Riflessioni sulla Passione di Gesù secondo Luca – di Carla D’Agostino Ungaretti

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“Factum est autem dum complerentur dies assumptionis eius, et ipse faciem suam firmavit, ut iret Ierusalem …” (Lc 9, 51).

di Carla D’Agostino Ungaretti

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Siamo in piena Quaresima, quindi ci stiamo avvicinando a grandi passi al momento della Passione di Gesù che la Chiesa ogni anno ci propone come argomento di meditazione. Poiché ultimamente mi è capitato di rileggere con particolare attenzione il Vangelo secondo Luca, ho notato che all’inizio della Passione l’Evangelista usa due particolari espressioni (Lc 9, 51) sulle quali in precedenza non mi era accaduto di soffermarmi ma che, ben riflettendo, meritano un approfondimento.

“Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, (Gesù) si diresse decisamente verso Gerusalemme … (Bibbia di Gerusalemme); “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, (Gesù) prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme … (Bibbia Via Verità e Vita); “Si avvicinava il tempo nel quale Gesù doveva lasciare questo mondo, perciò decise fermamente di andare verso Gerusalemme …” (La Bibbia Interconfessionale). In un primo momento è stato quel “decisamente” o “ferma decisione” a incuriosirmi perché il testo, nella traduzione latina della Neo Volgata, suona: “faciem suam firmavit” ossia “indurì il suo volto” per andare a Gerusalemme. “Che strana espressione!” mi sono detta. Poi ho capito: la formula che ho riportato in epigrafe traduce letteralmente l’originale greco e la lingua greca usata da Luca è piena di espressioni derivate dall’aramaico, lingua priva di sfumature semantiche. Ne risulta che il Gesù che ci viene presentato all’inizio dei capitoli della Passione secondo Luca è un Gesù umano ed emozionato, perché sa che deve prendere la decisione più importante della Sua vita terrena, quella che (sapeva bene) gli sarebbe costata la vita. Allora, da vero uomo uguale a noi nei sentimenti e nelle emozioni (ma non nel peccato), Egli si concentra nella riflessione, aggrotta le sopracciglia, assume un’espressione assorta, seria e preoccupata, “indurisce il Suo volto” come facciamo tutti quando dobbiamo risolvere un difficile problema – non solo di alta matematica, ma anche di vita quotidiana – la cui soluzione si prospetta gravida di diverse conseguenze.

Poi – tornata indietro di poche parole e sempre riflettendo sulla versione latina della Neo Volgata – mi sono accorta che le differenti espressioni usate dalle tre diverse traduzioni della Bibbia alludono non tanto all’approssimarsi del Sacrificio della Croce, quanto al momento in cui Gesù, abbandonando il mondo, sarebbe asceso al Cielo, avvenimento cui Egli avrebbe accennato esplicitamente più tardi durante l’Ultima Cena: “Sono uscito dal Padre e sono venuto al mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre” (Gv 16, 28). Così, nel dirigersi risolutamente verso Gerusalemme incontro alla Croce, Gesù adempie alla volontà del Padre e cioè che, attraverso la Sua Passione e Morte, il Messia atteso da Israele e annunciato dai Profeti dovesse pervenire alla Resurrezione e salire gloriosamente al Cielo. Ma, come è noto, Luca è autore anche degli Atti degli Apostoli e la riflessione su quelle due espressioni mi ha indotto ad approfondire il rapporto tra il Gesù della Passione secondo Luca e gli Apostoli degli Atti. Infatti nella seconda opera di Luca  molto spesso gli Apostoli  ripetono gli insegnamenti e i gesti di Gesù. Come Gesù aveva guarito un paralitico (Lc 5, 27 ss), così anche Pietro lo fa in nome di Lui (At 9, 1 ss; 9, 33); come Gesù ha risuscitato il figlio della vedova di Nain (Lc 7, 11 ss), così anche Pietro risuscita a Giaffa una donna di nome Tabita (At 9, 36 ss)[1]. Come Gesù insegnava alle folle nel Tempio, così fanno anche Pietro e Paolo;  come Gesù fu spinto dallo Spirito ad andare a Gerusalemme dove sapeva cosa lo aspettava, così fece anche Paolo (At  21). E’ chiaro allora che gli Apostoli non possono essere separati da noi perché ciò che li riguarda da vicino riguarda da vicino anche noi, perciò farò, non da esegeta o teologa, ma da cattolica “bambina”, alcune osservazioni  che mi sembrano importanti.

