Riflessioni sulla dottrina del peccato originale / prima parte – di Carla D’Agostino Ungaretti

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“O certe necessarium Adae peccatum, / quod Christi morte deletum est! / O felix culpa, / quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem!”. (Preconio pasquale)

di Carla D’Agostino Ungaretti

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Nell’ “Exsultet”, l’antico inno liturgico (detto “preconio”) risalente al IV – V secolo d. C. che il diacono intona durante la veglia di Pasqua, a un certo punto si canta: “Era davvero necessario il peccato di Adamo / che è stato distrutto dalla morte di Cristo! / O felice colpa, che meritò di avere un così grande Redentore!”. Sono parole che non possono non destare stupore perché contengono un incredibile ossimoro: il peccato originale – quell’avvenimento primordiale che i cristiani reputano la più grande tragedia dell’umanità, all’origine di tutte le debolezze, le manchevolezze e le miserie umane – è definito necessario e addirittura una colpa felice!

Il tema del peccato di Adamo ed Eva è uno dei cardini del Cristianesimo ma, in un’epoca scristianizzata come la nostra, non sono pochi i cristiani (purtroppo anche cattolici) che si domandano se quella dottrina sia veramente fondata, come si possa credere che l’intera umanità sia condannata a scontare le conseguenze di un peccato commesso da un unico uomo all’alba della Creazione, come possa il Dio amorevole rivelato da Gesù Cristo imputare la colpa altrui a ogni singola persona innocente. E’ una riflessione terribile ed io riconosco che una cattolica “bambina” come me, profondamente coinvolta spiritualmente ed emotivamente in questo argomento, non può esaminare da sola un problema di enorme portata teologica come questo, che la accompagna da quando si preparava alla Prima Comunione e men che meno può sperare di potergli dare, con le sue sole forze, una risposta che sia appena soddisfacente; perciò nella mia riflessione mi farò guidare da un teologo di vaglia, P. Donath Hercsik S.I.[1].

P. Hercsik mi ha fatto notare in primo luogo che questa dottrina, così astrusa in apparenza, è tuttavia in grado di dare una risposta ad alcuni interrogativi che tutti noi, credenti o non credenti, non possiamo fare a meno di porci.

Anzitutto essa risponde a un fondamentale problema antropologico: quale è l’origine del Male che l’uomo vede allignare dentro di sé, ma al quale vorrebbe opporsi? S. Paolo lo esprime lapidariamente in un passo famoso: “Non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto … c’è in me il desiderio del Bene, ma non la capacità di attuarlo … infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7, 14 ss). Il problema del Male si presentò anche a S. Agostino: “… ed io mi domandavo ancora donde provenga il male e non trovavo risposta” (Confessioni VII), tanto più (sapeva bene Agostino) che il Libro della Sapienza (1, 13) risponde con chiarezza all’eterno interrogativo umano del perché esista la morte, che per gli uomini rappresenta il vertice del Male e tanto ci spaventa: “Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi”.

Poi c’è un problema di carattere liturgico. Poiché il Battesimo è un Sacramento che “lava, santifica e giustifica” (1 Cor 6, 11) e l’uso di battezzare i neonati risale al II secolo, attorno al III secolo nel popolo di Dio maturò la convinzione che nel bambino deve esserci qualcosa che deve essere lavato via mediante l’acqua battesimale e quel qualcosa fu individuato nel peccato originale. In proposito P. Hercsik fa un’osservazione molto interessante: siamo di fronte a un caso in cui il sensus fidelium, o sensus fidei, – vale a dire quella specie di intuito, non privo di razionalità, del quale la presenza dello Spirito arricchisce la Chiesa e i singoli fedeli nella percezione delle verità della fede – diventa un elemento fondamentale dello sviluppo dottrinale della Chiesa stessa, in modo che la lex orandi influisce sulla lex credendi. In altri termini: come aveva promesso Gesù (Gv 14, 20), lo Spirito Santo ha fatto percepire al popolo di Dio, che lo pregava umilmente e costantemente, quella Verità di Fede che Gesù stesso aveva taciuto perché i Suoi discepoli non erano ancora capaci di portarne il peso (Gv 16, 12) e ne aveva affidato la rivelazione allo Spirito Santo; quindi la Verità del Sacramento del Battesimo che cancella il peccato originale, profondamente sentita ed espressa nella preghiera, è diventata Verità di Fede.

