Ricordo di G. Volpe, munifico editore cattolico – di Lino Di Stefano

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di Lino Di Stefano

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gvlpLa mia dimestichezza col cognome ‘Volpe’ – segnatamente il grande storico medievalista e moderno – è di lunga data, per diversi motivi. Innanzitutto, per essere stato – e rimango – lettore, tra gli altri quotidiani,  in particolare, de ‘Il Tempo di Roma’, sulle cui colonne leggevo gli elzeviri di Gioacchino Volpe; in secondo luogo, perché Renzo De Felice fu non solo mio relatore in sede di laurea, alla ‘Sapienza’ di Roma, ma mi seguì anche per un anno mentre la redigevo, non ultimo perché nella bibliografia mi indicò, la consultazione, di alcuni testi dello storico di Paganica, segnatamente, i tre celebri volumi, ‘Italia moderna’, (1898-1914), riediti dalla Sansoni (Firenze, 1973).

   In terzo luogo, perché mi interessai molto dei suoi studi possedendo altri testi nonché gli articoli che lo storico abruzzese scriveva sui giornali – precipuamente, ‘Il Tempo’ – e sulle migliori Riviste della scienza di Clio. Ed esattamente, ‘Nel regno di Clio – titolo, tra l’altro, di una silloge dei migliori scritti storiografici di Gioacchino Volpe – il mio professore, Ruggero Moscati, titolare di storia moderna all’Università di Roma, intestò un commosso articolo, in ricordo del Maestro, sempre su ‘Il Tempo’  del 30.7.1977.

   Naturalmente, lo storico abruzzese fu e, rimane, uno dei più insigni studiosi che l’Italia abbia avuto visto il prestigio di cui egli godeva anche all’estero, senza dimenticare i suoi illustri allievi quali Chabod, Cantimori, il citato Moscati, Maturi, Morandi, Rosselli, Sestan, per limitarmi ad alcuni. “Moderato, nazionalista, monarchico”, secondo lo studioso Giovanni Orsina, Volpe fu anche, a detta di Gaetano Salvemini, “il migliore storico della sua e mia generazione”, considerati, aggiungo io, i capolavori come ‘Il Medioevo’, la menzionata ‘Italia moderna’, ‘L’Italia in cammino’ , ‘Comuni dell’Italia longobarda’, ‘Gabriele D’Annunzio’ e numerosi altri.

    Leggevo i suoi magistrali articoli sul quotidiano ‘Il Tempo’ il quale, dall’immediato dopoguerra fino agli anni Settanta, ed oltre, si pregiò di firme talmente autorevoli che rammentarne qualcuna risulta solo riduttivo: Gioacchino Volpe, appunto, Ettore Paratore, E. V. Marmorale, prestigiosi latinisti, Mario Praz, Ettore Lo Gatto, Giovanni Macchia, anglista il primo, slavista il secondo, francesista il terzo, Bino Sanminiatelli, dantista, Franco Valsecchi e Ruggero Moscati, storici di primo piano, M. Federico Sciacca e Pietro Prini filosofi, Guido Pannain, musicologo di fama etc. Insomma, una fucina di alta cultura.

   Ruggero Moscati, più volte nominato, con tali parole ricordò – in data 30 ottobre 1981 – l’illustre Maestro a dieci anni dalla scomparsa, ancora sulle colonne del ricordato quotidiano romano: “ La scuola di Volpe fu davvero scuola di libertà, e ciò è stato dimostrato dal diverso atteggiarsi di tanti suoi allievi di fronte ai problemi del paese, del differente inserimento di essi nell’attuale storiografia o, che è lo stesso nello schieramento  ideologico e politico odierno”.

   Anche lo scrittore Francesco Grisi, sulla 3^ pagina de ‘Il giornale d’Italia’ di Roma, così si espresse: “La trattazione del tema Italia-Europa anche quando si muove sul piano nazionalista, si allarga in un disegno europeo (…). Con la fine della guerra e con l’epurazione del Volpe (gli fu anche tolta la cattedra universitaria) la Scuola storica Romana ebbe termine. Non fu difesa dai moderati dagli attacchi della cultura marxista”.

 Lo stesso Ettore Paratore lodò più volte l’opera del conterraneo e nel ricordare la monumentale ‘Italia moderna’ scrisse, tra l’altro, che se ‘La storia d’Italia’ del Croce giace ormai sotto il giudizio d’essere una ingenua rivendicazione della vecchia mentalità liberale, quella del Volpe è ancora validissimo fermento di autocomprensione per noi” (‘Il Tempo’, 13.I.1954). Ciononostante, il filosofo di Pescasseroli non ebbe nessun ritegno a definire, Gioacchino Volpe, di volta in volta, “un ambizioso superficiale ed euforico” e “un animo grossolano e un cervello poco acuto e fine”. E,  al riguardo, mi viene in soccorso un vero galantuomo, un genuino studioso e un crociano ortodosso, Vittorio Enzo Alfieri, cattedratico di filosofia e Presidente, a suo tempo, del Sindacato Libero Scrittori Italiani.