Sappiamo che non tutto Israele ha accettato la Rivelazione (At 28, 24) e spesso nella successiva storia del Cristianesimo si è creduto che il perdono cristiano escludesse gli Ebrei perché ritenuti colpevoli di “deicidio”. Era un’interpretazione profondamente errata:  infatti Luca sottolinea spesso che il popolo “pendeva dalle Sue labbra” sebbene le autorità complottassero per farlo morire (Lc 9, 51); “tutto il popolo di buon mattino andava da Lui nel tempio per ascoltarlo” (Lc 21, 38); nel percorrere la “via dolorosa”, “lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di Lui” (Lc 23, 27). Anche negli Atti il Vangelo viene annunciato nelle sinagoghe e il grande Rabbi Gamaliele è presentato come un uomo profondamente saggio e dotato di grande spiritualità. Quindi la stima e la considerazione di Luca per il popolo di Israele sono fuori discussione, tenuto anche conto che negli anni in cui egli scriveva, i Romani avevano già distrutto il Tempio.

Al momento di descrivere l’istituzione dell’Eucaristia – e contestualmente anche del Sacramento dell’Ordine, secondo il Magistero della Chiesa – Luca insiste sulla dimensione del “dono” e dice: “(Gesù) prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo DIEDE loro dicendo: “Questo è il mio corpo che è DATO per voi, fate questo in memoria di me” (22, 19). Negli Atti Paolo dice addio ai cristiani di Efeso con un discorso commosso e sentito. Lui aveva fondato quella comunità e aveva vissuto in mezzo a loro, come Gesù aveva vissuto con i suoi Apostoli, perciò il suo addio mi sembra che somigli molto a quello del Signore: “e in tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù che disse: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere”(At 20, 35). Come mai di questo detto di Gesù non vi è traccia nei Vangeli e nemmeno in quello secondo Luca? Gli studiosi del Gesù storico si affannano a indagare se Gesù abbia pronunciato davvero quelle parole durante la Sua vita pubblica, ma per i teologi è un falso problema. Anche ammesso che sia stato Luca a coniare quel nuovo “macarismo” (come gli esegeti chiamano le “beatitudini”)  – o che Matteo nel Discorso della Montagna, o lui stesso riportando il Discorso del “Luogo Pianeggiante” (Lc 6, 20 ss) abbiano dimenticato di riferire “Beati coloro che donano gratuitamente” – non c’è dubbio che i primi cristiani abbiano ritenuto perfettamente naturale che sia stato Gesù a pronunciare quelle parole, messe in bocca a Paolo dallo Spirito Santo, perché tutta la vita cristiana è sotto il segno del dono.

Nel corso della Sua Passione Gesù non è completamente solo: accanto a Lui ci sono tre uomini che mi sembra meritino di essere ricordati. Simone di Cirene (Lc 23, 26), senza saperlo, mette in pratica il Suo insegnamento: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”(Lc 9, 23). Simone non aveva certo l’intenzione di seguire Gesù e forse, venendo da Cirene, non sapeva neppure chi fosse quel condannato nel quale si era imbattuto, ma l’ha seguito. Non si è sottratto a quel misterioso invito dello Spirito, non è fuggito davanti all’ordine dei soldati – preoccupati che il condannato, sfinito dalle torture, morisse prima di essere crocifisso – di aiutarlo a portare la Croce e questa esperienza ha di sicuro cambiato la sua vita[2].

Giuseppe di Arimatea era “membro del Sinedrio, persona buona e giusta. Non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri” (Lc 23, 50). Essendo un personaggio importante, non aveva soggezione del Governatore Romano e poté quindi permettersi di andare da Pilato per richiedere il corpo di Gesù e disporre che il seppellimento avvenisse in una tomba nella quale nessuno era stato ancora deposto. Anche lui, uomo libero, non badò al pericolo che correva, come l’impopolarità e l’odio dei colleghi del Sinedrio o le ritorsioni dei fanatici, ma dette la precedenza alla “caritas”, quella Virtù che “non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità … che tutto copre, tutto spera, tutto crede, tutto sopporta” (1Cor 13, 6, 7).