Infine il problema ha un risvolto dogmatico perché risponde alla famosa domanda: “Perché Dio si è fatto uomo?”. Il Credo Niceno – Costantinopolitano, che recitiamo ogni domenica durante la S. Messa, afferma come articolo di fede che Gesù Cristo, il Verbo di Dio, “per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo”. La Prima Lettera di Giovanni (4, 10 ss) afferma che “Dio ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati … come salvatore del mondo”. Quindi, ribadisce S. Anselmo d’Aosta rispondendo alla domanda del monaco Bosone “Cur Deus Homo?”, l’Incarnazione era “necessaria” per la redenzione dal peccato.

Invece l’eretico Pelagio, nella sua disputa con S. Agostino, negava il peccato originale sostenendo che la Bibbia non ne parla espressamente. Resta il fatto che, sia per gli ebrei che per i cristiani, è difficile capire se il termine ebraico “adam”, usato dalla Genesi nei primi capitoli della Bibbia, sia un nome proprio (Adamo) o un sostantivo dal significato collettivo (uomini, cioè genere umano). La Bibbia di Gerusalemme sembra adottare entrambe le traduzioni. Comunque, dalla metà del XX secolo, il Magistero della Chiesa non insiste più sul carattere storico dei primi capitoli della Genesi, ma li ritiene una narrazione metaforica, perché dal punto di vista filosofico è necessario tenere ben distinte l’origine del Bene dall’origine del Male. Infatti il Male non fa parte della Creazione, perché Dio stesso constatò che la Sua opera era “cosa molto buona” (Gn 1, 31). Perciò il racconto di Adamo non avrebbe carattere storico, ma antropologico: il primo atto degli adam (uomini, o genere umano) frutto del loro libero arbitrio, ha prodotto la situazione che conosciamo e dalla quale non possiamo uscire con le nostre sole forze.

Ma Adamo (o gli adam) non erano soli. Accanto ad Adamo c’era Eva e davanti a loro c’era la tentazione, cioè il serpente che incarna quel mysterium iniquitatis di cui parla S. Paolo (2 Ts 2, 7) e che non può essere spiegato con la sola razionalità o libertà umane. Inoltre il serpente è stato creato da Dio al pari di Adamo quindi, essendo un essere limitato, può indurre in tentazione o facilitare un’occasione di peccato, ma non può costringere un altro a compiere una scelta peccaminosa come quella di Adamo, il quale è e rimane l’unico responsabile del suo atto.

Dopo la Genesi, l’Antico Testamento non parla più di Adamo, ma in rare occasioni si limita ad affermare l’universalità del peccato e spiega il male come opera del demonio, concepito come spirito pervertitore della creazione e del cuore umano. Invece S. Paolo nella Lettera ai Romani (5, 12) riprende la storia di Adamo per spiegare l’origine del Male: “… come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini perché tutti hanno peccato” e contrapponendo Adamo al Cristo, dimostra la superiorità del Cristo su Adamo, perché è attraverso il Cristo che ci è giunta la redenzione dal peccato: “Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la resurrezione dai morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” (1 Cor 15, 21 – 22).

