REAZIONARIO E FELICE DI ESSERLO: LA SATIRA DI GIOVANNI MELI – di Emilio Biagini

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di Emilio Biagini

meli

il poeta Giovanni Meli

 

 

A partire dal cosiddetto “rinascimento”, gli intellettuali e intellettualoidi politicamente corretti hanno imperversato, cercando subdolamente o apertamente di sovvertire la Verità cristiana. Un subdolo avversario fu Erasmo da Rotterdam, uno aperto fu il famigerato Lutero. Poi vennero i lumi, e il secolo dei lumi (massonici) rivelò il suo volto diabolico nella rivoluzione giacobina che sconvolse l’Europa. Il secolo successivo vide lo stupro giacobino dell’Italia cattolica nel cosiddetto “risorgimento”, sotto lo sguardo soddisfatto della massoneria internazionale.

Coloro che si opponevano alla montante marea di liquame ideologico e di sangue furono sbrigativamente etichettati come reazionari. Etichettare è una delle cose dove il progressume dà il suo peggio. Ebbene siamo orgogliosi di essere reazionari, vogliamo essere reazionari, vogliamo reagire e non lasciarci omologare dall’arrogante casta politicamente corretta, arroccata nel suo potere e nei suoi privilegi.

Un grande reazionario fu il conte Monaldo Leopardi, padre del cimiteriale Giacomo, il quale tuttavia nutriva a sua volta un sacrosanto disprezzo per la “diuturna luce delle gazzette”.

Un altro reazionario degno di attenzione e ammirazione fu il grande poeta in lingua siciliana Giovanni Meli (Palermo 1740-1815), che fu pure scienziato e professore di chimica all’università di Palermo, testimone dei fasti illuministici e dei loro esiti omicidi. Le sue opere suscitarono l’attenzione dell’intera Europa e furono tradotte in italiano, latino, greco, francese, inglese, tedesco. Nulla di meglio che lasciare a lui la parola, riportando alcuni dei suoi più memorabili versi satirici contro le follie politicamente corrette della sua epoca, tratte da un prezioso volume antologico edito nel 1855 (Opere di Giovanni Meli, Palermo, Di Marzo), unico ricordo del mio bisnonno Gaetano Giaimo di Patti.

E beccatevi questa fulminante quartina, pontificanti baroni universitari che indottrinate i giovani (da Canzuni XXI).

Su’ misi in cacaticchiu

taluni prufessuri,

chi a forza d’imposturi

fannu qualche tarì.


Ed ecco il richiamo alla saggezza e ai buoni costumi, vera base del vivere civile, ben più importante dei voli pindarici degli intellettuali, dato che più crescono i cosiddetti lumi più gli uomini diventano bestie (dalla Littira all’illustri Giacintu Troysi).


Fattu ànnu voli immenzi

e all’augi soi si vidinu

a l’arti e li scienzi:

ma l’omini s’occidinu!

Chi cosa li unni pari?

cchiù chi li lumi criscinu,

‘ncanciu di migghiurari

l’omini insilvaggiscinu!

Dirremu chi li lumi

ci fannu stravaganti?

Ah! manca li costumi,

scienza cchiù impurtanti!

D’ogni socïetà

su’ oggetti di grandizza

l’arti e li scienzi; ma

la basi è la saggizza!


E che ne è del secolo che si dice “luminosissimo”, gonfio di presunzione? Dai frutti si riconoscono i falsi profeti, non dalle chiacchiere, e i frutti sono corruzione, ingiustizia, guerra, sangue (da L’addiu di la Musa).

Pri nui stu seculu,

ch’è sedicenti

luminusissimu,

nun luci nenti.

Di voli altissimi

sarrà capaci;

ma unn’è giustizia?

unn’ è la paci?

Unni si trovanu

virtù e costumi?

dunca a chi servinu

sti tanti lumi?

Cu l’oru sbuccanu

da un novu munnu

li guai, chi abbundanu

cchiù chi nun sunnu.

La genti a st’idolu

stendi li manu,

e anchi offri vittimi

di sangu umanu.

Virtuti e meriti

sagrificati

sunnu a sta barbara

divinitati.


E concludo con questa durissima satira, un sonetto caudato, e giustamente caudato, perché destinato alle bestie che facevano guerra a Cristo, massacrando preti e monache, profanando chiese e sepolcri, devastando secoli di storia e di arte sublime (Cuntra li Giacubini).


L’antichi ànnu vantatu a santu Sanu,

‘ntra li strani prodigj astutu e finu;

sanava un ugnu e poi cadìa la manu;

cunzava un bracchiu, e ci ammuddìa lu schinu.

Ora cc’è nautru apostolu baggianu,

chi si ‘un c’è frati, almenu cc’è cucinu,

è natu in Francia, e poi di manu in manu

scurrennu, s’è chiamatu Giacubinu.

Duna a tutti pri re ‘na staccia lisa;

li fa uguali, però intra li guai sulu;

liberi, pirchì in bestij li stravisa.

Porta appressu frustati supra un mulu

‘na Roma nuda, un Napuli in cammisa,

e un’Italia scurciata e senza culu.

Né resta ddocu sulu;

chi li Fiandri, l’Olanda… e ‘nsumma pati,

desolata l’intera umanitati.

Chisti su’ li vantati;

prodigj, ahimé, terribili e funesti

di lu Giacubinismu, orrenda pesti!

O scuncirtati testi!

Camina cu li cuddi stu sunettu

pirchì veni a li bestii direttu.


Lasciamo tempo al tempo, e gli idoli degli uomini imbestiati cadranno loro addosso e li schiacceranno. Quello che è sano vivrà e non sarà mai dimenticato, come la poesia di Giovanni Meli, la quale sembra scritta per gli infelici giorni nostri, in cui l’Europa, nata cristiana e divenuta l’Europa senza radici dei banchieri, ricalca ora le atrocità della sua epoca.

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