RAGIONE, RAZIONALISMO, TRANS-RAZIONALISMO, ESOTERISMO – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

 

 

“Ovunque si può osservare una nuova ricerca del mito, un risalire… alle antiche mitologie – con la speranza di ritrovare  modelli di vita e forze originarie”. Joseph Ratzinger


Il merito di Ratzinger nella difesa della razionalità supera le possibili obiezioni. La rivendicazione della razionalità è difesa dell’umanità dell’atto di fede (contro la tradizione protestante) è tendenziale superamento del soggettivismo che ha inquinato la teologia cattolica e è intenzionalmente recupero della metafisica perduta da tanta parte della modernità, soprattutto è riaffermazione della possibilità dell’accesso alla verità e quindi criterio fondamentale per giudicare delle filosofi e delle culture che hanno disperato della verità e conseguentemente anche di un ordine morale in questa vita”. Ennio Innocenti

 

 

 

tdaLa prima linea della resistenza cattolica all’eversione ateista è costituita per la salvaguardia delle verità filosofiche magistralmente stabilite da San Tommaso d’Aquino.

Cornelio Fabro ha definito puntualmente la chiave di volta dell’edificio tomista: la dimostrazione del primato dell’essere sul pensiero. Nel saggio sulla prima riforma della dialettica hegeliana ha rivendicato: “L’innovazione rivoluzionaria fatta sa San Tommaso con la priorità ch’egli dà al semantema ens-esse su quello di unum-bonum della tradizione formalista dell’Occidente che deve dare la priorità alla vita, al volo [1], all’azione sul pensiero e all’homo faber sull’homo sapiens: all’essenza sull’actus essendi” [2].

La filosofia dell’atto d’essere segna il confine oltre il quale la ragione non può avventurarsi senza l’ausilio della vera fede.

Forzate le colonne d’Ercole poste dal genio di San Tommaso, la ragione tracotante affonda nell’oceano delle mitologie intorno all’eternità dell’universo. Oceano nel quale erano già naufragati gli antichi poemi dell’immanenza.

Simbolo di un tale naufragio il mito proposto dall’eleate Zenone, il quale capovolge il senso comune per rappresentare l’immobilità del cosmo nella figura di un Achille impossibilitato a raggiungere la tartaruga.

Il primo, inevitabile risultato dei tentativi di superare la metafisica in direzione della scienza laica è infatti l’inciampo del pensiero occidentale – da Meister Eckart a Hegel, da Scoto Eriugena a Spinoza e da Guglielmo di Occam a Martin Heidegger via Kant – nei paradossi che alimentavano il monismo filosofico dei pagani e degli gnostici [3].

Antonio Livi sostiene appunto che “in Hegel il rapporto con la religione è sostanzialmente quello stesso di Spinoza … la filosofia religiosa di Hegel è basata su una concezione radicalmente immanentistica di Dio” [4].

Fabro aveva affermato peraltro che Hegel “può essere detto il precursore di Nietzsche il filosofo della disfatta, come colui che ha capovolto con coraggio estremo gli illusori sogni di Hegel e degli hegeliani[5].

Il secondo risultato dell’insurrezione filosofica è la strisciante guerra del razionalismo contro la ragione, guerra non dichiarata ma combattuta ferocemente dai fautori del pregiudizio laicista.

In due articoli pubblicati nel “Giornale d’Italia”, il 31 agosto e il 1 settembre del 1973, Augusto del Noce osservava, appunto, che nella seconda metà del Novecento “La persecuzione psicologica della religione si è fatta inscindibile dalla persecuzione della ragione”.

La guerra del delirio esoterico contro la ragione è il beffardo e umiliante traguardo degli ateismi sedicenti razionalisti.

Al proposito Del Noce citava un discorso di Paolo VI, in cui era puntualmente definita la capovolta natura della tirannia esercitata dai laicisti “Non è la religione che soffoca la libertà è piuttosto la mancanza di libertà che soffoca la religione, impedisce cioè quell’orientamento razionale e morale e vitale che nelle sue superiori e naturali esigenze tenderebbe al mondo religioso [6].

Dopo che le istituzioni politiche ispirate dagli ateismi moderni hanno moltiplicato ed esasperato i difetti del potere premoderno, gli eredi dell’illuminismo, hanno gettato la maschera del ben pensare e sopravvivono promuovendo il ripudio della tradizione e il disprezzo della ragione.

