Ricordo di Nino Badano, un intrepido, refrattario credente – di Piero Vassallo

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“O Santo ladrone, sulla croce accanto a Gesù, hai meritato un dono di grazia anche per noi. In nessun momento il Figlio di Dio era più irriconoscibile e più umiliato, in nessun momento la sua regalità, dichiarata per irrisione dal cartiglio di Pilato, era più invisibile e nascosta, e tu gli ha detto O Gesù, ricordati di me quando sarai nella magnificenza del tuo Regno”.  (Nino Badano)

di Piero Vassallo

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Uno fra i più geniali e coraggiosi protagonisti del Novecento cattolico fu lo scrittore e giornalista Nino Badano (Torino 1911 – Roma 1991) privilegiata vittima della pia censura, attivata dagli implacabili modernizzatori, i festanti vincitori del Concilio ecumenico Vaticano II.

Il mite e benigno Badano fu bandito e silenziato dal nervoso e rovente timore, che ha allontanato la parrocchia debilitata dagli intransigenti – ortodossi – testimoni della Verità. Fedeli giudicati anacronistici, sgarbati e intrattabili, cioè intesi a disturbare e a frenare le riforme incensate dalla mondanità, in trionfale/devastante galoppo sulle piste clericali dello zero metafisico.

Badano, capace di esprimersi in un italiano limpido e avvincente, aveva iniziato la sua brillante attività di scrittore cattolico a Torino nel 1931, dirigendo il settimanale dei ragazzi, Il giovane Piemonte.

In seguito Luigi Gedda, infaticabile scopritore di talenti, gli affidò la direzione del Vittorioso, un settimanale per ragazzi, che in breve tempo ottenne uno strepitoso successo.

Una scherzosa battuta telefonica su Mussolini irritò gli zelanti e sciocchi uditori e apprendisti spioni e procurò a Badano un non desiderato e scomodo allontanamento dalla sua sede.

Nel paese, in cui era confinato dal bigottismo politicante, Badano fu raggiunto dalla cartolina rosa, che intimava l’arruolamento nell’esercito destinato alla guerra d’Etiopia, impresa che, nel 1938, fu oggetto di un suo magnifico saggio, Ritorno in Africa Orientale.

L’ingiusta persecuzione poliziesca, infatti, non aveva soffocato l’amor di patria associato alla profonda religiosità di Nino Badano.

Illuminato dalla raccomandazione del Vangelo – ”quando udirete parlare di guerra e di rumori di guerre, non vi turbate, poiché bisogna che ciò avvenga” – Badano, si dimostrò sincero patriota e valoroso combattente di due guerre  – la guerra d’Etiopia e la seconda guerra mondiale –  dichiarate dal non condiviso (ma obbedito) regime di Benito Mussolini.

Badano non aderì alla Rsi e, di conseguenza, fu deportato in un campo di concentramento tedesco. La dura prigionia , sopportata cristianamente, ispirò alcuni suoi scritti degni di un’antologia dei mistici.

Finita la guerra, pur potendo vantare il premiante stato di antifascista, ardì sfidare i sacerdoti del conformismo e del progressismo, natanti nell’acquasantiera della compunta mondanità e correnti negli ambulacri della vendetta settario. Ottenne la direzione del Quotidiano – e la conservò fino a quando il vento del concilio  lo trascinò nei deprecati circoli destri, nei quali erano respinti e quasi concentrati i cattolici refrattari all’ottimismo galoppante nelle righe squillanti e imperiose del Concili ecumenico Vaticano II.

Nella collana dell’intrepido ma demonizzato editore Giovanni Volpe osò addirittura ripubblicare le sue memorie di valoroso combattente nella guerra per la conquista dell’Etiopia. Il maleducato sgarro al pensiero unico e castrato, non gli fu perdonato dagli schizzinosi militanti nel gregariato democristiano e nella parrocchia aggiornata dalla paura suscitata dall’avanzante, progredente ombra della sinistra pacifica.

Insensibile agli incantesimi della nuova teologia, gridata dalle illusioni dei neo modernisti, Badano osò aggredire il cuore tenero dei pensatori aggiornati. Confutò i modernisti, “che hanno abolito l’inferno e vorrebbero cancellarlo anche per Giuda”. E ridicolizzò l’incensato precursore dei buonisti, il tartufesco Jean Guitton, “che confessa la sua ripugnanza ad ammettere un castigo eterno, concorda con Raivasson che un tormento senza fine per punite la colpa di un giorno sarebbe eccessivo e incompatibile in un Dio infinitamente buono”.

Rammentò ai pusilli festanti negli ambulacri della parrocchia mondana e piamente sociale che il vero male non è la guerra: “L’empietà è il vero male, la negazione di Dio, la menzogna che travisa il Vangelo, il peccato sono le supreme sventure. Tempo di dolore e di espiazione, di pena e di riflessione, la guerra avvicina gli uomini a Dio, mentre ozi e piaceri della pace li allontanano da lui”.

Badano osò elogiare i crociati i quali “la sera del 15 luglio 1099, quando deposte le vesti insanguinate dell’ultimo assalto sono saliti a baciare la terra del Calvario e del Sepolcro”.

La conclusione di Badano è un magnifico atto di fede, che fa intravedere una mistica luce: “Noi abbiamo veduto l’inizio della gloria di Cristo, vediamo nelle tenebre sempre più fitte del mondo, i luminosi albori del suo regno: come l’apostolo Tommaso confidiamo che Dio accetti l’omaggio adorante della nostra fede tardiva e senza meriti di credenti che hanno veduto”. E’ il testamento di un vero eroe cristiano, la cui carità  sorpassava e illuminava la straordinaria intelligenza.

