REFERENDUM DEL 12 E 13 GIUGNO: ACCANIMENTO CONTRO LA VERITÀ? – di Salvatore Giuseppe Alessi

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L’Autore svolge un’analisi della disinformazione che ha caratterizzato i referendum, e sottolinea come invece sia urgente indire un referendum per abrogare l’iniqua legge 194, che ha legittimato il crimine dell’aborto. A tale proposito invitiamo quanti ancora non l’avessero fatto ad aderire al comitato no194. Attualmente le adesioni hanno superato quota 1.600


.di Salvatore Giuseppe Alessi

 

 

La volontà del popolo italiano sui quesiti referendari del 12 e 13 di Giugno è stata chiarissima: i SI, infatti, hanno stravinto in tutti e quattro i temi normativi messi ad abrogazione. Inoltre, si è registrata un’affluenza alle urne in “dose massiva”. Un risultato veramente straordinario. Dico straordinario perché negli ultimi appuntamenti referendari proposti dai comitati, almeno nell’ultimo ventennio, non si era mai conosciuta, prima d’oggi, un’adesione al voto così alta per il raggiungimento del quorum, ai fini della sua validità. Questo è lodevole per il popolo italiano, ma che cosa ha spinto veramente gli italiani ad affluire numerosi alle urne? A primo acchito la risposta potrebbe risiedere sul riconoscimento dell’importanza dei quesiti legislativi messi a referendum. E questo è vero, però dubito che la sola importanza dei quesiti abbia indotto tanti elettori a recarsi alle urne. Occorre infatti qualche motivazione in più, perché, nell’agone della politica, gli attori devono avere buone capacità oratorie e persuadere con argomentazioni convincenti. Pertanto, le domande che mi pongo sono le seguenti: veramente gli italiani hanno avuto accesso alla verità dei fatti? Quanti hanno avuto la possibilità di fare un’attenta riflessione su notizie di una fonte di prima mano?

In questo intervento il mio pensiero si articola e si sviluppa su quattro punti. Per prima cosa desidero fare un breve e semplice commento sul significato del referendum istituzionale. Il referendum è regolato dalla costituzione italiana, benché le norme su di esso siano contenute nella legge n. 352 del 25 maggio 1970. Ma quanti tipi di referendum esistono e come si possono classificare? La costituzione italiana afferma che il referendum può essere abrogativo (art. 75), costituzionale (art. 138) o per la modificazione territoriale delle regioni (art. 132). Quello che si è svolto nel mese di Giugno era di tipo abrogativo (art.75). Sin dal dettame programmatico costituzionale si evince che il referendum è un importante strumento di democrazia diretta del popolo, attraverso il quale il corpo elettorale esprime la sua volontà su materie specifiche e di interesse nazionale. Il referendum certamente non è il plebiscito. Anzi l’ordinamento giuridico italiano differenzia quest’ultimo dal referendum istituzionale, in quanto il plebiscito ammette un ricorso frequente al popolo. Quindi è facile dedurne che il referendum deve essere utilizzato con parsimonia, e, prevalentemente per specifici temi legislativi che avrebbero riverbero di vincolo sulla coscienza morale del popolo. In Italia negli ultimi venti-venticinque anni sono venuti a perpetrarsi anomalie circa l’uso e la proposta referendaria. Io ritengo che nel nostro Paese ci sia un ricorso esagerato al referendum e, soprattutto, su materie di legge che potrebbero trovare la loro soluzione in Parlamento. Infatti, se si vuole sempre far decidere al popolo, mediante i referendum, mi si dica perché dobbiamo votare l’elezione di parlamentari (siamo in una democrazia rappresentativa) il cui mantenimento è a carico della collettività. Il referendum, importante strumento di democrazia diretta, è stato previsto dai padri costituenti (qui ripeto ciò che ho summenzionato) con l’intenzione di farne uso sporadico e per materie di natura etica, che vincolano in coscienza. Invece, pare che alcuni uomini politici utilizzino il referendum per fini politici. Così facendo, viene meno il serio e dialettico confronto politico nella sede istituzionale del Parlamento.