Ora i pensatori cattolici che hanno respinto le suggestioni del l’oscurantismo opponendosi alla devastazione della filosofia, hanno dimostrato che i moderni sistemi dell’immanenza sono fatalmente obbligati a capovolgere l’ordine temporale e a condurre la filosofia nelle desolate radure del pensiero arcaico, da un legittimo erede di Nietzsche (Gianni Vattimo) detto  pensiero debole.

Nel 1949 l’esistenzialista ateo Karl Jaspers (1883-1969), che già aveva indirizzato la cocente delusione moderna all’ovvio approdo del nichilismo, propose apertis verbis il capovolgimento del senso storico: “Il fatto che stiamo affrontando l’alto compito di rifoggiare l’essere umano dalla sua origine è rilevato dalla crescente tendenza odierna a guardare indietro, alle origini. La profonda matrice da cui siamo derivati, il fondo autentico, nascosto dal velo di costruzioni culturali secondarie, di giri di parola, convenzioni e istituzioni deve tornare a farsi sentire. In tale processo di autocomprensione attraverso il richiamo delle origini, consiste il compito dell’uomo moderno[7].

La conclusione regressiva (decadente) proposta da Jaspers, annunciava i movimenti ultimi, che, attraverso un cammino a ritroso, hanno educato l’umanità alla religione dell’Uno Tutto come Spirito impersonale,  inducendola infine a sprofondare nelle presunte scaturigini dell’essere, agli abissi inconsci e vuoti, che rovesciandosi nel molteplice avrebbero generato questo mondo oscuro e infelice [8].

Chiarita la radicale “contrapposizione tra identità personale, retaggio del Verbum caro e l’idea cosmico pagana di metamorfosi”, Massimo Borghesi, un valente protagonista della vivace revisione in atto, interrompe l’annosa sudditanza, il complesso d’inferiorità dell’intellighenzia cattolica nei confronti del “moderno” e riprende l’analisi delle strategie attuate dagli ultimi interpreti della rivoluzione filosofica.

Prima di approfondire il tema trattato da Borghesi occorre rammentare che la prima mossa strategica dei regressisti, da Michele Federico Sciacca definita deteologizzazione del Cristianesimo [9], attuava un’arbitraria  “trasposizione di categorie cristiane su un piano immanente[10].

La seconda e più aggressiva mossa contempla, invece, il mutante Dioniso di Nietzsche, “che è, come anti-Cristo, il dio della metamorfosi, della danza bacchica in cui tutto sprofonda [11].

Nella mitologia nietzschiana, tragica visione dell’eterno ritorno dell’identico, non è difficile vedere il tentativo di aggiornare e inverare le antiche teorie sull’eternità del mondo.

In questo caso La secolarizzazione non designa più la trasposizione immanente di contenuti e valori desunti dalla teologia, quanto di un modello di salvezza affine a quello cristiano proprio per potersi opporre ad esso. Parleremo allora di secolarizzazione come metamorfosi della gnosi e non già come traduzione secolare di contenuti cristiani[12].


Nella fase storica in cui il tumulto sessantottino era festeggiato come segno della ritornante primavera rivoluzionaria, anche la più cauta e documentata ipotesi sull’involuzione gnostica del moderno era respinta con sdegno.

La prospettiva del regresso integrale, teorizzato da Jaspers, giustifica la lettura gnostica dell’estrema modernità e però esige un approccio critico alle filosofie, che, attraverso la mitologia storicista, hanno portato agli estremi la mentalità degli atei moderni.

A questo compito, decisivo per il futuro della metafisica, si è dedicato ultimamente Massimo Borghesi, continuatore ideale delle ricerche sugli influssi inavvertiti della gnosi spuria nella filosofia moderna, a suo tempo coraggiosamente avviate dal cardinale Giuseppe Siri, da Michele Federico Sciacca, da Julio Meinvielle, da Augusto Del Noce, da Gianni Baget Bozzo e da Ennio Innocenti.

Il cammino di ricerca intrapreso da Borghesi rappresenta il prolungamento di quello tracciato dalla riflessione di Cornelio Fabro sulla morte della filosofia, proclamata dagli ultramoderni, in inavvertita continuità con l’ontologia panteista di Hegel.

Fabro ha messo in luce le insanabili, ubriacanti contraddizioni del sistema idealistico, dimostrando che “L’Essere hegeliano non è nulla, esso si presenta e si dissolve in una girandola di significati opposti: non può essere detto l’immediato il primo essere vuoto che si dissolve nel non-essere dell’Essere; non può essere tantomeno l’immediato l’Essenza … che Hegel qualifica come non essere e poi dice verità dell’Essere, non può essere l’immediato il Concetto assoluto che Hegel stesso indica come risultato di quelle due tappe dell’Essere e del Nulla” [13].

