Raddrizziamoci con la nostra lingua / IV – Rubrica mensile di Dario Pasero

Esistono parole “difficili” in quanto tecniche, usate quindi in registri linguistici specialistici, cioè nel dizionario specifico delle varie attività, discipline, mestieri e professioni; ma esistono anche parole che, nate come “difficili”, in seguito, poco alla volta, sono entrate nel linguaggio comune, quello insomma della comunicazione quotidiana. Ciò che rattrista (almeno me) è che le parole difficili, che io però preferisco definire “colte” o “squisite”, ma che in definitiva sono solamente parole precise ed appropriate al discorso che si sta facendo (quella che un tempo si chiamava la “proprietà del linguaggio”), stanno perdendo sempre più terreno nel linguaggio comune: sempre meno persone capiscono il significato di molti termini.

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Raddrizziamoci con la nostra lingua  / IV

(“Dalle Alpi agli Appennini ovvero Noterelle di uno dei tanti” su parole e cose)

di Dario Pasero

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Facciamo un esercizio (stavo per dire un “gioco”, ma temevo di apparire troppo superficiale): ciascuno dei miei lettori provi a riconoscere il significato di una parola – diciamo così – “difficile”.

Cominciamo con questa: brucolacco, e procediamo in questo modo. Lasciando per ora da parte questo esempio, torniamo ad argomenti di maggiore spessore, facendo due chiacchiere sulle parole, appunto, difficili. Poi, alla fine di queste mie riflessioni, dirò, per chi non fosse riuscito a trovarlo, il significato della parola “brucolacco”.

Possiamo partire con un’osservazione: esistono parole “difficili” in quanto tecniche, usate quindi in registri linguistici specialistici, cioè nel dizionario specifico delle varie attività, discipline, mestieri e professioni; ma esistono anche parole che, nate come “difficili”, in seguito, poco alla volta, sono entrate nel linguaggio comune, quello insomma della comunicazione quotidiana. Ciò che rattrista (almeno me) è che le parole difficili, che io però preferisco definire “colte” o “squisite”, ma che in definitiva sono solamente parole precise ed appropriate al discorso che si sta facendo (quella che un tempo si chiamava la “proprietà del linguaggio”), stanno perdendo sempre più terreno nel linguaggio comune: sempre meno persone capiscono il significato di molti termini (competenza passiva), e quindi non sono in grado di usarli correttamente (competenza attiva) nella comunicazione quotidiana. A ciò si aggiunga poi il fatto di quanti, non conoscendo l’esatto significato di molte parole, le usano a sproposito, pensando – in questo modo – di apparire più colti e, soprattutto, più “interessanti” agli occhi degli altri. Ancora una volta, purtroppo, nella nostra società corrotta (spiritualmente) malata (moralmente) e degradata (intellettualmente) conta l’apparire e l’opinione (quella che i greci chiamavano “doxa”) più che non l’essere e la verità (alétheia).

Torniamo ora alle parole “difficili” e vediamo qualche esempio, a volo d’uccello e senza seguire uno schema rigidamente consequenziale.

Leggiamo, per cominciare, un breve passaggio dalla scena 10a dell’atto III della Locandiera goldoniana:

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Dejanira: Volentieri. M’impegno con uno scudo far andar via quella macchia, che non si vedrà nemmeno dove sia stata.

Marchese: Vi vuole uno scudo?

Dejanira: Sì, signore, vi pare una grande spesa?

Marchese: È meglio provare lo spirito di Melissa.

Dejanira: Favorisca: è buono quello spirito?

Marchese: Prezioso, sentite. (Le dà la boccetta)

Dejanira: Oh, io ne so fare del meglio. (Assaggiandolo)

Marchese: Sapete fare degli spiriti?

Dejanira: Sì, signore mi diletto di tutto.

Marchese: Brava, damina, brava. Così mi piace.

Dejanira: Sarà d’oro questa boccetta?

