Ricordo di un maestro: A venti anni dalla morte di Renzo De Felice  –  di Lino Di Stefano

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di Lino Di Stefano

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zzzzdefelicHo già avuto modo di ricordare, quasi un anno fa, sulle colonne di questo ‘Giornale’, la figura e l’opera dell’insigne storico Renzo De Felice (8 aprile 1929 – 25 maggio 1996), ma ora intendo farlo con maggiore completezza a vent’anni dalla sua scomparsa.

Quando sostenni l’esame di storia moderna col Prof. Ruggero Moscati, alla ‘Sapienza’ di Roma, conoscevo solo il nome del futuro grande storico di Rieti il quale era allora un giovane docente di storia delle dottrine politiche, per diventare, subito dopo, cattedratico della stessa disciplina del titolare.
Egli, comunque, aveva già al suo attivo tanti lavori, in particolare il primo volume – degli otto tomi della monumentale biografia di Mussolini – uscito nel 1965; acquistato e letto il libro, mi resi subito conto del valore dello studioso e dell’uomo coi quali avrei collaborato per un intero anno, in perfetta sintonia. Siccome avevo deciso di chiedere una tesi, appunto, in storia moderna, il titolare, Prof. Moscati, prima di assegnarmela, mi impose di redigere una tesina intitolata ‘L’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale’ – una cinquantina di pagine dattiloscritte, visto che non esisteva il computer – col suo assistente Prof. Giuseppe Talamo.

Non è inutile rammentare, in proposito, che in quell’epoca gli studi erano seri e molto impegnativi, i   In seguito, il Prof. Moscati mi affidò a Renzo De Felice col quale concordai il definitivo titolo della tesi: ‘L’irredentismo italiano alla vigilia della prima guerra mondiale’. Trovata, facilmente, l’intesa con lo studioso, questi mi riceveva a casa – sita in Via Antonio Cesari, a Monteverde, a Roma – una volta al mese.
Io gli portavo i capitoli ed egli me li restituiva il mese successivo con i rilievi del caso; gli incontri durarono, per la precisione, dodici mesi dopodiché egli mi rilasciò il ‘placet’ per il ‘si stampi’. Non posso non sottolineare, al riguardo, l’affabilità con la quale lo storico mi riceveva a casa sua, né dimenticare la cortesia con cui la moglie, Livia De Ruggiero, mi introduceva, senza farmi fare anticamera, nello studio del marito; studio quasi interamente occupato da un’immensa biblioteca.

Seduto alla poltrona, con l’immancabile sigaro fra le labbra, lo storico era prezioso di consigli e prodigo di incoraggiamenti non senza alcuni rilievi al lavoro che gli consegnavo. Conservo ancora la brutta copia della tesi con alcune osservazioni di suo pugno come, ad esempio, le seguenti: “Prende troppo per buona la posizione di Giuriati”, oppure, a proposito di una mia osservazione su un giudizio di Schiffrer: «Mi sembra un giudizio troppo semplicistico, dubbi inquadrati nella più generale tendenza autonomistica triestina all’interno della (…) monarchia austro-ungarica».
La consorte era la figlia del grande studioso Guido De Ruggiero (1888-1948), celebre per aver redatto, in 13 volumi, un’amplissima ‘Storia della filosofia’ (1918-1948) costituente una delle prime grandi sintesi storiografiche, di stampo idealistico – da Cartesio ad Hegel – pubblicate in Italia; seguace dell’attualismo gentiliano, Guido De Ruggiero, per un breve periodo anche Ministro della Pubblica Istruzione, rimane tuttora famoso per il fondamentale volume ‘Storia del liberalismo europeo’ (1925) e per la non meno capitale opera ‘Filosofi del Novecento’ (1934).
Al riguardo, lo stesso Renzo De Felice curò – con un saggio introduttivo e con un vasto apparato bibliografico – gli ‘Scritti politici’ (1912-1926) del suocero, dati alle stampe nel 1963. In seduta di laurea, il Professore, nelle vesti di relatore, dimostrò tutta la sua affabilità illustrando i punti centrali della tesi ed evidenziando il mio impegno anche se con l’aggiunta che avevo utilizzato fonti note, ma sempre dietro sue indicazioni bibliografiche.