Un’ulteriore riflessione che mi accingo a fare, riguarda le argomentazioni addottereferendum dai sostenitori del SI per l’abrogazione delle due norme sull’acqua. Le domande che mi pongo sono: veramente nel decreto Ronchi-Fitto c’era l’espressa volontà di rendere l’acqua da bene comune a “bene privato”? È vero che si correva il rischio, lasciando in vigore il decreto, di dare la possibilità al privato di chiudere il rubinetto in modo arbitrario? Queste e ben altre convinzioni ho sentito affermare da parte dei sostenitori del SI. Dalla lettura di varie testate di giornali, dall’ascolto di vari sostenitori per l’abrogazione delle norme e degli oppositori, mi sono convinto in coscienza che il quesito dell’acqua è stato quello dove i sostenitori del SI hanno fatto veramente disinformazione. Il comitato del SI credeva (e dico, volutamente in errore) che il governo avesse mire legislative ai fini di “privatizzare l’acqua” (proprio l’acqua in sé, semplicemente l’acqua). Lo slogan del comitato per il Si è stato di una sola proposizione: Si vuole privatizzare lacqua che è un bene pubblico. Sono seguiti altri commenti d’interpretazione del decreto da parte del comitato del SI avulsi dal vero spirito e dal contenuto della norma, ad esempio: «Se al referendum non vai a votare lacqua sarà il nuovo petrolio!» «Gli imprenditori della sete sperano che tu sia pigro e deficiente!» (fonte: facebook). Ora, in verità, che cosa prescrive il decreto Ronchi-Fitto? Esso prevede la liberalizzazione dei servizi locali, tra cui la captazione e la purificazione e la distribuzione dell’acqua, affidando il servizio ad aziende private in regime concorrenziale. Dalle notizie desunte e alla luce della mia recta ratio sono arrivato alla conclusione che non si trattava di privatizzazione dellacqua ma solamente che l’unico gestore della rete idrica in tutte le sue fasi doveva essere un privato. Questa l’intenzione del governo espressa nella norma. Quindi da dove provenivano gli slogan del “No alla privatizzazione dellacqua. Lacqua è un bene pubblico”, del comitato per il SI? Purtroppo, tanto questi slogan quanto gli interventi artefatti dei sostenitori del SI hanno generato confusione, per la serena formulazione di un giudizi al riguardo, nell’animo di alcuni interlocutori (mi riferisco agli anziani e a quella parte di popolo di poca cultura ma in buona fede). A questi, ad esempio, veniva propinata l’idea (anzi lo davano come un fatto certo e necessario) che se avesse vinto il NO ogni comune d’Italia sarebbe stato costretto a chiudere anche le fontanelle della città. Taluni, tra i sostenitori del SI, per accreditare le proprie ragioni tra i cristiani, hanno arbitrariamente citato il Compendio della dottrina sociale della Chiesa. Però mi pare (spero di non “peccare” di mala interpretazione) che al nr. 485 di detto compendio si affermi che l’acqua è un bene comune e che “tale caratteristica deve essere mantenuta qualora la gestione venga a affidata al settore privato”. Da questo dettame nr. 485 ne deduco che la gestione privata non è aborrita dalla Chiesa, purché lo Stato, attraverso norme chiare e vincolanti per i privati, vieti ogni eventuale abuso del diritto all’acqua. Da un’analisi linguistica si può giungere facilmente alla conclusione di un paralogismo o fallacia, che i politici sostenitori del SI hanno messo a punto per i propri fini. Su questo argomento si confonde il concetto di pubblico e privato, mettendo il primo in opposizione al secondo in modo inconciliabile, come se i privati non offrissero mai e in nessun caso servizi pubblici. Inoltre, il sofisma si nasconde sotto la forma di ragionamento apparentemente coerente, basato su un concetto, come quello di privatizzare, che ammette diversi sensi e in diverse circostanze. I paralogismi si valgono dell’attrattiva di alcune verità (ma ambigue e troppo generiche), per poi deformarle. Ricordo che il mio docente di filosofia della conoscenza presso la Pul (Pontificia Universitas Lateranensis) – oggi io sono uno studente di teologia in Pug (Pontificia Università Gregoriana) – amava ripetere agli studenti che l’errore non ha forza se non nella verità, perché di per se stesso non ha capacità attrattiva per le facoltà razionali della persona. Quindi la loro apparenza di verità può fungere da esca per far presa sull’intelligenza dell’uomo. Ma le fallacie possono essere scoperte se le si affronta con accurata semplicità di ragionamento e doverosa attività di informazione ad ampio raggio. Io ritengo che durante il tempo in cui i concorrenti dei contrapposti comitati referendari spiegavano le loro ragioni (del SI e del NO), quello del SI (mi limito al solo quesito dell’acqua) non ha reso informazioni corrette nelle sue affermazioni, inficiando la verità dei fatti. Le parole utilizzate si prestavano all’ambiguità; un’equivocità nascosta, indeterminata.

