Raddrizziamoci con la nostra lingua / III – Rubrica mensile di Dario Pasero

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La retorica è quell’arte che mostra come parlare, parlare e basta: non è il caso di aggiungere “bene” facendo così una inutile zeppa, perché va da sé che chiunque parli deve cercare di “parlare bene”, indipendentemente dall’occasione e dagli interlocutori. Il suo nome deriva dalla radice greca -rhe- (-ρη-) appartenente alla sfera semantica del “dire”: da essa provengono varie forme verbali del verbo agoréuo, “dico, parlo in pubblico”, e poi i sostantivi rhesis (discorso), rhema (parola; termine che troviamo anche nel NT), rhetor (oratore), che passerà poi tal quale (solamente traslitterato) in latino, e l’aggettivo, appunto, rhetoriké (sott. téchne), cioè “arte del dire”.

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Raddrizziamoci con la nostra lingua  / III

(“Dalle Alpi agli Appennini ovvero Noterelle di uno dei tanti” su parole e cose)

di Dario Pasero

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«[…] un po’ di rettorica, ma rettorica discreta, fine, di buon gusto…»: senz’altro avrete riconosciuta la citazione. È proprio lui, Alessandro dei conti Manzoni, milanese, alle prese con la prosa ridondante, barocca, retoricamente gonfia del suo preteso “secentista”, colpa del quale era quella (sempre secondo la finzione letteraria manzoniana) di eccessivamente infiorare (o “illardellare”, si direbbe con un francesismo) di figure retoriche, sguaiate e grevi, i suoi periodi. Lungi la retorica esagerata, barocca, ben venga invece quella misurata e ordinata: “di buon gusto”, insomma.

Tra i molti esempi che poi Manzoni ci dà nel corso della narrazione ne vorrei ricordare uno solo, che trovo particolarmente originale e incisivo. Siamo nel cap. XIX del romanzo e stiamo assistendo precisamente al dialogo tra il Conte zio e il Padre provinciale dei Cappuccini, che ha come oggetto fra’ Cristoforo ed il suo scontro con don Rodrigo; alla fine di esso il Padre provinciale, ispirato dal Conte zio, deciderà di allontanare il buon frate da Pescarenico. Il Conte zio, suggerendo al Padre l’ipotesi di trasferire fra’ Cristoforo, lo avverte che «se non si prende questo ripiego, e subito, prevedo un monte di disordini, un’iliade di guai» (il corsivo è mio).

In effetti, di questa retorica “di buon gusto” è piena, spesso inconsciamente anche per chi la usa, la lingua parlata. Non ricordo più chi, ma qualcuno (certamente sagace ascoltatore…) disse che si fanno più figure (retoriche, ovviamente) in piazza in un qualunque giorno di mercato che non in qualsiasi testo scritto, letterario o non.

Nel glorioso ginnasio subalpino da me frequentato (mais où sont le neiges d’antan?, direbbe “l’inventore” della poesia maudite) era usato un fascicoletto (non dico neppure libro) di circa 60 pagine che valeva molto più oro di quanto pesava: Arte e stile, del professor Giuseppe Lipparini (Bologna, 1877-1951). Questo smilzo opuscolo mi accompagnò per tutti gli anni di scuola (università compresa) ed ancora oggi me ne servo, quando ho qualche dubbio di stilistica e di retorica, molto più utilmente che non dei ponderosi e poderosi trattati sugli stessi argomenti che mi sono stati inflitti durante gli anni universitari…

La retorica è dunque quell’arte che mostra come parlare, parlare e basta: non è il caso di aggiungere “bene” facendo così una inutile zeppa, perché va da sé che chiunque parli deve cercare di “parlare bene”, indipendentemente dall’occasione e dagli interlocutori. Il suo nome deriva dalla radice greca –rhe– (-ρη-) appartenente alla sfera semantica del “dire”: da essa provengono varie forme verbali del verbo agoréuo, “dico, parlo in pubblico”, e poi i sostantivi rhesis (discorso), rhema (parola; termine che troviamo anche nel NT), rhetor (oratore), che passerà poi tal quale (solamente traslitterato) in latino, e l’aggettivo, appunto, rhetoriké (sott. téchne), cioè “arte del dire”. La retorica, così come insegnata nelle scuole greche e poi in quelle latine (vedi la Institutio oratoria, opera di Quintiliano, attivo nel I secolo d. C., durante l’età dei Flavi), si fondava sulla teoria dei “tropi” (in greco trópoi < verbo trépo, “volgo, giro”), cioè le “figure”, che, passando nella cultura latina, vennero o rese col prestito “tropus” o tradotte con “figura”. Dal termine classico tropus nacque il verbo tropare, di uso post-classico, col significato di “usare una lingua ricca di figure retoriche”, specialmente nei testi poetico-letterarî. Dal tardo latino tropare il passo è breve al provenzale trobar, nel senso sempre più specifico (usando una figura retorica si direbbe “metonimico”) di “fare poesia”, poesia però dotta in quanto ricca appunto di figure retoriche. Ancora più breve il passo da trobar a trobadour, cioè “poeta”. Siamo così arrivati all’italiano “trovatore”, che – come appena spiegato – nulla ha che vedere col verbo italiano “trovare”.

