avete notato come la neo-lingua standard del politicamente corretto “aggressivo”, cioè quando si lancia nell’attacco verbale agli avversari, si fondi essenzialmente sulla desemantizzazione (cioè la perdita del vero significato di un termine a favore di un suo uso generalizzato e adatto a “tutte le occasioni”) dei vocaboli? Gli avversari del “politically correct” sono sempre, ed immancabilmente, “omofobi, razzisti, fascisti…” anche quando questi termini non hanno alcun riferimento alla realtà oggettiva. Su “omofobo” abbiamo già detto la volta scorsa (cfr. il mio intervento del 21/2 u.s.); vediamo ora il valore di “razzista”. In realtà il nostro disagio provato nei confronti di molti stranieri si applica non tanto alla loro “razza” (siamo tutti d’accordo, e specialmente noi cristiani, sul fatto che gli uomini appartengano tutti ad una solo razza: quella umana, come ebbe a dire un barbaro non privo d’ingegno…) quanto piuttosto alla loro cultura e civiltà. Niente da dire che una persona di colore proveniente dall’Africa sia (in quanto tale) esattamente uguale a noi, ma quanto a cultura… Vogliamo mettere i risultati raggiunti dalla nostra civiltà ebraico-cristiana, miscelata con quella greco-latina, con quelli raggiunti dalla cultura zulu o da quelle del Borneo? Un Aristotele o un San Tommaso sono gli esiti del lavoro intellettuale della nostra civiltà o nascono da quello delle popolazioni autoctone dell’Africa sub-sahariana o dell’Indonesia? E ancora: quanti intellettuali degni di tal nome hanno prodotto le culture indigene degli altri continenti?

Allora, cari radical-chic del politicamente corretto, vogliamo provare a immaginare un altro termine che ci/mi definisca meglio che non “razzista”?

Troppo spesso le parole che si usano sono semplici flatus vocis, suoni vocali che oramai poco (o nulla) significano. Prima che anche la civiltà occidentale (e in particolare la nostra italica) diventi un flatus (un soffio) e che quindi, nella sua aerosità (neologismo?), sparisca, cerchiamo di salvarla anche attraverso un uso intelligente e responsabile del nostro patrimonio linguistico.

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P.S. Assumendo questo (piacevole) incarico sapevo che sarei finito sotto la lente non soltanto di chi avrebbe apprezzato i miei poveri sforzi, ma anche di chi volesse – a tutti i costi – trovare qualcosa che non gli andasse a genio. Orbene, un “dottor pedante” (non ne faccio il nome; chiamiamolo il dr. X) mi tira per la manica del saio facendomi notare che “la lingua italiana non prevede l’uso di parentesi. Le virgole assolvono questa [il corsivo è mio] funzione”. Che io non sappia scrivere è cosa risaputa, ma che pure Alessandro Manzoni (il don Lisander dei nostri amici milanesi) non sapesse scrivere mi giunge nuovo. Spulciando (a volo d’uccello) solamente i primi 5 capitoli del romanzo rilevo ben 12 passi in cui il testo è posto tra parentesi (6 nel cap. IV, 3 nel V, 1 ciascuno nei primi tre). Preferisco sbagliare coi Grandi che scrivere giusto coi minimi, soprattutto se costoro usano “assolvere” come transitivo (“assolvo te dai tuoi peccati…”) invece che come intransitivo, nel senso di “espletare una funzione, svolgere un compito” (assolvere a…).

I 12 passi di cui parlo li trascrivo qui sotto, dato che non me li sono inventati io (sia detto tra parentesi…), ma – per riprendere ancora una volta A. M. – chi non vuole annoiarsi salti pure alla puntata successiva.

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Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone (cap. I)

Intanto la buona Agnese (così si chiamava la madre di Lucia), messa in sospetto… (cap. II)

Col dottor Azzecca-garbugli (badate bene di non chiamarlo così!) … (cap. III)

D’un mercante di *** (questi asterischi vengon tutti dalla circospezione del mio anonimo) … (cap. IV)

In un impegno (senza parlare di quelli in cui restava al di sotto) (cap. IV)

Gli dava il diritto (badate bene dove si va a ficcare il diritto!) (cap. IV)

Ciò che gli rimaneva (ch’era tuttavia un bel patrimonio) (cap. IV)

e sarebbe (per dirla con un’eleganza moderna) una bella pagina (cap. IV)

restassero serviti (così si diceva allora) di venir da lui… (cap. IV)

Un certo conte Attilio… (era un cugino del padron di casa; e abbiam già fatta menzione di lui, senza nominarlo)… (cap. V)

piace generalmente (non dico a tutti)… (cap. V)

e tutti que’ politiconi (che ce n’è di diritti assai, non si può negare)… (cap. V)

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Vi par poco? Anche Dante (Conv. I, 3) fa la sua parte: “La ragione per che ciò incontra (non pur in me, ma in tutti) brievemente or qui piace toccare…” o ancora (id. I, 7): “procede da ordine perverso (ché ordine diritto è lo sovrano a lo subietto comandare), e così è amaro, e non dolce”.