Rammento, altresì, la mia grande emozione al cospetto di sì prestigiosa Commissione composta non solo da Moscati, correlatore, e De Felice, bensì pure da altri illustri docenti della Facoltà. Ho avuto, più volte, in seguito, l’opportunità di ascoltare Renzo De Felice durante vari Simposi romani e, in uno di questi, tenuto nella Sala Convegni della Camera dei Deputati, lo scrittore Francesco Grisi amico di entrambi, me lo presentò dicendogli che ero stato suo allievo allo ‘Studium Urbis’.
Lì per lì, il grande storico non mi ravvisò, ma quando gli citai il titolo della tesi, si ricordò chiedendomi anche che cosa facessi. “Insegno storia e filosofia nel Liceo classico ‘Turriziani’ di Frosinone”, gli risposi ed egli si complimentò con me considerato che anche lui aveva seguito studi filosofici oltreché storici. La notorietà di Renzo De Felice è ormai nazionale ed internazionale vista la poderosa mole degli scritti racchiusa non solo nei menzionati otto volumi su Mussolini, ma anche in altri studi come, ad esempio, quelli sulle vicende dei giacobini italiani, sulla ‘Storia degli Ebrei sotto il fascismo’ (1961-1977) e sulle ‘Interpretazioni del fascismo’ (1977); quest’ultimo saggio versato in ben sette lingue.
Renzo De Felice lasciò pure una importante scuola formata da numerosi allievi i quali hanno dato lustro alla lezione del Maestro; uno di questi, Francesco Perfetti – anche noto giornalista – ha sempre sostenuto e sostiene, giustamente, che la storia si costruisce sui fatti e solo su di essi; ciò, sulla falsariga della lezione del Maestro il cui magistero storiografico spiazzò tantissimi storici della nostra epoca ancora ligi a pregiudiziali di parte e ignari che la storia deve fondarsi soltanto sui documenti. Francesco Perfetti ha sostenuto e continua, infatti, a sostenere che l’antirevisionismo è diventato una categoria che tende a cristallizzare delle verità sulle quali, parole sue, “non è lecito discutere” e di fronte alle quali “non è lecito fare domande”.

L’allievo è stato e resta, quindi, come il Maestro, favorevole al revisionismo, l’unica posizione in grado, a suo giudizio, di squarciare il velo steso su quelle verità consolidate che certa storiografia, segnatamente marxistica, ha tentato di immobilizzare come alcunché di definitivo e di apodittico. Non a caso, il grande storico di reatino, raccomandò sempre il rispetto del principio del non “iurare in verba magistri”, specialmente quando si trattava e si tratta di esaminare fenomeni complessi – e a noi vicini – come il fascismo da lui sviscerato in quasi ottomila pagine di ricerche sempre di prima mano perché basate su documenti inoppugnabili.

E proprio tale oggettiva, perché incentrata sulle fonti, disamina sul Ventennio gli procurò non pochi nemici, annidati proprio negli ambienti accademici – dato che egli, a detta di un suo discepolo, Emilio Gentile, “ai riflettori della TV preferiva la penombra degli archivi” – e non pochi dolori ed amarezze. Dispiaceri che minarono la sua già precaria salute e gli causarono la morte prematura quando aveva appena 67 anni e quando avrebbe potuto dare ancora moltissimo alla scienza di Clio da lui portata ad altissimo livello.
Addirittura, nel febbraio del 1996, ignoti figuri lanciarono una bomba incendiaria contro la sua abitazione causando, per fortuna, solo pochi danni mentre lo storico lottava con la morte che avverrà il 25 maggio. Anche per Indro Montanelli la condanna di De Felice del fascismo – vista l’accusa a quest’ultimo di averlo rivalutato – era motivata e “basata sui fatti concreti, molto più complessi e sfumati, quando si vogliano onestamente analizzare, di quanto appaiono nella polemica antifascista tradizionale”.
E tale lavoro, lo storico lo portò a termine affidandosi ad una copiosa documentazione, spesso inedita o poco conosciuta, frutto di laboriose ricerche all’Archivio Centrale dello Stato e in archivi privati.

Ora, mi piace concludere, con lo studioso Ubaldo Soddu, asserendo che la grande opera “gli ha dato notorietà mondiale e apprezzamenti quasi unanimi, pur nel distinguo delle posizioni storiche e con polemiche talora aspre, affrontate con grande capacità di argomentazioni e documentazioni ampie, sovente inedite, cercate personalmente con sforzo e intelligenza critica”; non senza aggiungere, con Augusto Del Noce, che pure “l’incontro tra le idee di Mussolini e quelle di Stirner è realmente avvenuto” visto, in definitiva, che secondo il filosofo, “Mussolini ebbe per Stirner parole di ammirazione”.

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fonte: Il Giornale di Rieti    

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1 commento su “Ricordo di un maestro: A venti anni dalla morte di Renzo De Felice  –  di Lino Di Stefano”

  1. “Anche per Indro Montanelli la condanna di De Felice del fascismo – vista l’accusa a quest’ultimo di averlo rivalutato – era motivata e “basata sui fatti concreti, molto più complessi e sfumati, quando si vogliano onestamente analizzare, di quanto appaiono nella polemica antifascista tradizionale””. Ed infatti, ambedue furono vittime del più becero e grigio conformismo delle italiche vestali, a dimostrazione che siamo un popolo di falsi individualisti, sempre pronti ad aggregarci al carro del vincitore.

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