Ricordo di Padre Simeone  –  di Domenico Rosa e Cosimo Zecchi

Santa Messa nel Trigesimo di padre Renato Simeone, Missionario del Sacro di Gesù. Domenica 22 maggio ore 10.30 presso la chiesa del Sacro Cuore del Suffragio in Roma

La Comunità dei Missionari del Sacro Cuore di Gesù di Lungotevere Prati ricorda a un mese dalla morte il suo superiore padre Renato Simeone (n.28-10-1932 +22-04-2016), già Provinciale MSC. Domenica 22 maggio alle ore 10.30, a Roma, presso la chiesa del Sacro Cuore del Suffragio in Lungotevere Prati, ci sarà la celebrazione presieduta dal padre Provinciale Pietro Zulian. Pubblichiamo di seguito un ricordo di padre Renato del nostro collaboratore Domenico Rosa in cammino con la famiglia religiosa MSC e di Cosimo Zecchi, membro della Comunione Tradizionale, che ha avuto la fortuna di conoscere durante i suoi soggiorni capitolini il compianto sacerdote.

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Caro Padre,

da circa un mese non è più con noi. La vita è passata nel breve spazio della sua scrivania e la mia sedia dove leggevamo insieme il Testamento di Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo. Risuonano nella mia mente le parole della piccola di Lisieux: “Come sarà dolce la vita di famiglia di cui godremo per tutta l’eternità”. Ieri sono passato accanto alla sua camera e ho sentito il suo profumo. So che non ci ha abbandonato e continua ad amare la nostra Congregazione e a servirla con la preghiera rivolta faccia a faccia al Signore. Ha ragione il nostro confratello Matteo quando afferma: “Adesso abbiamo un amico in più in Paradiso che parla bene di noi a Dio Padre”.

Mi diceva sempre che le date sono importanti, il giorno della sua nascita, il 28 ottobre 1932 (Decennale), coincideva con quello del mio battesimo nel 1979 e fermiamoci qua… altrimenti appariremo i soliti nostalgici. Sempre ad ottobre (2014), l’11, sbarcai a Roma da Firenze. Da allora la maggior parte del mio tempo nella famiglia religiosa dei Missionari del Sacro Cuore l’ho passato con lei. “Il tempo – mi ripeteva – è la cosa più preziosa che abbiamo” e Dio solo sa quanto me ne ha donato.

La disponibilità, il servizio, la condivisione sono tutti valori che mi ha insegnato e che custodisco nel mio cuore, che vuole essere come il cuore di Gesù a cui il nostro fondatore Jules Chevalier si è ispirato, dove si incontrano l’amore di Dio e l’amore umano. Così nella vita consacrata siamo chiamati alla piena configurazione a Cristo e chi ci incontra non può far altro che avvertire la luce divina che emaniamo. Quante persone la cercavano per essere rischiarate dal suo raggio di luce. Anche durante la sua convalescenza la nostra casa religiosa si riempiva di gente che voleva da lei una parola, un conforto.

Ripagavo i suoi insegnamenti facendola ridere, come quando quella volta davanti a un caffè allo Splendor Bar le riferii le parole di padre Roberto durante la riunione formativa: “Ragazzi, nel celibato ognuno si gioca le carte che ha” ed io le dissi: “Se giochiamo a poker io parto da due Assi”. Dopo l’ilarità, con la sua solita dolcezza riportò il nostro dialogo alla serietà citandomi Sant’Agostino: “Nessuno può essere casto se Dio non glielo concede”. A distanza di mesi ho capito. E’ proprio così Padre, senza Dio non possiamo nulla. Nella bellezza della nostra vita impariamo che i consigli evangelici, Povertà, Obbedienza e Castità, non sono proibizioni ma doni.

Durante la sua malattia ci ha dato un ulteriore insegnamento, quello di vivere da buoni fratelli proprio come ci ricorda San Francesco: “…E se uno dei frati cadrà malato, gli altri lo devono servire come vorrebbero essere serviti essi stessi”. Con i diaconi Andrea e Matteo abbiamo fatto a gara a starle accanto per aiutarla a superare tutti gli impedimenti fisici ma anche per catturare quell’ultimo raggio di luce divina che emanava.