 Sul critico abruzzese, egli si espresse, tra l’altro, in tali termini: “Certi suoi giudizi letterari sono errati, ingiusti, incomprensibili, in ogni caso, datati: condannò Pirandello per il suo cerebralismo e per la sua semi-filosofia, come fu portato dal proprio ottimismo filosofico a sminuire Pascoli e ridimensionare Leopardi (…). Era passionale, irritabile, impaziente, e temperava con l’ironia e con la celia bonaria sentimenti che una rigorosa disciplina morale gli insegnava a raffreddare”.

   Fin qui l’esimio storico Gioacchino Volpe il quale ebbe anche un figlio, degno di tanto padre, e vale a dire Giovanni, l’’Ingegnere’, per antonomasia, per gli amici; – questi esercitò non solo l’attività di Editore, ma fu parimenti un grande uomo di cultura, un cattolico convinto e, non ultimo, una persona munifica in tutti i sensi. E proprio per quanto riguarda la cultura, egli, in maniera opportuna, la definiva quale “espressione di un pensiero, quindi – fatalmente – motore di una coerente azione” (La cultura oggi, A.L.U.T., Roma, 1980).

   Così come, concepiva, inoltre, la Nazione come qualcosa che, “è in noi e in noi vive della vita di innumerevoli generazioni, ma sempre come coscienza acquisita, non come dato naturale, quale il colore dei nostri occhi”( Ivi). Prima, però, di riprendere il discorso su Volpe uomo e persona suscitatrice di iniziative culturali, mi piace soffermarmi, un istante, sull’agile volumetto – ‘Ricordo di Giovanni Volpe’ (Roma, 1991) – a cura di otto autentici amici e uomini di pensiero, in occasione del conferimento del premio ‘Ardengo Soffici’, 1989.

   Non nascondo che mi sono molto commosso nel rileggere i profili a lui dedicati da personaggi, quasi tutti scomparsi, che rispondono ai nomi di Francesco Grisi, Giano Accame, Augusto Del Noce, Faustp Gianfranceschi, Enrico Landolfi, Antimo Negri e Marcello Veneziani. Profili brevi, ma significativi ove si consideri il calibro delle citate personalità unitamente ad altre, sempre di prestigio, intervenute in altre tornate dei lavori.

   Grisi, ad esempio, tracciò un giudizio relativo alla “non accettazione – da parte dell’Editore – della rivoluzione come motrice della storia”, mentre Del Noce rilevò, dal suo canto, che “quello però che egli intende sottolineare è che l’idea di Europa non deve essere intesa come negazione della patria”. Il filosofo Assunto evidenziò, a sua volta, che, sempre relativamente al vecchio continente, Volpe affermava “la non revocabilità della nazione e quindi della ‘patria-nazione’”, d’accordo con Accame che pose l’accento sul fatto secondo cui il figlio dello storico “finanziava gli incontri con mezzi propri”, ricevendo in cambio “non poche meschinità e mancanza di riconoscenza”.

   Tali ultime considerazioni erano e sono note a tutti. Ribadito, con Marcello Veneziani, che l’’Ingegnere’ “non credeva infatti alla identificazione tra cultura e politica o tra la cultura e la storia” perché “intendeva vivere la cultura nel segno della continuità”, occorre aggiungere che Fausto Gianfranceschi osservò, da una parte, che “Giovanni Volpe per me rappresenta gli anni più belli della mia vita, gli anni più produttivi, gli anni più fervidi” e che Antimo Negri rilevò, dall’altra, che l’idea proposta da Volpe meritava di “essere approfondita” anche se “un po’ gaullista”.

   Chiuse la serie dei ricordi dedicati a Giovanni Volpe, lo studioso Enrico Landolfi il quale, sebbene di estrazione socialista, riconobbe ognora non solo il ‘galantomismo’ dell’Editore, ma pure la sua proverbiale generosità stampandogli un libro “senza farmi spendere una lira peraltro”. Lo stesso Alberto Giovannini, uomo di cultura e Direttore, allora, de ‘Il Secolo d’Italia’, volle, in un memorabile articolo, ricordarlo su tale giornale, esattamente il  17 aprile del 1984, a due giorni di distanza, cioè, della scomparsa, mettendo in rilievo che “Giovanni era uguale al padre, non solo nei tratti del viso e dello sguardo limpido e severo al tempo stesso, ma nel carattere, nella dedizione al dovere ed anche nell’ingegno”.