Quindi nel coacervo del linguaggio politichese (che è fin troppo attento alla forma ma non alla verità delle affermazioni), si rischia la confusione, non arrivando mai alla certezza morale della verità dei fatti. Spesso le persone, giunte a tali condizioni, esprimono il loro voto avendo come misura di verità le chiacchiere di piazza o perché sodalizzano con una certa ideologia di partito. Da cittadino esprimo il mio rammarico per come vengono gestite le informazioni da parti di retori sofisti che non hanno a cuore la verità, ma altri interessi. La verità è un bene comune. Ma la sua acquisizione sollecita un dinamismo di ricerca: «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32).

In questo mio articolo non voglio sostenere le ragioni dell’utilità di una gestione della rete idrica in mano interamente ad aziende municipalizzate, o, a favore di aziende private sotto il controllo di regole pubbliche (la volontà del popolo è già nota), ma voglio esprimere il mio disappunto e rammarico di come il comitato del SI abbia volutamente nascosto la verità ai cittadini, ingannandoli con premesse apparentemente vere le cui conclusioni non corrispondono alla realtà dei fatti, suscitando per di più, nella mente di alcune persone, false “paure” sulle prospettive economiche e sociali del futuro. Mi domando ancora una volta: perché tanto accanimento contro la verità? A conclusione mi avvalgo di una sapiente citazione di un uomo di Dio qual è stato il venerabile don Luigi Sturzo, profeta in campo politico,: «lo Stato è per definizione inabile a gestire una semplice bottega di ciabattino». Così anche: «Lo stato italiano è largo e generoso: crea nuovi enti. Dal giorno che ha preso la malattia dellentite, non si ferma più».