Marchese: Non volete? È oro sicuro. (Non conosce l’oro dal princisbech). (da sé)

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I due personaggi impegnati nel dialogo o, se preferite– ecco per l’appunto un termine tecnico del linguaggio teatrale –, nel deverbium (a proposito: il nostro “diverbio”, cioè qualcosa di più di una discussione ma meno di un alterco, deriva appunto dal latino deverbium, cioè la scena dialogata, in modo in genere piuttosto “vivace”, nella commedia latina) sono il marchese di Forlimpopoli (il Forum Popilii dei latini), uno degli innamorati, delusi, della locandiera Mirandolina, che si finge danaroso, e l’attrice Dejanira, che si finge a sua volta, insieme all’amica e collega Ortensia, una nobildonna. Il marchese, che nel rapporto con Mirandolina tende a far vedere (come si dice) “lucciole per lanterne” e che pure nei confronti delle due pretese dame aristocratiche spaccia per preziose cose di poco valore, offre alla donna un’ampollina – a suo dire – d’oro, mentre il metallo altro non è se non “princisbech”, cioè una vile lega (dall’aggettivo latino vilis, “di nessun valore”: solo più tardi assunse il significato di “pauroso, codardo”) di rame, stagno e zinco (simile però nell’aspetto all’oro), così detta dal suo inventore Ch. Pinchbeck, con accostamento, per etimologia popolare, al “principe” ed al “becco”. Questo riferimento letterario può servire a spiegare l’espressione, rimasta nell’italiano moderno, ma ora – ahimè – poco usata, “restar di princisbecco”, nel senso di “restare grandemente stupito” o “profondamente deluso”, nata proprio dal fatto di credere di avere tra le mani un oggetto prezioso (d’oro) e scoprire invece trattarsi di lega vile (princisbecco).

Renzo è entrato (per la seconda volta) in Milano, una Milano sconvolta dalla peste e, dopo aver assistito al pietoso spettacolo della madre che depone la propria figlia morta sul carro dei monatti (è il famoso episodio della “madre di Cecilia”; cap. XXXIV), va in cerca della casa di don Ferrante e donna Prassede, dove spera di trovar Lucia. A tale scopo interroga un monatto per sapere dove si trovi tale casa e «“In malora, tanghero”, fu la risposta che n’ebbe», così almeno ci riferisce il Manzoni (o meglio il suo “anonimo”…). L’insulto “tànghero”, da non confondere (trattandosi di semi-omofoni, cambiando solamente l’accento) con l’ispanismo “tanguéro” (traslitterato anche nella grafia italiana di “tanghéro”: ecco che i due termini sono anche omografi), che vale “ballerino di tango”, significa letteralmente “persona rozza e incivile, spesso proveniente dalla campagna, incapace di vivere secondo le regole della buona educazione”. Il suo uso è testimoniato nella nostra lingua dalla fine del secolo XVII (Francesco Redi, 1626-1698, lo scienziato-poeta autore del Bacco in Toscana, in cui leggiamo, al v. 239, Quei Lapponi son pur tangheri), ma la sua etimologia è ancora sub iudice. Una ipotesi (sia chiaro: solamente ipotesi) è che provenga da parola latina di origine germanica (tanganum = bastone), e venga all’italiano dal lombardo occidentale, a sua volta ripreso dal ticinese, che è comunque anch’esso un dialetto lombardo.

L’uso di “bighellone” (e del verbo “bighellonare”), col valore di “fannullone, disutilaccio”, a cui però si aggiunge anche il senso di “randagio, perditempo che va in giro senza meta invece di lavorare”, inizia nel secolo XVI (col Salviati), ma si espande in particolare nei due secoli precedenti il nostro, con esempi anche di scrittori noti: da Verga a Collodi, da Gadda a Moravia… Anche per questo termine l’etimologia è incerta, ma appare un po’ meno oscura se prendiamo in esame la sua forma originaria, cioè “bigolone” (dal veneto “bìgolo”, specie di pasta simile agli spaghetti). Il termine “bìgolo” (anche in altre forme locali, come per esempio in piemontese) assume poi un valore metaforico per indicare il membro virile. Quindi il verbo “bighellonare”, da cui viene il deverbale “bighellone”, varrebbe il contemporaneo “cazzeggiare”, nel senso anch’esso di “passare il proprio tempo in attività inutili” o “muoversi senza meta per passare il tempo”: quanto meglio tuttavia la forma antica che, per quanto volgare, mantiene una sua quasi (scusate l’ossimoro) gentile grossolanità. È comunque il segno di come moltissime parole, nella loro storia, soprattutto per quanto riguarda il parlato più ancora che lo scritto, si desemantizzino, perdano cioè il loro significato originario per assumere tout court quello (a seconda dei casi) metaforico o metonimico. Ciò ci fa sperare almeno che quei termini, che ora sentiamo come volgari o sboccati, tra qualche decennio abbiano perduto la loro scorza di trivialità per assumere un valore meno pesante e rozzo.