Alcuni studiosi non dipendenti dalla indicazioni di Fabro, ad esempio Massimo Luigi Bianchi, indirizzano alla ricerca delle fonti hegeliane nella teologia eterodossa del Medio Evo (Scoto Eriugena, Meister Eckart) e premoderna (Sebastian Franck, Valenti Weigel, Baruch Spinoza e Jacob Böhme).

Bianchi cita, ad esempio, la tesi eckartiana nella quale si intravede una possibile fonte della teoria hegeliana intorno all’assoluto immanente che “in Eckart il rendersi presente della divinità nell’anima è qualcosa di non diverso dall’autoconoscersi e pervenire all’essere della divinità stessa[14].

La dottrina eckartiana consiste infatti nell’affermazione di una nascita perenne di Dio nell’uomo: annullando se stessa, la creatura diventa simile a quel nulla di tutto che è la divinità..

Incontestabile merito di Borghesi, che dimostra una perfetta padronanza della filosofia tedesca, è la discoverta e la puntuale citazione delle imbarazzanti fonti dell’idealismo hegeliano, fonti chiaramente indicate dall’allievo prediletto di Hegel, Karl Rosenkranz, ma taciute o minimizzate dalle storie ufficiali della filosofia.

Borghesi propone dunque una chiave di lettura che apre le porte segrete del misticismo di matrice ereticale (Marcione Pontico) agente nella filosofia di Hegel.

Lo storicismo hegeliano nasce, infatti, dall’intenzione di costringere l’escatologia cristiana nella camicia di forza del monismo panteistico dei presocratici.

Opportunamente Borghesi rammenta che “A Francoforte Hegel … sviluppa un progetto sistematico di ricomprensione del dogma cristiano all’interno di una posizione filosofica contrassegnata dall’uni-totalità[15].

Alla luce dell’indagine sagacemente condotta da Borghesi, la sovversione hegeliana della teologia si rivela quale sviluppo coerente delle tesi esoteriche (massoniche) di Gotthold Lessing intorno alla tripartizione della storia sacra elucubrata da Gioacchino da Fiore.

Secondo il fantasioso abate calabrese, la legge del Nuovo Testamento non sarebbe destinata a durare fino alla fine dei tempi. Nella lettera ai Corinzi, San Paolo avrebbe, infatti, annunciato un’età dello Spirito Santo: “Cum venerit quod perfectum est, evacuabitur quod ex parte est”.

San Tommaso, confutando la teoria gioachimita – “tali fantasticherie sono escluse dalle parole evangeliche” – afferma invece: “Sicut Dionysius dicit triplex est hominum status: primus quidem veteris legis; secundum novae legis; tertius status succedit nunc in hac vita, sed in patria[16].

Se non che la lettura di San Tommaso era purtroppo sconsigliata e quasi proibita nella Germania riformata da Lutero e abbagliata dai nuovi filosofi.

Dopo che Lessing aveva forzato la dottrina gioachimita sull’età dello Spirito Santo, interpretandola quale definitivo superamento del Cristianesimo, Hegel poté imporre, quasi senza incontrare obiezioni serie, un panteismo che pretendeva di sostituire la fede in Cristo travestendosi da razionalismo a sfondo umanistico.

Al proposito Borghesi cita un testo hegeliano in cui è teorizzata la divinizzazione dell’uomo:  “C’è qualcosa nelle anime che non è stato creato, un qualcosa di increato: è la razionalità … Ciò che la sacra scrittura dice di Cristo viene detto con piena veridicità di ogni uomo divino. Ciò che è proprio della natura divina lo è anche di ogni uomo divino[17].

Ammessa la scansione della storia cristiana e riconosciuto il superamento della teologia del Figlio, Hegel procede senza difficoltà al ripudio della teologia del Padre, premessa di quella rivoluzione parricida che costituirà il motivo conduttore delle moderne rivoluzioni.

A quel punto era inevitabile l’incontro con “Una posizione gnostica – segnatamente marcionita – all’interno di una panteismo postspinoziano. Per essa tra ebraismo e cristianesimo viene scavato un profondo fossato, che assume il valore di un’antitesi dialettica[18].