Nella terza parte della mia riflessione ritorno sul tema dell’affluenza menzionato all’inizio, ma qui lo collego alla proposta di una nuova iniziativa referendaria. La percentuale di affluenza degli elettori alle urne ha fatto registrare il superamento del quorum. E di questo dato sono contento. I cittadini hanno esercitato un loro diritto civile, inserendolo tra le priorità delle faccende quotidiane. Pertanto io vorrei lanciare una sana provocazione a tutte le persone di buona volontà. La proposta è questa: perché non promuovere l’iniziativa referendaria a favore dell’abrogazione della legge 194/78 sull’aborto, sulla quale il comitato no194 ha già ricevuto numerosissime adesioni? Tutti dovremmo sentirci indignati di fronte a questa empia legge, perché omicida, nonché corruttrice di una retta coscienza civile. L’Italia è un paese civile e democratico, l’ordinamento giuridico è per la promozione e la tutela della dignità e la difesa della vita della persona fin dal suo concepimento. Ragion per cui, ogni legge votata dal Parlamento non può derogare i principi sociali dell’ordinamento giuridico. Questa legge 194/78 non è in armonia con lo “spirito e la lettera della Costituzione”. Mi chiedo come e perché l’abbia promulgata l’allora Presidente della Repubblica. Non solo, all’epoca dell’iter legislativo della legge 194/78, la società civile e le istituzioni, sia legislative sia di governo (Parlamento e Governo), erano distintamente e prevalentemente di maggioranza cristiana. Ma allora, quale ruolo ebbe il partito della Dc? Io ritengo che la Dc (Democrazia Cristiana) all’epoca della legge sull’aborto fosse in conflitto con la sua originaria vocazione di identità cristiana e popolare. Direi, una consapevole acquiescenza dei politici cattolici. Un disimpegno sui problemi di natura morale che richiamano verità irrinunciabili ed essenziali per la vita dell’uomo. Pertanto mi domando: se oggi venisse indetto un referendum contro l’aborto che cosa succederebbe? Ecco alcune mie considerazioni ed esortazioni in merito. Se il referendum del 12 e 13 Giugno ha entusiasmato e animato anche le coscienze di certi chierici e suore (alcuni di loro non hanno indugiato a impugnare le bandiere del comitato del SI agitandole, nei luoghi pubblici, in uno sventolio affine a quello che potrebbero fare i fans di una squadra di calcio in uno stadio) fino a rompere il vincolo di riservatezza richiesto, in questo caso, per la specificità del tema legislativo, quanto maggiore dovrà essere l’impegno dei chierici e dei cristiani laici, allorché si avrà da difendere un dono di natura divina, qual è la vita! Di fronte alla vita dell’uomo ciascuno è responsabile e risponde delle proprie azioni a Dio; ciò per cui non c’è da procrastinare tanto, se non si vuole ricevere, dinanzi al tribunale del Giusto, un giudizio severo e tremendo. Pertanto oggi urge mobilitarsi (chierici, laici cristiani e ogni uomo che ha a cuore la vita) con forza, coraggio e con attività profusa a smuovere le coscienze degli italiani perché si abroghi la legge 194/78 sull’aborto; legge abominevole. Questa è una legge intrinsecamente legata al male e, come è vero, non rende onore al nostro Paese di ben fondate radici cristiane. Essa è frutto di “compromessi democratici” che il cristiano non deve sostenere, perché la verità non ha compromessi. Il filosofo Avishai Margalit in un suo recente volume, gli Sporchi compromessi, afferma che vi sono accordi onorevoli e obbligati e accordi moralmente inaccettabili. Ebbene, la legge sull’aborto rientra nella categoria degli accordi moralmente inaccettabili. Questa è contraria ai principi della legge naturale. Quindi, essa è contro la dignità dell’uomo. Il desiderio di tanti italiani di buona volontà riposa nella speranza che i politici cristiani raccolgano questo appello e lo rendano effettivo, creando un movimento di opinione, per sottoporre a referendum abrogativo la legge sull’aborto. È bene, per i politici che si fregiano del nome di Cristo e che quindi si dicono “cristiani”, che si “diano una mossa”, perché sono responsabili davanti a Dio e alla Sua Chiesa per i compromessi sui temi etici. Ma in quanto essi sono riuniti in un partito, le loro azioni devono giustificarle anche all’elettorato cristiano. E perché allora non sembri che ci chiamiamo falsamente “cristiani” è necessario che la nostra vita ne offra conferma e testimonianza (come affermava S. Gregorio di Nissa, vescovo). “Chi ha fede muove le montagne; chi ha fede vince le battaglie, chi ha fede fa proseliti”, ciò ebbe a dire il grande e venerabile don Luigi Sturzo. In verità tutti i partiti politici, che si occupano della polis e del bene comune, dovrebbero avere la cultura della vita.

 

23 luglio 2011

Salvatore Giuseppe Alessi

studente di Teologia (Pug), Roma;

e alunno seminarista del Psrm (Pontificio seminario romano maggiore), Roma

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