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L’intrepido pontefice, San Leone Magno (Volterra 390 – Roma 461), sconsigliava energicamente e addirittura proibiva il dialogo con gli eretici e i non credenti: “Dovete evitare gli uomini che sono contro la Verità come si evita un veleno mortale: dovete detestarli, astenendovi anche dal parlare con loro perché sta scritto: la loro parola rode come la cancrena”.

Purtroppo l’ammonimento di San Leone Magno è stato addolcito dalla nuova teologia, quindi capovolto nell’ascolto prestato da alcuni padri del Concilio ecumenico Vaticano II alla untuosa/rumorosa/fatua chiacchiera degli interpreti (franco-tedeschi) dello chic ecclesiale.

L’esortazione di San Leone Magno (obbedita dai cardinali Alfredo Ottaviani e Giuseppe Siri) è stata censurata e sostituita dal caramelloso/avventuroso ecumenismo e dal soggiacente delirio teologico, a tempo debito denunciato dal grande Cornelio Fabro, vox clamantis in deserto.

Dal suo canto Badano, quasi prevedendo il trionfale e tumoroso ingresso della tolleranza nella casa del potere cattolico, affermava che, dopo il concilio per antonomasia, “l’intransigenza è proscritta: per accordarsi col mondo si dà a Cesare anche ciò che è di Dio; gli uomini amano fingersi più misericordiosi di Lui”.

Il clero untuoso e conformista, avendo elevato don Giuseppe Dossetti alla dignità sapienziale appartenente a San Tommaso d’Aquino, non vede o  finge di non vedere l’inefficacia del dialogo – a struttura capitolarda e ad effetto rovinoso – con la vana gloria dei prestigiatori di parola laica e progressiva: “è la diagnosi del nostro tempo, che assolve la rivoluzione e venera l’uomo che ha usurpato il posto di Dio”.

Gli interpreti del pensiero radical chic ottengono dall’incauta e disarmata bonarietà della gerarchia buonista e sudamericana al potere nella Santa Sede, il battesimo e la cresima di chiacchiere esangui, in desolata/affranta agitazione nella totentanz laica e democratica.

La gerarchia conciliare sembra incapace di vedere l’estenuazione e l’agonia del laicismo post  moderno, uno sfinimento che talora si rovescia nel delirio drogastico, talora affonda nei paradossi della medicina mortale, talora, infine, si consegna, quasi gongolando, al minaccioso e cupo avvenire islamico.

Il giornalismo di servizio, applaudito dal Vaticano buonista, nasconde e censura intanto i cattolici sacrificati – giorno dopo giorno – sui feroci altari della (falsa) religione maomettana.

Impassibili i giornalisti di obbedienza clericale amplificano il grido della complicità indirizzata agli islamici, che invadono (a loro rischio eventuale e a nostro sicuro danno) la disarmata, calpestata e intossicata terra italiana.

Il malinconico destino degli europei passa per la capitolazione italiana e contempla l’assistenza silente o addirittura esultante all’incontrollata invasione degli islamici.

Lo sbarco dei maomettani nelle terre dalle quali furono respinti dalla Cristianità (in allora) credente e combattente, è una sciagura preparata dalla infiltrazione del pensiero debole nella teologia cattolica, un’infezione nutrita e incrementata dalla viltà dei costumi delle masse plagiate dai media pornografici e tollerato  dalla acquiescenza diffusa da una gerarchia vaticana caduta nella fossa ecumenica dei serpenti a sonagli sincretisti e social-buonisti.

Il fuoco precipitoso e consumante del neo ecumenismo altera i pensieri della gerarchia e li costringe a capovolgere le regole dettata dal catechismo, dalla Tradizione e dal buon senso.

Al proposito un intrepido contestatore della nuova teologia, don Curzio Nitoglia, rammenta che Aristotele e San Tommaso d’Aquino sostenevano che si possono considerare cittadini della patria ospitante solo gli aspiranti che appartengono alla terza generazione dei migranti.

Tarantolati dai pensieri ecumenici e dal soggiacente qualunquismo, i politicanti italiani stabiliscono un’equazione avventurosa, nella quale si contempla la simultaneità dello sbarco e della acquisizione della nuova nazionalità.

Al seguito dell’avventizia teologia diffusa dall’infelice concilio Vaticano II il buonismo ha intanto corretto e impoverito il pensiero di San Tommaso e vanificato la speranza di un argine clericale all’invasione dei missionari maomettani, generosamente finanziati dai petrolieri arabi.

D’altra parte l’evidente impossibilità di sperare nel soccorso di una classe politica vanesia, miope e debragata costringe la minoranza costituita dagli italiani e dagli europei, ostinatamente refrattari alla schiavitù avanzate al minaccioso seguito dei festeggiati sbarchi islamici, a condividere, aggiornandolae adattandola alla chimera italiana, la sentenza di un filosofo non cristiano, quale fu il tedesco Martin Heidegger: “Solamente un Dio ci può salvare dalla stupidità illuminata e riscaldata dalle candele accese dai teologi progressisti”.

Soltanto la fede nel vero Dio può destare i cattolici dal delirio buonista, che, rovesciandosi nella teologia onirica, ha suggerito di aprire le porte dell’Europa all’invasore maomettano.

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3 commenti su “Ricordo di Nino Badano, un intrepido, refrattario credente – di Piero Vassallo”

  1. Luciano Pranzetti

    Ottimo il ricordo di Badano così come il suo profilo umano e cattolico. Conservo i suoi libri e molti ritagli di terza pagina, quelli de Il Tempo di Angiolillo, su cui scrisse per molti anni. Grazie Piero per aver riportato all’attenzione dei lettori un grande interprete della cultura cattolica del ‘900.

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