La poesia, nel medioevo, aveva dunque come sua cifra specifica l’uso, dotto, di figure retoriche, ma abbiamo appena detto che di figure (sempre retoriche, s’intende) ne facciamo anche noi, e moltissime, nell’uso quotidiano della lingua.

Nessuno più di me (ebbene sì, lo confesso, a tempo perso sono anche scrittore di versi: non osando definirmi poeta…) apprezza la poesia “squisita”, e quindi elaborata formalmente grazie all’uso – moderato, per carità – di figure retoriche. La poesia che rifà il verso (scusate il gioco di parole un po’ scontato) alla banalità ed alla superficialità del mondo di tutti i giorni, quella che ora si definisce “minimalista” non fa per me. Un po’ di retorica, insisto, “discreta, fine e di buon gusto” ci vuole; esattamente come nella realtà. La differenza può essere questa: quando scriviamo – specie in poesia, ma non solo – le figure retoriche sono cercate, studiate, volute; quando invece parliamo nella realtà quotidiana esse ci vengono spontanee, non ce ne accorgiamo più, specialmente quando si tratta di quelle ormai entrate e cristallizzatesi nell’uso colloquiale della lingua.

Iniziamo questa parte ricordando intanto che le figure retoriche si dividono in figure “di parole” (allitterazione, paranomasia, omoteleuto, omoarcto, chiasmo, climax, anafora…) e “di pensiero” (metafora, similitudine, litote, metonimia, sineddoche…): le prime sono costruite sulla posizione delle parole nel discorso, le seconde invece richiedono al lettore o ascoltatore un lavoro intellettuale di riflessione. Altre ancora, poi, possono situarsi a metà tra le due precedenti categorie: l’ossimoro, per esempio, nasce dal collocare vicine due parole di senso diametralmente opposto (“assordante silenzio”; “gelo caloroso”), ma esige anche dal lettore/ascoltatore uno sforzo razionale di comprensione. Altre ancora le troviamo solo in poesia, come l’enjambement, in cui maestro era Leopardi, che consiste nel non far coincidere (come dovrebbe essere) la fine del verso con la fine del periodo/concetto.

Rammentiamo infine la somiglianza, e insieme la differenza, tra metafora e similitudine. La metafora è in realtà una similitudine in cui si implicita (neologismo ardito…) il paragone. Esempio classico: tu sei furbo come una volpe (similitudine), tu sei una volpe (metafora).

Volendoci occupare ora della metafora (dal greco metaféromai, “mi trasporto al di là”), la prima osservazione da fare è che la nostra lingua italiana ne possiede una grande quantità ricavata dal mondo contadino, quello dei nostri nonni (e ancora più indietro nel tempo…), base imprescindibile, insieme al linguaggio religioso di cui parleremo tra breve, della nostra civiltà: “strapaese” dirà forse ora qualche lettore… No: orgoglio di un modo di vivere, e di parlare, che ha fondato una società ed una cultura su cui la civiltà nostra occidentale ha marciato sicura per secoli interi.

Per non tediarvi con elenchi e cataloghi, vedrò se sono capace di propinarvi una certa quantità di metafore di origine popolare e contadina in un discorso continuativo, che abbia capo e coda (cominciamo con le metafore) e che cerchi di essere anche – forse – non spiacevole (altra figura retorica: la litote).

«Se proprio volete cercare il pelo nell’uovo dovremmo dire che la nostra lingua è un’erba più verde di quella dei nostri confinanti, che sono talora nostri rivali, ma che, essendo dei pulcini nella stoppa, hanno chiuso la stalla dopo che i buoi sono scappati. Noi invece dobbiamo mettere fieno in cascina e, poiché a volte si deve cercare un ago in un pagliaio, per non correre il rischio di scoperchiare il vaso di Pandora, vi assicuro che procedendo la soma si aggiusta».

Ammetto che non potrei misurami con Manzoni, ma, dato l’assunto da me preso, credo e spero di non aver fatto una figura da cioccolataio.

