RICORDO E ATTUALITA’ DI GIOVANNI GENTILE – di Lino Di Stefano

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di Lino Di Stefano

 

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Il 15 aprile 1944, a Firenze, un gruppo di GAP, capitanati da Bruno Fanciullacci, ingenuo strumento di ben altri personaggi che avevano ideato l’eliminazione del più grande pensatore italiano ed europeo del Novecento – non solo pensatore, ma anche eminente pedagogista, insigne storico della filosofia e notevole critico letterario – trucidò Giovanni Gentile, Presidente, allora, dell’Accademia d’Italia.

Il Partito comunista del tempo si assunse la responsabilità dell’accaduto, ma, in realtà, non si seppe mai come si svolse effettivamente il vile attentato nei riguardi di una persona inerme. Sono trascorsi quasi settant’anni dall’efferato delitto, ma il bilancio sull’uomo e sul pensatore non è ancora definitivo, considerato che quest’ultimo ha dovuto subire – e subisce tuttora – un ostracismo incomprensibile ed anacronistico da parte di ben individuabili ambienti della cultura italiana del secolo scorso e di quello attuale.

Insigne studioso ed uomo generoso, il filosofo siciliano allevò – senza mai pretendere che giurassero “in verba magistri” – uno stuolo di valorosi discepoli; dopo Hegel, infatti, Gentile fu l’unico pensatore che vantò una ‘Destra gentiliana’ ed una ‘Sinistra gentiliana’ – anche con alcuni esponenti di ‘Centro’ – tant’è vero che i rappresentanti di tali indirizzi furono, rispettivamente, studiosi del calibro di Armando Carlini, Augusto Guzzo, M. Federico Sciacca, Vincenzo La Via, per menzionare solo i migliori, e della statura di Ugo Spirito, Guido Calogero, Cleto Carbonara, sempre per restare tra i più significativi.

Il padre dell’attualismo ebbe anche discepoli della bravura di Felice Battaglia, illustre filosofo del diritto,  di Gustavo Bontadini e di Mario Casotti, celebre pedagogista, quest’ultimo, approdato, in seguito, sul versante  cristiano-cattolico, precisamente, su posizioni realistiche e neo-tomistiche il cui centro irradiatore era l’Università Cattolica di Milano, anch’essa creatura del filosofo, come riconobbe lo stesso Padre Agostino Gemelli.

Ora, i corifei della ‘Destra’, Carlini, Guzzo e Sciacca furono spiritualisti, mentre Bontadini e Casotti, interpreti della Neoscolastica, ma sempre fedeli al Maestro, teorizzarono il ritorno alla metafisica classica come l’unica strada mirata alla riscoperta della trascendenza dell’Assoluto. La ‘Sinistra’, dal suo canto, si fece paladina dei problemi più concreti – Guido Calogero, sostenne la ‘filosofia del dialogo’ – quantunque Ugo Spirito postulasse sempre la necessità della metafisica, anche se ‘sui generis’, cioè scientifica, quale unica via per sfuggire allo scetticismo, pur praticando, egli,  il problematicismo.

Ma se le menzionate, furono le personalità più vicine al Maestro, è giocoforza aggiungere che anche altri studiosi ebbero dei debiti nei riguardi del filosofo di Castelvetrano. Uno di questi risponde al nome di Luigi Russo, critico letterario, e Direttore della Normale di Pisa; anche tale istituzione, parole di Gentile, “ricreata e portata a fama mondiale”. Ad onta della generosità del filosofo, il critico di Delia non sempre si comportò correttamente col Maestro tant’è vero che nella sua ‘Critica letteraria contemporanea’, apparsa in prima edizione nel 1941 e in seconda edizione nel 1967, dedicò al filosofo centinaia di pagine dal titolo ‘Dal Gentile agli ultimi romantici’.

Dal saggio si avvertiva e si evince subito che Russo aveva da farsi perdonare molto dal filosofo, ma, ad onta di ciò, egli non si peritò di definirlo, di volta in volta, ”teologo moderno dell’arte” e “critico da gabinetto”; espressione, quest’ultima, che, benché intesa nel senso migliore del termine, rimaneva sempre offensiva soprattutto perché il saggio fu edito, almeno in seconda edizione, proprio dalla Sansoni di Federico Gentile, figlio del pensatore. Ma Luigi Russo non era nuovo a simili imprese tant’è vero che, nella Nota introduttiva alla prima edizione, parlò di “mie irruenze” e “miei maltrattamenti critici”, nei confronti di nemici e di avversari, di cui, aggiungeva, “il primo a crucciarsi e qualche volta a mortificarsi” era stato proprio lui. Sintomatico, al riguardo, risultò il trattamento riservato ad uno studioso, che in futuro, si farà onore e cioè a “Carlo Bo (diamogli il piacere di farne il nome) banditore della letteratura come vita” che “tende la mano a Ugo Spirito, teorizzatore della vita come arte”(La lett. contemp. cit., pp. 363-364). E si potrebbe continuare.