   Tantissimi furono e restano i giudizi positivi su Giovanni Volpe visto che anch’io ebbi la fortuna e l’onore di conoscerlo e di frequentarlo un poco nella Capitale sia in Via dei Villini, dove abitava, sia in Via Michele Mercati, sede della Casa Editrice guidata, allora, da Andrea Giovannucci, anch’egli prematuramente scomparso. Nell’occasione, un commosso ricordo va anche a quest’ultimo, uomo di fiducia dell’’Ingegnere’.

   La mia conoscenza con l’Editore avvenne, pronubo Francesco Grisi, verso la seconda metà degli anni Settanta durante un Convegno politico-culturale svoltosi a Montecitorio dove, quel pomeriggio, era presente anche il figlio dello storico. E, precisamente al 26 settembre 1978 risale la prima delle quattro lettere in risposta ad alcune mie richieste relative ad un’eventuale collaborazione alle Riviste che egli stampava e dirigeva e altresì, più avanti, ad una preghiera di pubblicazione di un mio libro.

   Volpe dirigeva, in quel periodo, sia la bella Rivista ‘Intervento’, sia un altro periodico intitolato ‘La Torre’. Egli mi ospitò, per qualche volta, e sul secondo e più di qualche volta sulla prima; e, infatti, sul n. 34 di ‘Intervento’ (novembre-dicembre 1978) mi pubblicò il lungo articolo ‘Il pensiero di Gentile attraverso Hegel e Marx’ e sul numero unico 66-67 della medesima Rivista (marzo-giugno 1984) mi pubblicò un altro lungo articolo intitolato ‘Il pensiero di Arnaldo Volpicelli. Infine, sul numero 48 di ‘Intervento’ (novembre-dicembre 1987), diretto da Francesco Grisi – numero interamente dedicato al ‘Natale’ – uscì un altro mio articolo intestato, ‘Grande alto nel sole’:.

   Ma il miracolo nei miei riguardi, l’Editore Volpe lo realizzò allorquando, dietro mia timida proposta, decise di pubblicare il saggio ‘Ugo Spirito: filosofo, giurista economista’ (1980) – ricostruzione dell’intero ‘iter’ speculativo del pensatore – senza “farmi spendere una lira”, per usare le parole di Enrico Landolfi. Questi era Giovanni Volpe. Tra i tanti Convegni da lui organizzati – e al massimo livello, – ai quali partecipai ne ricordo uno memorabile tenuto nel Palazzo della Cancelleria di Roma negli anni Settanta, se ricordo bene.

   Non rammento tutti relatori, ma uno mi rimase impresso nella memoria: lo scrittore romeno Vintila Horia. Questi mi impressionò non soltanto per la padronanza della lingua italiana, ma anche per la pregevolezza dei temi trattati – che tennero desta l’attenzione degli uditori – uno dei quali riguardava la ‘pazzia’ che lo studioso affrontò veramente ‘ex professo’.

   La mia breve corrispondenza con l’’Ingegnere’ durò fino agli inizi degli Ottanta dopodiché non ebbi più familiarità con lui benché seguissi, ovviamente, tutte le sue iniziative culturali, segnatamente le belle pubblicazioni sfornate dalla sua piccola, ma prestigiosa Casa Editrice. Dopo, verso i primi anni Ottanta l’improvvisa scomparsa dell’uomo di cultura e della persona esperta di agricoltura e di questioni inerenti alla natura che egli amava dal più profondo del cuore.

   Non ero presente, sicuramente per improrogabili impegni scolastici – il 15 aprile 1984, giorno della sua repentina morte – al Convegno che si svolgeva a Roma, in Corso Vittorio Emanuele, nella sede del Sindacato Libero Scrittori Italiani, ma dal breve, ma puntuale resoconto riportato nel menzionato, ‘Ricordo di Giovanni Volpe’, resoconto redatto da Francesco Grisi, si evince l’accalorata posizione polemica dell’’Ingegnere’ contro l’ingenuo ‘pacifismo’, uno dei temi in discussione. Il tempo di terminare il discorso ed ecco la morte pronta a carpirlo ‘ex abrupto’.

   Ma diamo la parola allo scrittore calabrese, già Segretario generale del ‘Sindacato Libero Scrittori Italiani’: “E lui morì fra i nostri applausi. Mentre noi applaudivamo. Giovanni moriva. Venne allungato sul tavolo grande. Un uomo bello, con gli occhi azzurri. Lo distendemmo sul tavolo e ci fu una donna gentile che andò a prendere nella Chiesa di Fronte – era la Domenica delle Palme – le palme. Gli mettemmo le palme fra le mani. La cosa che mi colpì è che rimase  con gli occhi spalancati quasi a vedere il mondo. Nessuno di noi glieli chiuse subito. E rimase con questi occhi azzurri spalancati (…). Trascorsero quasi cinque ore. Era domenica. Giovanni restò cinque ore fra noi (…). Il Signore ha voluto molto bene a Giovanni per questa sua maniera di morire”.

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