Credo proprio che tutti i lettori abbiano colto le metafore da me inserite nel breve passo che ho loro proposto. Mi corre comunque l’obbligo di dare qualche breve spiegazione a proposito di alcune espressioni.

La prima è che, tra le parecchie metafore di origine contadina, ne ho inserita una che proviene, invece, da un’altra delle “madri” della nostra civiltà: il mondo greco-latino, con i suoi miti, la sua storia e la letteratura, i suoi usi e costumi. È pur vero che la lingua quotidiana, più popolare che non dotta nelle sue origini, non usa molte metafore o, più genericamente, modi di dire ricavati dal mondo classico, ma qualcosa troviamo. Un esempio è appunto lo “scoperchiare (o aprire) il vaso di Pandora” per significare il rischio di dare il via ad una serie senza fine di guai. Un altro è quello del “cavallo di Troia”, usato per indicare un trucco, un mezzo non propriamente corretto per ottenere uno scopo; un altro poi è definire “tallone di Achille” il punto debole di una persona. Purtroppo non c’è la possibilità di spiegare ora gli episodi (peraltro discretamente noti) che hanno dato origine a queste espressioni, ma confido che quei pochi lettori che non li conoscano, stimolati, vadano a documentarsi.

“Rivale”, tanto per cominciare, non è ovviamente in sé e per sé una metafora, ma ci interessa per dimostrare una volta di più l’origine contadina, a volte come in questo caso alquanto “nascosta”, di molti termini della nostra lingua. Rivalem nel latino medievale è “colui che abita sulla riva del fiume”, ma passa poi ad indicare la persona a noi ostile in seguito al fatto che molto frequentemente chi abita vicino ad un altro sulla stessa riva (o su quella immediatamente opposta) di un corso d’acqua, magari non troppo ampio, possa entrare in conflitto con lui per l’uso dell’acqua, elemento indispensabile in una civiltà contadina, specie laddove la sua penuria possa nuocere alla coltivazione, o addirittura impedirla.

Due metafore localmente collocate. Due piemontesismi (ma prego i lettori di segnalarmi se in uso anche in altre regioni): “mentre si procede la soma si aggiusta” vuole significare che, anche se una situazione non è pienamente e soddisfacentemente risolta, basta attendere un po’ e, con il tempo, le cose si sistemano. Il caso della “figura da cioccolataio” dovrebbe risalire agli anni del regno di Carlo Felice in Piemonte, quando appunto un parvenu che, arricchitosi con il commercio del cioccolato, rivaleggiava in sfarzo e lusso con la carrozza del re. Pertanto l’espressione vuole indicare una persona che si comporti in modo tale da fare una figura meschina e deludente, specialmente in quelle situazioni in cui più si vorrebbe fare bella figura e meno ci si riesce.

L’altro grande campo – dicevamo – da cui derivano molte metafore della nostra lingua è quello religioso ed ecclesiastico.

Dal rituale della S. Messa ricaviamo il “capire l’antifona”, mentre dalla organizzazione della chiesa e degli ordini religiosi pensiamo che qualcuno possa “aver voce in capitolo” e la tradizione di pietà che portava i nostri Antenati a mettere ai primi posti della loro vita la preghiera ha fatto sì che, quando si trattava di imparare la lezione di scuola, si dicesse di doverla saper bene “come il Pater Noster” (allora si pregava ancora in latino). Anche qui – perdonatemi – i ricordi si fanno pressanti e Sòn a l’é vèi com i l’hai ’l Batésim an testa (Ciò è vero come ho il Battesimo sulla testa) si diceva dalle mie parti per attestare una verità indisputabile con il rimandare ad un qualcosa di assolutamente certo ed incontestabile come il proprio Battesimo. Ma qui scivoliamo lentamente nei modi di dire.

Altro giro, altra figura (retorica), molto importante anche per ciò che attiene all’uso lessicale. La sineddoche o metonimia, o meglio: sineddoche quando ci si fonda su di una relazione di quantità, metonimia quando la relazione è di dipendenza pura e semplice.