S. Agostino, nei Soliloquia (1, 1, 2) fa quella chiarissima riflessione cui accennavo poc’anzi: poiché la Creazione è “cosa molto buona”, è evidente che il Male non può farne parte; il Male non è stato creato da Dio come tutto il resto (uomo compreso), non è ontologicamente “qualcosa”, ma è “mancanza di qualcosa” e può essere spiegato solo come un libero allontanamento dell’uomo dall’ordine voluto da Dio. Agostino, sommo Santo, filosofo e teologo dall’animo di poeta, in quel meraviglioso libro che sono le Confessioni (1, 1, 1), insegna che il cuore umano non ha pace finché non trova Dio e non riposa in Lui, perché allora le potenze spirituali e corporali umane formano una gerarchia armoniosamente centrata e unita al Sommo Bene. Il Male quindi emerge in modo libero e contingente, non per sua necessità e, di conseguenza il peccato consiste nel rifiutare il porto sicuro di Dio per rivolgersi disordinatamente al mondo e alle sue illusorie lusinghe. La solidarietà con la persona di Adamo fa sì che tutto il genere umano formi con lui un solo uomo, rendendoci tutti figli del nostro progenitore colpevoli della sua disubbidienza e con lui condividiamo anche la volontà di compiere quell’atto, poiché “fuit Adam, et in illo fuimus omnes” (Contra Iulianum, 1, 3, 10).

Il peccato è universale perché universale è il suo raggio di azione, ma non è una struttura essenziale dell’umanità: è un’inclinazione permanente di ogni uomo al Male nella quale si intersecano, sempre dialetticamente intrecciate, la libertà e l’inevitabilità, la contingenza e l’universalità, la responsabilità e l’ineluttabilità.

S. Tommaso d’Aquino e il resto della filosofia scolastica rimane sostanzialmente fedele alla visione agostiniana del peccato originale. In particolare Tommaso, nella Summa contra Gentiles (IV, 50, 3, 9) spiega che il peccato originale, che può essere chiamato anche “caduta originale”, è definito tale perché è trasmesso “per originem” ai suoi discendenti da parte del primo uomo il quale, con la sua “caduta”, avrebbe distrutto il privilegio concessogli da Dio al momento della creazione, e caratterizzato da un’armonia condizionata alla sottomissione alla volontà di Lui. Quindi il peccato originale consiste nella perdita della Grazia originale che si manifesta nell’interruzione di un retto rapporto dell’uomo con Dio e nella sopravvenuta incapacità di amarLo sopra ogni cosa; esso si materializza nella concupiscenza, cioè in un disordine di tutte le facoltà umane che dà origine a desideri sfrenati, condiziona la libertà e distrugge l’armonia che costituiva la giustizia originale.

Adamo, capostipite del genere umano, con la sua ribellione ha distrutto l’eredità che, nel progetto di Dio, avrebbe dovuto lasciare ai suoi discendenti, i quali formavano con lui una sola persona ed erano, per così dire, contenuti in lui quale prima origine della vita. Perciò tutti gli uomini, anche se non sono responsabili della privazione della giustizia originale per propria volontà personale, lo sono per quella del loro progenitore che li rappresenta davanti a Dio.

Il Concilio di Trento si è espresso in armonia con la teologia tomistica sottolineando in particolare con forza che in “questo peccato di Adamo, che per origine è unico e viene trasmesso per propagazione e non per imitazione, è presente in tutti come proprio di ciascuno[2]. L’uomo ha così perduto la Grazia Santificante, e la giustizia nella quale era costituito fin dall’inizio, attirando su di sé non solo l’ira e l’indignazione di Dio, ma anche la morte come noi la sperimentiamo. In conseguenza del peccato il diavolo è riuscito a estendere il suo potere sull’essere umano.  La presenza del peccato originale, liberamente commesso dai nostri progenitori, non deve intendersi solo in senso collettivo (tutti), ma anche in senso distributivo (ciascuno) e non ha risparmiato nessuno. Solo la Vergine Maria, definita dogmaticamente l’Immacolata Concezione, ne è stata esentata perché Dio stesso l’aveva scelta per diventare la Madre del Cristo.  Anche i neonati, incapaci di commettere il peccato personale, hanno tuttavia contratto il peccato originale e perciò ricevono il Battesimo poco dopo la nascita in remissione dei peccati[3]. Perciò il Catechismo della Chiesa Cattolica precisa che “il peccato originale è chiamato “peccato” in modo analogico: è un peccato “contratto” e non “commesso”, uno stato e non un atto” (n. 404).