Gli esempi, anche di altri autori (antichi e moderni), sono “legione”, ma adesso basta: claudite jam rivos, pueri, sat prata biberunt

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9 commenti su “Raddrizziamoci con la nostra lingua / II – Rubrica mensile di Dario Pasero”

  1. Maria Teresa

    L’uso inappropriato e monotono degli aggettivi determina un linguaggio sciatto. La povertà lessicale del linguaggio odierno riflette una certa svogliatezza del pensiero. Mi domando se questo imbarbarimento linguistico non sia voluto. Eliminando l’analisi logica e l’analisi del periodo si “costringe” lo studente a non ragionare. Lo stesso accade rimuovendo il latino dalle materie scolastiche. Non parliamo poi delle innumerevoli traduzioni, che trasmettevano spesso veri e propri insegnamenti morali…..
    Diciamo la verità: la scuola è diventata un vero “diplomificio” e l’omologazione della cultura tende sempre e solo verso l’infimo. Allora mi richiedo: ” Non è stato fortemente programmato tutto questo scempio?”. Per il turpiloquio, invece, possiamo sostenere tranquillamente l’esistenza di svariati e numerosi termini. Sic!

  2. Cesaremaria Glori

    Bella quell’aerosità, ma perché non ariosità? E’ stato un vero diletto leggere queste poche sue righe. La prego, sia più generoso la prossima volta.

    1. dario pasero

      Certo: anche ariosità va bene, ma io pensavo alla derivazione dall’aggettivo “aereo”. Grazie comunque della puntualizzazione…

  3. Sì, Maria Teresa, con la scusa dell’inconoscibilità dell’essere la logica aristotelico-tomista deve sparire. Attraverso la scuola e in mille altre maniere, da Woody Allen a Omissis.

  4. Luciano Pranzetti

    Caro Pasero: come non rammentare i tempi andati della mia amata “vocazione pedagogica” quando mi preoccupavo di far comprendere agli studenti la corretta e consentanea scelta del vocabolo! Correttezza e varietà lessicale per circostanziare un’idea nella propria funzionalità semantica. Ad esempio, il verbo FARE il cui uso indiscriminato e generico rende monotono, sciapo il discorso. E così, fare un tema, fare una casa, fare uno sbaglio, fare del bene, fare una ricerca, fare un tentativo, fare sport, ecc… nella mia didattica diventavano: svolgere un tema, erigere/costruire/edificare una casa, commettere uno sbaglio, compiere del bene, condurre una ricerca, effettuare un tentativo, praticare sport e via scrivendo. Oggi, la “buona scuola” avverte che scopo primario è formare una persona pratica che non perda tempo in dilettazioni filologiche sufficiente essendo “rendere l’idea” senza fronzoli “esornativi”.

    1. Maria Teresa

      Già…. Se si scriveva in un tema il verbo fare ecco puntuale la nota della professoressa accanto al verbo generico. La “buona scuola”( si noti la povertà dell’espressione!) non è altro che volgare indottrinamento. Molti alunni arrivano all’ultimo anno delle scuole superiori senza avere imparato a leggere correttamente.
      Sentito con le mie orecchie….

  5. E’ sempre un piacere leggerLa, Signor Pasero, oltre che estremamente istruttivo e stimolante. Ancora complimenti. P.S.: mi saprebbe consigliare una buona grammatica latina? Vorrei riprendere a studiarlo seriamente, dopo lustri di colpevole e scellerata indifferenza. Grazie!

  6. A proposito di Dante Alighieri…..in questi giorni sono morte tre persone famose: Alfredo Raiclin vecchia cariatide comunista ed ateo, collochiamolo all’inferno girone degli empi eretici.
    E’ morto Tomas Milian attore di film a volte un po’ violenti ed immorali, collochiamolo nel basso purgatorio. E’ morto Cino Tortorella (mago Zurlì) che teneva allegri i bambini 50 anni fa nella TV dei Ragazzi….collochiamolo nell’alto purgatorio; Dante approverebbe il tutto!

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