Mi ha lasciato alla vigilia del mio noviziato in Irlanda, nel momento in cui avrei voluto confidarle le mie paure, i mie dubbi. Però pensandoci bene a questo punto arriva la sua più grande lezione: finora sono stato il bambino che ha fatto i primi passi stringendo forte la mano del genitore ma adesso è arrivato il momento di crescere, di camminare soli.

                                                                                        Merci mon Père.

Domenico

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RITORNI

A volte sembra quasi impossibile capire il disegno di Dio dietro gli incontri che facciamo, tanto quanto sembra del tutto chiaro che certe persone ce le mette Lui sul nostro percorso.
E’ sicuramente il caso di padre Simeone, l’ho capito l’altro giorno in quella stanza del policlinico Gemelli, mentre gli stringevo la mano e lui, nonostante fosse agli sgoccioli, mi fissava con quegli occhi che mi entravano dentro.
Invaso da metastasi riusciva ancora a ricordare chi fossi. Ci eravamo visti una volta sola prima di allora, una bella serata romana che ricordo volentieri, con tante cose da dire. Da subito mi fu chiaro che non avevo di fronte una persona normale e ne ho avuto conferma nel nostro secondo incontro, su quel letto di ospedale: trasmetteva calma e serenità. Mi stringeva forte la mano, in cerca di calore umano, ma era pronto a lasciare questa terra, felice. E in fondo, felici, lo erano anche le persone che gli volevano bene, tanto che ho pensato che fosse davvero quella la sensazione che emana una persona in grazia di Dio. Non ci può essere solo sconforto, perché non vi sono dubbi su dove lo stia portando questo ultimo viaggio.
Da quella notte di dicembre, quella del nostro primo incontro, tante volte ho pensato al padre. Era strano, lo conoscevo a malapena ma mi aveva segnato: il suo modo di ascoltare, vero, di capire, di portarti in argomenti e discussioni dopo le quali avevi un pezzo di consapevolezza in più…
Vedere nei suoi occhi lo stupore e la gioia nella mia improvvisa visita in ospedale mi aveva dato tanta felicità… anche lui quindi portava nel cuore quel nostro primo incontro. Un incontro veloce, che non avrebbe portato a nulla di materialmente concreto: non più una telefonata, più una conversazione, più una visita se non quella, probabilmente l’ultima. Ma magari nella vita di entrambi un incontro molto importante.

Domenico poco prima che gli comunicassi che sarei andato a trovarlo me lo aveva detto: “caro mio, sei molto vicino al Signore, si vede, si sente”. Mi fece piacere perché era vero. Grazie a lui, grazie a padre Simeone, da dicembre sono tornato a declinare un po’ tutto in funzione di Dio. Non c’è bellezza, non c’è viaggio, non c’è successo, non c’è passione che deve rimanere fine a se stessa; ciò che non ci innalza un po’ non vale la pena di essere inseguito, ciò che ci eleva merita anche se è una sola volta, anche se sembra destinato a non essere. In fondo la fioritura del ciliegio non dura che un attimo, ma sfido chiunque a dire che non si ha percezione di un senso sacro di fronte a quello spettacolo della natura.
E’ una nuova leggerezza quella che mi accompagna ed è tutta concentrata nell’energia di quella stretta di mano.
Perdiamo tempo a confonderci, a cercare la nostra strada, ad appesantire le nostre scelte sempre in cerca di noi stessi, come se ci fosse una risposta, quando basterebbe cercare e guardare solo ciò che nelle nostre vite ci porta in un modo o nell’altro a Dio.  E mentre ci incentriamo su noi stessi perdiamo le vere opportunità, perdiamo le persone, perdiamo i momenti.
Non sta a noi forse capire il disegno complessivo, ma non rinunciamo a metterli insieme i pezzi di questo puzzle che è la vita.

Giusto il tempo di finire di scrivere queste righe e mi dicono che il padre ci ha abbandonati. Ora… posso essere triste per non avere più la possibilità di conoscerlo meglio, quante cose avrebbe da raccontarmi e io da chiedergli, o posso essere felice per aver condotto uno o due passi della mia vita anche con lui.
Non tratterrò nella mia vita chi non ci vuole stare, ma non sbatterò mai le porte in faccia a chi ci vuole stare anche se per un attimo, se quell’attimo è speciale.

Che la terra ti sia lieve.

Cosimo 

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