L’appuntamento con l’eresia di Marcione, peraltro, è un evento decisivo nella vicenda personale di Hegel e nella storia della filosofia moderna: “Attraverso l’amico Schelling, la cui dissertazione teologica tenuta nel giugno 1795 recava il titolo De Marcione paullinarum epistolarum emendatione egli [Hegel] era in grado di conoscere la figura di colui che nella sua opera aveva affermato l’antitesi tra il Dio dell’Antico Testamento e il Dio del Nuovo Testamento[19].

L’entusiasmo suscitato in Hegel dalla rivalutazione dell’eresia marcionita è testimoniato da una lettera indirizzata a Schelling: “Ho trovato la conferma di un sospetto che già da tempo nutrivo, e cioè che sarebbe tornato forse più onorevole per noi e per l’umanità se qualche eresia, condannata da concili e da simboli, non importa quale, fosse prosperata fino a diventare un sistema di fede pubblica, invece di vedere il sistema ortodosso conservare ancora il suo predominio[20].

Borghesi dimostra quindi che Hegel applica lo schema marcionita per delineare il rapporto dialettico tra fede ebraica e fede cristiana.

In questo anomalo disegno “Il Dio ebraico diviene il Dio estraneo, sorto dopo che, con il diluvi, la natura si è resa ostile all’uomo. L’idea di Dio nasce dalla coscienza che oppone ideale e naturale, chiede la protezione di un Signore di fronte alla minaccia del mondo. L’ebraismo è il riflesso di una coscienza infelice,  non unita alla natura che si sottomette alla legge e alla servitù di un ideale, oggettivato in una dimensione trascendente, estranea. Di contro ad esso si afferma lo spirito del cristianesimo, spirito dell’amore contrapposto alla legge, della libertà contro la servitù, del Dio umano contro il Dio puramente divino[21].



Jacques D’Hondt aveva compilato un meticoloso catalogo degli entusiasmi rivoluzionari che agitarono Hegel durante le fasi convulse della disgraziata rivoluzione francese [22].

Mediante l’esplorazione del versante marcionita della filosofia di Hegel, Massimo Borghesi conferma i giudizi di D’Hondt e le tesi di Georges Bataille e Alexandr Kojève sulla segreta ispirazione anarco – nichilistica dell’idealismo tedesco.

Per una curiosa coincidenza, Jacob Taubes, l’autorevole protagonista del rinnovamento rivoluzionario sessantottino, fonda la sua filosofia sulla tesi marcionita contemplante l’insanabile conflitto tra la giustizia stabilita dall’Antico Testamento e la libertà annunciata dal Nuovo Testamento, tesi che Hegel aveva usato per de-teologizzare il Cristianesimo.

Taubes sosteneva che la rivoluzione, per affrontare le sfide lanciate dalla tecnocrazia occidentale, doveva rovesciare il suo indirizzo: “Oggi sembra che i teorici della reazione siano gli ideologi del progresso tecnologico, mentre i teorici dell’illuminismo esercitano un’azione critica per salvare il concetto di progresso dalla stretta della tecnologia[23].

Di qui la definizione della tecnologia quale aggiornata versione del nomos dettato dalla teologia monoteista.

La via di liberazione dall’alienazione religiosa, secondo Taubes, doveva passare attraverso un ateismo ulteriore, ancora più radicale di quello marxista, un ateismo capace di colpire il cuore di quell’illusione tecnologica, che sostituiva il tentativo di realizzare l’essenza umana (che  non possiede alcuna realtà) [24].

L’accertamento di tale esigenza ha indirizzato Taubes allo gnosticismo marcionita, che “vive ribellandosi alla dottrina monoteistica del potere e della creazione del Dio oltremondano. Nella protesta della gnosi tardoantica si manifesta anche il riconoscimento dei limiti che la religione rivelata ha posto tra il Dio creatore e la creatura” [25].

Agli occhi di Taubes, che in questo si rivela hegeliano oltranzista, il mito gnostico (“che arriva dalle zone periferiche dell’ebraismo delle origini, dalla Samaria, la Siria, la Transgiordania e Alessandria” ed è perciò carico di suggestioni primitive) [26], rappresenta un ateismo più radicale di quello degli illuministi, di Hegel e di Marx. Marcione, infatti, non nega l’esistenza di Dio ma afferma la superiorità dell’uomo sul Dio rivelato: “Nel mito gnostico il dominatore del mondo e suo demiurgo viene istruito con le seguenti parole: noli mentiri Jaldabaoth, est super te pater omnium primus Anthropus[27].