L’energumeno è colui che si comporta in modo prepotente e prevaricatore, specie nelle sue azioni, ma anche con le sue parole: un violento, insomma. Quando si usa (usava) questa parola non si faceva in genere caso al suo etimo: dal latino medievale energumenum, a sua volta dal greco cristiano energoúmenos, participio presente passivo del verbo energhéo, che significa “agire, dare forza” (pensiamo ad enérgheia > energia). Essendo passivo, questo participio significava “colui sul quale viene esercitata una forza”, cioè, paucis verbis, il posseduto dal demonio, l’indiavolato, a cui – detto per inciso – il Concilio di Orange vietava di accedere al presbiterato.

L’aver citato un termine dotto (energumeno) poi passato al linguaggio comune mi invita a ricordare altre parole che hanno avuto una sorte consimile, variando anche, quale più quale meno, il proprio significato, in genere in seguito ad un processo metonimico di “specializzazione”.

Di “apocalissi” abbiamo già detto altra volta: dal suo valore originario greco di “rivelazione” (dal verbo apokalúpto, “scopro, rivelo”) a quello di “rivelazione dei segni della fine del mondo” a quello di “fine del mondo” e poi, più genericamente, di “serie di sventure, di disastri annunciati”.

Ancora. Il “pachiderma” nel nostro immaginario lessicale è qualunque animale di mole straordinaria, quali elefanti, ippopotami, rinoceronti… In realtà, l’esatto significato del termine è quello di “animale dalla pelle spessa e dura” (dal greco pakhú, “spesso, forte”, e dérma, “pelle”); visto però che tutti questi animali “dalla pelle spessa” sono anche di mole grandissima, ecco il passaggio quasi automatico, dovuto probabilmente al fatto che all’occhio umano le loro dimensioni sono più immediatamente percepibili che non lo spessore della loro pelle.

Curiosa poi la vicenda di “pneumatico”. Da figura di primo piano all’interno del pensiero gnostico, il pneumatikós era infatti la persona (letteralmente) ripiena di spirito (pnéuma) e quindi il “perfetto” nella gerarchia morale ed intellettuale degli gnostici (contrapposto all’hylikós, cioè al “materiale” < hýle, “materia”) a oggetto che, sempre pieno di aria (pnéuma), serve ad attrezzare le ruote di alcuni veicoli (automobili, biciclette, motorini, trattori…) al fine di permettere loro una migliore aderenza e mobilità sul terreno ed un viaggiare più comodo alle persone. Dalle stelle alle stalle…

Sempre in ambito filosofico nacque il termine “ermetico”, cioè tutto ciò che fosse relativo alla filosofia misterica legata alla figura di Hermes Trisméghistos (Ermete Trismegisto). Essendo tale filosofia riservata solamente agli iniziati, e preclusa, se non vietata, dunque alla gente comune, il termine hermeticum passò ad indicare qualunque cosa fosse “chiusa, sigillata, non conoscibile all’esterno”, significato da cui si originò il valore quotidiano di “sigillato”, con chiusura “ermetica” appunto. Il termine quotidiano ebbe poi una risemantizzazione (cioè acquisizione di un nuovo significato) di tipo dotto con la nascita, agli inizi del secolo scorso, della “poesia ermetica”.

Ultimo esempio, poi chiudo. Noi tutti conosciamo uno dei 7 peccati capitali, cioè l’accidia, che è – sintetizzo molto – l’inerzia, la pigrizia morale: in altre parole, sapere quale è il bene, ma non praticarlo per neghittosità e mancanza di volontà. Il nome proviene dal greco, e precisamente dal termine kédos, che significa “cura, attenzione, qualcosa che ci sta a cuore” (cfr. il verbo kédomai, “ho a cuore”), da cui si forma (con la presenza dell’alfa privativa) a-kédeia/ accidia col valore di “mancanza di cura, di voglia”. Orbene, troppo spesso ci sono oggigiorno persone che confondono l’accidia con l’acidità, a tal punto che in un romanzo italiano contemporaneo (taccio per carità di patria autore e titolo) ho trovato una situazione di questo genere: due persone stanno discutendo animatamente, quasi altercando, quando una delle due dice all’altra: «Non comprendo i motivi di tanta accidia da parte tua nei miei confronti…»: è chiaro come il contesto richiedesse “acidità” (d’animo, s’intende, non di stomaco) e non certo accidia, ma probabilmente l’autore (o forse l’editor, rectius revisore editoriale) ha pensato che accidia fosse più “nobile” e quindi più “spendibile” sul piano letterario, pensando così – forse – di affascinare i lettori. La mia vis polemica non vuole tanto esercitarsi con gli ignoranti, perché non sempre il non poter studiare è ascrivibile come colpa alla persona, quanto, come già ho detto sopra, con quegli ignoranti che, volendo darsi una patina di (falsa) cultura, usano a sproposito la lingua. Anche questo è un segnale che mala tempora currunt