Tipico esempio di sineddoche, inconscia, quotidiana e popolare. Immaginiamo una fumosa trattoria romana di Trastevere o a Sant’Eustachio (il Belli direbbe Sant’Ustacchio) il cui cameriere ci apostrofi: «Dotto’, famo uno spaghetto (a volte anche il diminutivo spaghettino…) alla carbonara?». Uno solo? no certo: per quanto inappetente una persona difficilmente si accontenterebbe di uno spaghetto solo, ma se pensiamo ad uno spaghetto sineddocamente inteso, la cosa cambia. Lo spaghetto sarà, giustamente, accompagnato dal bere un bicchiere dei Castelli: beviamo il bicchiere? no certo: beviamo il contenuto, cioè il vino nel bicchiere, ma la metonimia ci insegna…

La “neolingua”, ci informa Gorge Orwell nella Appendice (“I principi della neolingua”) al suo romanzo 1984, è quel sistema di comunicazione il cui fine specifico «non era solo quello di fornire […] un mezzo espressivo che sostituisse la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, ma di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero»; in modo tale che, una volta sostituita l’archelingua con la neolingua, ogni «pensiero eretico (vale a dire ogni pensiero che si discostasse dai principi del Socing) sarebbe stato letteralmente impossibile, almeno per quanto riguarda quelle forme speculative che dipendono dalle parole». Ebbene, ci stiamo avvicinando a grandi passi e quasi ogni giorno la neolingua attuale si muove o per creare nuove parole o per dare un valore diverso (ovviamente favorevole al “pensiero unico dominante”) a quelle esistenti, ma con un fine solo: abolire la nostra civiltà, cristiana ed occidentale, facendo di quanti non si allineano ad esso dei bersagli da colpire, innanzitutto con lo scherno delle parole, poi – chissà – con qualcosa di più puntuto e concreto che non solo le parole.

Una delle parole più usate, in modo distorto, dalla neolingua è “fondamentalista”. Parola nata, mi par di ricordare, più di trent’anni or sono per indicare i seguaci del regime dell’ayatollah Khomeini in Iran (stato che però a me piace continuare a chiamare Persia). Dal suo significato iniziale di “fanatico seguace, anche in politica, dei principi fondamentali dell’islam”, già comunque discretamente diffamatorio, esso ha raggiunto l’apice della violenza definitoria quando lo si è cominciato ad usare in riferimento anche ai cristiani. Il termine “fondamentalisti” (pronunciato in genere accompagnato da una più o meno increspante smorfia labiale) rappresenta tutti quei cristiani che, in realtà, dovrebbero essere definiti semplicemente “cristiani”, e basta: coloro che vogliono seguire semplicemente l’insegnamento di N. S. Gesù Cristo e della Sua Chiesa (quella di un tempo). Ma tant’è: il pensiero unico dominante crede di usare questa parola come un’offesa, non sapendo che delle sue offese qualcuno – direbbe Manzoni – “se ne impipa”, e talora (fortunatamente) se ne fa un vanto.

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5 commenti su “Raddrizziamoci con la nostra lingua / III – Rubrica mensile di Dario Pasero”

  1. Caro Prof. Pasero, il suo dotto e raffinato articolo ci mette un po’ in soggezione e ci incute il timore che commentandolo rischiamo di dire qualche corbelleria. Ma guardi un po’, proprio mentre scrivo, ecco che mi esce ‘corbelleria’. “Che corbellu (o corvellu, dipende dalla zona) dici?” esclamiamo noi marchigiani di fronte a qualcosa di incredibile o esagerato, insomma a qualcosa che proprio non si tiene. Infatti nel corbello (cesto con rari vimini intrecciati) l’acqua non si tiene e perciò dire una corbelleria equivale a dire qualcosa che scivola via per quanto è inopportuna. Ecco, credo, nella lingua comune e anche popolare, una ‘inconsapevole’ metonimia.
    Mi corregga se sbaglio

    1. Direi che Lei ha ragione. D’altra parte la formula “dire una corbelleria” esiste anche in italiano; anche in francese la “corbeille” è il “cesto”. Possiamo notare che quasi tutti i modi di dire popolari hanno una figura retorica alla loro origine.

  2. Luciano Pranzetti

    “Beveva e leggeva, immerso nel Manzoni, quando, con la coda dell’occhio vide qualcosa; distrattosi, scivolò stringendo il collo della bottiglia, tentò di aggrapparsi al braccio della poltrona, urtò contro la gamba del tavolo. Un crac.: s’era fratturata la testa del femore”.(sineddoche e catacresi).
    Caro Pasero, è un piacere passeggiare sulle tue dotte e fascinose ricognizioni linguistiche ed esserne stimolati all’invenzione!

  3. Vincenzo Amato

    “Ma tant’è: il pensiero unico dominante crede di usare questa parola come un’offesa, non sapendo che delle sue offese qualcuno – direbbe Manzoni – “se ne impipa”, e talora (fortunatamente) se ne fa un vanto” Ecco! è così, anch’io mi faccio vanto di essere “omofobo”!!
    Complimenti vivissimi al professore. Quanto ammiro la sua cultura, ma direi, la Sapienza.

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