Curiosamente l’appropriazione della superstizione antropocentrica radicale, custodita all’eterodossia gnostica, avvicina la rivoluzione di Taubes alla radice profonda del nazismo: l’odio marcionita contro il Dio d’Israele.

Quasi intendesse appropriarsi dell’eresia “a monte” del nazismo, Taubes scrive testualmente: “In «Eredità del nostro tempo», Bloch riflette in modo approfondito … sul fatto che i nazisti si erano appropriati di motivi autentici e che era necessario sottrarli ad essi. Il programma di Benjamin è analogo: strappare alla reazione i motivi autentici, penetrando in terra nemica per raccoglierli[28]. Nel programma di Taubes è contenuta l’ammissione del definitivo trapasso della modernità nei pensieri arcaici.


 

 


[1] Fabro ha dimostrato che il “volo” è il motore nascosto della filosofia del “cogito“, pietra d’angolo dell’edificio razionalista

[2] Cfr.: “La prima riforma della dialettica hegeliana“, Edivi, Segni 2004, pag. 224.

[3] Sulla dipendenza del monismo eleatico dai misteri della Grande Madre cfr. l’introduzione di Giovanni Reale a: Parmenide, “Sulla natura”, Bompiani, Milano 2001. La dipendenza degli gnostici dai filosofi pagani è dimostrata da S. Ireneo da Lione.

[4] Cfr. “Vera e falsa teologia”, Leonardo da Vinci, Roma 2012.

[5] Cfr.: “La prima riforma della dialettica hegeliana”, op. cit., pag. 38.

[6] Citato da Massimo Borghesi, cfr. “Il peccato originale dell’epoca moderna”, relazione su Augusto Del Noce al Meeting di Rimini 1990, “Il Sabato”, 29 settembre 1990 e 6 ottobre 1990.

[7] Karl Jaspers, “Origine e senso della storia”, Milano 1965, pag. 182.

[8] Cfr.: Massimo Borghesi, “L’era dello spirito”, Studium, Roma 2008, pag. 38.

[9] Sulla deteologizzazione del Cristianesimo cfr.: Michele Federico Sciacca, “L’oscuramento dell’intelligenza”, Marzorati, Milano 1970, pag. 121.

[10] Cfr.: Massimo Borghesi, “L’era dello spirito”, op. cit. pag. 38

[11] Ibidem.

[12] Ibidem.

[13] Cfr.: “La prima riforma della dialettica hegeliana”, op. cit., pag. 27.

[14] Al proposito si può rammentare che secondo Fabro Hegel “parla di una dialettica assoluta che è l’attuarsi e muoversi dello Spirito assoluto, per il quale l’andare fuori di sé ovvero il suo ulteriore determinarsi nella realtà, è anche andare in sé così che la maggiore  estensione (Tutto) coincide con la più alta intensità”, Cfr. “La prima riforma della dialettica hegeliana”, op. cit. pag. 51

[15] Op. cit., pag. 194.

[16] Summa theol., I-II, q. 106, a. 4, ad primum.

[17] Op. cit., pag. 82.

[18]L’era dello spirito”, op. cit., pag. 194.

[19] Ibidem.

[20] Op. cit., pag. 195

[21] Op. cit., pag. 195.

[22] Cfr.:Jacques D’Hondt, “Hegel segreto”, Guerini e associati, Milano 1989 .

[23] Cfr. “Cultura e ideologia”, in “Messianismo e cultura”, Garzanti, Milano 2001, pag. 307.

[24] Id., id., pag. 309.

[25] Cfr. “Il mito dogmatico della gnosi”, in “Messianismo e cultura”, op. cit., pag. 324. Il saggio è stato scritto da Taubes nel 1971.

[26] Id., id., pag. 325. In un saggio del 1957, Taubes aveva attribuito la stessa intenzione antipaterna a san Paolo: “La religione mosaica è stata una religione del Padre, Paolo, invece, è stato il fondatore di una religione del Figlio”. Cfr. “La religione e il futuro della psicoanalisi”, in “Messianismo e cultura”, op. cit. pag. 118. Il tema del presunto gnosticismo paolino è sviluppato nel saggio “La teologia politica di san Paolo”, edito da Adelphi, Milano 1998. Di qui il tentativo d’inventare un passaggio dal Cristianesimo alla psicoanalisi.

[27] Id., id., pag. 327.

[28] Cfr.: Jacob Taubes, “La teologia politica di San Paolo”,  Adelphi, Milano 1997,  pag. 156.

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