Ma non c’era tanto da meravigliarsi dell’atteggiamento di un critico che concluse la sua carriera di studioso candidandosi, nel 1948, in Sicilia, nelle liste del PCI, senza essere letto, a conferma dell’autodefinizione russiana, della citata Nota: “sempre irato, ma maligno mai”;  meglio, “sempre irato”.  Ad ogni modo, molte riserve sulla vita, sul pensiero e sull’uomo sono, ancora oggi, dure a morire e il pretesto resta sempre il medesimo: “Gentile è stato fascista”.

E, di grazia, chi non lo è stato, in particolare gli intellettuali? Sicché senza scomodare la storica e giornalista Mirella Serri della Sapienza di Roma, autrice del fortunato libro,  ‘I redenti’ (Il Corbaccio, Milano, 2005) – ma prima di lei, altri autori avevano affrontato il problema, Nino Tripodi, soprattutto – occorre sottolineare che Gentile è stato sì fascista, ma con coerenza e pagando con la morte violenta la sua fedeltà all’idea.

Al riguardo, Ugo Spirito ha osservato che chi chiedeva “la prova decisiva della contrapposizione dell‘io empirico e dell’io trascendentale” (G. Gentile, Sansoni, Firenze, 1969, p. 181) era accontentato. Il sistema speculativo del filosofo, inoltre, era già compiuto quando il fascismo prese il potere; e, infatti, il secondo volume, ‘Sistema di logica come teoria del conoscere’, uscirà nel 1922, mentre il primo tomo aveva visto la luce nel 1917.

Il che significa che la sua filosofia è rimasta indipendente dal regime, fu quest’ultimo, anzi, che si è ispirato all’attualismo pur avendo il filosofo redatto tre saggi teorici sul fascismo. Tutto ciò, ha offerto, alcuni anni fa, il destro ad uno studioso progressista, Biagio De Giovanni, a scrivere un lungo e pregevole saggio, sul quotidiano ‘Il Mattino’ di Napoli (11.9.1986), intitolato, significativamente, ‘Liberiamo Gentile dal ghetto fascista’ ‘(Ingiustamente dimenticati pensiero e opere del vero ‘hegeliano’ del Novecento italiano)’.

Dopo aver posto l’accento sulla considerazione secondo la quale Gentile  “fu un filosofo politico e non per caso egli è il vero hegeliano del Novecento italiano, e non per caso il suo pensiero  prese l’avvio nonché da Rosmini e Gioberti dal celebre (e celebrato da Lenin) saggio su ‘La filosofia della prassi di Marx’ che sempre più appare come uno dei testi decisivi per la storia del marxismo teorico e politico italiano fino a Gramsci incluso”, lo studioso napoletano così proseguiva.

“La filosofia italiana del Novecento ha infatti una cifra europea e mondiale; il pensiero di Gentile afferra con una forte specificità i termini della crisi di fine secolo e dà una risposta ad essa che in un senso complesso anticipa di circa vent’anni quella tanto più nota di Heidegger”. Ed ecco la conclusione di De Giovanni: “La logica di Gentile trascinava verso l’etica e la politica: chi legga il ‘Sistema di logica’ – uno dei maggiori testi del Novecento filosofico – non può non essere colpito dal fatto che l’ultima sezione è appunto dedicata all’etica, che è fatto anomalo rispetto agli altri grandi modelli di logica da Hegel a Croce e che piuttosto sembra ricondurre Gentile verso alcuni esiti della filosofia classica”. E così di seguito e cioè che “forse è il caso di ripensare questo genio nazionale cogliendo tutte le occasioni che la ricerca possa offrire”.

Il pensatore di Castelvetrano è stato, altresì, accusato di averroismo e vale di dire di praticare il principio della  doppia verità allorquando con lo scritto ‘La mia religione’ del 1943, si è dichiarato cristiano e cattolico dal 1875, cioè dalla nascita. Ora, è non solo vero che molti discepoli trasmigrarono dal neo-idealismo al cattolicesimo – spiritualisti come Carlini, Guzzo, Sciacca e neo-tomisti quali Casotti e Bontadini ed altri – ma è pure certo che lo stesso Gentile, anche se a costo di immani sforzi, cercò di conciliare il trascendentale col trascendente, l’Io puro con Dio.


E, in effetti, a nostro giudizio, il passaggio dall’Atto a Dio non è, poi, così impossibile tant’è vero che, dopo la barbara esecuzione, padre Gemelli osservò che il filosofo era pronto al passo decisivo. In conclusione, parafrasando il giudizio dello storico della letteratura francese, V. L. Saulnier – (Einaudi, Torino, 1964, p. 513) – relativo a Victor Hugo poeta, possiamo asserire che “Gentile è il maggiore filosofo italiano: bene o male che sia, lo si voglia o no. Discuterlo significherebbe perder tempo, Gentile s’impone”. Non a caso, il medesimo pensatore aveva scritto che il proprio pensiero, segnatamente il ‘Sistema di logica ’- (I, Pref., Sansoni, Firenze, 1959) – segnava “un punto, pel quale bisognerà passare”.

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