A questo punto chiudo davvero, perché non vorrei che qualcuno mi prendesse per “mentecatto”, altra parola oramai di poca cittadinanza nel parlare comune. È colui che è folle in quanto è stato catturato (captus, part. passato dal verbo latino capio, “prendere, catturare”) nella mente (ablativo di mens, mentis). Di questo ablativo riparleremo a proposito degli avverbi di modo.

A bien tôt… (tôt equivale all’italiano “tosto”, cioè “subito, senza por tempo in mezzo”: nella grafia francese la vocale che porta l’accento circonflesso (ˆ) segnala la caduta di una –s dopo di sé (âne < a(s)inum; tête < testa).

Bene: ogni promessa è debito e dunque, per gli affezionati lettori che ce l’hanno fatta ad arrivare fin qui e che non fossero riusciti a trovare il significato di “brucolacco”, ecco lo svelamento dell’arcano.

Si tratta di una parola derivante dal neo-greco (bizantino) vrukólax (pl. vrukólakes), che vale, nella tradizione popolare della Grecia medievale, “cadavere rianimato dal diavolo, morto vivente”, una sorta di révénant, insomma, un vampiro, che però non succhia sangue, ma che viene anch’esso distrutto dal fuoco (come nella tradizione valacca) o, se preferite, uno zombie. Uscirebbe nottetempo dalle tombe sotto forma di fuoco fatuo per poi riprendere le sembianze umane e perseguitare i vivi. Chi volesse saperne di più su “brucolacchi” ed altri argomenti consimili potrà trarre vantaggio dalla lettura di La fata dai piedi di mula di Tommaso Braccini (ed. EncycloMedia, Milano, 2012).

4 commenti su “Raddrizziamoci con la nostra lingua / IV – Rubrica mensile di Dario Pasero”

  1. Magistrale come sempre! Occorre aggiungere che, a forza di vivere in mezzo ai bruti, anche coloro che hanno studiato hanno adeguato il linguaggio agli standard scadenti dei tempi odierni. Sarebbe d’uopo una controriforma della riforma scolastica…..
    P.S= sull’accidia. Siamo, dunque, arrivati al punto che uno “scrittore” non ha mai letto Dante? Nella Divina Commedia, almeno, avrebbe letto degli accidiosi…..Il fatto è grave.

  2. Ottimo! Qualche commento sull’uso abnorme dell’aggettivo “importante ” : quando i cronisti, i telecronisti, i giornalisti, l’intervistato , non sanno come qualificare un fatto, un’azione, un evento, ecco che tutto. diventa ” importante “. Grazie

  3. Ci si preoccupa che i nostri ragazzi sappiano la lingua inglese, giusto per carità, ma desidererei che la complessità dell’italiano ritornasse tra le primarie preoccupazione didattiche!

  4. Luciano Pranzetti

    Magari si usasse ‘importante’, ché il più delle volte, si adotta ‘grosso” – un grosso personaggio, un grosso evento – quando la nostra ‘maggior Musa’ ci iforma che ‘grosso’ riferisce della ‘grossolanità’ della ottusità di un alcunché, così quando scrive sulle ‘etadi grosse’ (Purg. XI, 93) e, ancora sulle ‘menti grosse’ (Par. XIX, 85). Ma ciò per cui esprimo i miei complimenti a Pasero è l’aver scritto “il pneumatikòs” – dico: IL – contrastando l’attuale supponente e becero “lo pneumatico” messo in circolo da un bischero commentatore sportivo di F1 e beotamente seguìto dalla torma ovina di giornalisti, commentatori, conferenzieri e politici che, a somiglianza delle pecore, “escon dal chiuso.. .e ciò che fa la prima, e l’altre fanno/addossandosi a lei s’ella s’arresta/ semplici e quete, e lo ‘mperché non sanno” (Purg. III, 79-84). Bravo Pasero!

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