A cominciare dall’Illuminismo, la scìa teologica e dottrinaria lasciata da S. Agostino cominciò a sbiadirsi fino a tramontare quasi del tutto. Ma di questo tratteremo nella seconda parte di queste riflessioni.

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[1] Cfr LA CIVILTA’ CATTOLICA  2010  IV  119 – 132.

[2] Così si esprime il “Decretum de peccato originali” (1546) che riprende le decisioni del Sinodo di Cartagine del 418 e di quello di Orange del 529 e sarà a sua volta ripreso dalla “Gaudium et Spes”, n. 13

[3] Apro una parentesi un po’ polemica nei confronti della Chiesa del nostro tempo. A differenza di quanto avveniva in passato, oggi è costume battezzare i bambini quando già non sono più neonati, ma (come mi viene da osservare sarcasticamente) quando sono quasi pronti per andare a votare. Si dice che la fretta del passato era dovuta alla frequente mortalità infantile, oggi sconfitta. Sarà, ma io (cattolica “bambina”) penso che i genitori che si sentono profondamente e totalmente cristiani e amano il loro figlio “non vedono l’ora” che il loro piccolo acquisti la Grazia Santificante diventando cristiano, figlio di Dio e membro della Chiesa, perciò dovrebbero pretendere che il Battesimo sia impartito il più presto possibile. E i parroci, se sono consapevoli di questi valori, dovrebbero assecondare il giusto desiderio dei genitori, invece sembra che vogliano temporeggiare per motivi che non hanno nulla di pastorale ma sono solo opportunistici, come radunare più bambini in un’unica cerimonia collettiva corredata, oltre tutto, da frenetici applausi come se, invece che in chiesa, fossimo a teatro.

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(1 – continua)

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3 commenti su “Riflessioni sulla dottrina del peccato originale / prima parte – di Carla D’Agostino Ungaretti”

  1. Qualche tempo fa in uno dei soliti giornalini offerti sui tavolini all’uscita delle chiese lessi un articolo in cui si diceva: “…spero non vi sia ancora qualcuno che osa credere alla storicità di Adamo ed Eva…” Ne rimasi, soprattutto per quell’ “osa”, non solo scandalizzata, ma anche indignata perché non se ne può più di questa interpretazione della Sacra Scrittura così alla moda per cui ogni passo è simbolo di qualcosa. Sono stata educata nella concretezza della parola di Dio che ci colpiva l’animo da piccoli e ci ha reso forti nella fede crescendo; non riesco a concepire divagazioni varie e variabili a seconda della personalità che vi si impegna. Leggo con commozione la Storia Sacra di don Bosco che mi fa ritornare al catechismo della mia fanciullezza. Come potrei condividere , accettare e convincermi di ciò di cui questa ermeneutica attuale tanto si vanta?

  2. Non Metuens Verbum

    A 15 anni sapevo che per un battesimo oltre il 30mo giorno dalla nascita, c’era la scomunica. Inoltre, il rito romano del battesimo contiene tutta una serie robusta di esorcismi, omessi nel rito nuovo, che strappavano via il piccolo cristiano dalle grinfie del diavolo, al più presto, per immergerlo nella vita di Grazia in Cristo. Pare che oggi non gliene importi più niente. E non è che si possa dire che gli indizi di perversione nei giovinetti siano pochi.
    E poi la Confessione e Comunione. La prima Confessione a almeno 8 o 9 anni, fatta a tirar via senza pensieri. Poi più niente fino alla prima Comunione a oltre dieci anni, “perché tanto a questa età sono innocenti” ! Innocenti, oggi, a 10 anni ? Ma in che mondo vivete, parroci e catechisti ? Quando poi (quod Deus avertat) non siate stati voi stessi a corrompere i bambini affidativi !

  3. In una poesia, non ricordo quale, di John Donne, vengono citati 12 punti, segnati con la croce, sul corpo del bambino al momento del Battesimo. Nessuno sa dirmi quali siano? e come si svolgesse questo Sacramento?

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