Una  terza immagine, commovente, è quella del Buon Ladrone di cui parla solo Luca (Lc 23) . I due malfattori crocifissi  si trovano entrambi nella stessa situazione ai lati di Colui che stava morendo per la salvezza loro e di tutti, ma uno perde la speranza, insulta e bestemmia; l’altro riconosce che la sua vita è stata piena di peccati e di crimini, si rivolge a Gesù con fiducia e diventa il primo dei salvati. Rispondendogli, Gesù assicura a lui e a noi che le braccia di Dio sono sempre aperte per coloro che si pentono dei loro peccati e confidano nella Sua misericordia.

E le donne che ruolo hanno nella Passione? Luca è l’Evangelista che si occupa di più delle donne, a cominciare da Maria di Nazareth, e le presenta come testimoni oculari e credibili della vita di Gesù, dalla Galilea fino a Gerusalemme. In Galilea, oltre ai Dodici, c’erano alcune donne guarite da infermità: “Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre che li assistevano con i loro beni” (Lc 8, 2 – 3). Le donne descritte da Luca sono coraggiose: se si pensa che le consuetudini giudaiche, accolte nel Talmud, proibivano di piangere per i condannati a morte, si comprende il coraggio dimostrato da loro nel non nascondere affatto  il loro pianto alla vista del Signore caricato della Croce. La mattina di Pasqua sono loro, cui si è aggiunta Maria madre di Giacomo, ad annunciare agli Apostoli la Resurrezione (Lc 24, 10). Anche se essi inizialmente non credono loro (perché erano solo donne  e si sa che le donne sono facili al vaneggiamento … Lc 24, 11) l’episodio è la dimostrazione che Dio predilige le anime semplici e sincere, alle quali rivela cose che tiene nascoste ai presuntuosi potenti. Come i primi testimoni della nascita del Redentore furono i pastori di Betlemme (gli ultimi nella scala sociale del tempo) così i primi testimoni della Resurrezione furono le donne, tenute in ben scarsa considerazione sia dalla Torah ebraica che dal Diritto Romano.

Il supplizio fu terribile. Gli studi medici compiuti sulla Sacra Sindone di Torino  hanno confermato che la morte per crocifissione – riservata ai malfattori, ai delinquenti e agli schiavi ribelli – oltre che disonorevole, era atroce: poiché la posizione cui era costretto il crocifisso ostacolava la libera respirazione, i polmoni scoppiavano nello sforzo di ricevere ossigeno; il cuore accelerava all’impazzata il suo battito per sostenere il terribile stress della tortura; l’arsura divorava il condannato; perfino i muscoli sfinteri, impossibilitati a svolgere la loro normale funzione, si allentavano. Ma nel momento culminante della sua esistenza terrena e dell’estrema solitudine che riguarda tutto il genere umano all’attimo della morte , Gesù compie un atto di suprema fiducia gettandosi tra le braccia del Padre al quale consegna in totale libertà la sua vita: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23, 46). A queste parole, derivate dal Salmo 31 (6), Gesù aggiunge la parola più importante di tutta la Sua vita, quell’ Abbà – Padre che riassume tutto il Suo rapporto di amore con il Padre. Questa pericope di Luca mi fa pensare che difficilmente oggigiorno si muore coscienti. Il progresso (progresso …?) della medicina fa sì che nella maggior parte dei casi si muoia passando inconsapevolmente dalla vita alla morte in stato di incoscienza o di torpore. Allora a maggior ragione dobbiamo pregare con tutte le nostre forze la Madre di Dio perché ci sia vicina e preghi per noi in quel momento supremo.

Al centro del racconto della crocifissione secondo Luca, un paradosso mi è balzato dinanzi agli occhi: nel momento in cui le tenebre scendono sulla terra “perché il sole si era eclissato” (Lc 23, 45 ss) nonostante fosse mezzogiorno, qualcuno “vede”. Il centurione “visto ciò che era accaduto … glorificava Dio: “Veramente quest’uomo era giusto”.Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano … osservando questi avvenimenti”. Nonostante il buio, un pagano e il popolo “vedono”: gli occhi della Fede preannunciano ciò che i discepoli di Emmaus e i testimoni della Pasqua vedranno dopo tre giorni e in piena luce.

Ho sempre detto che i quattro Vangeli sono un pozzo senza fondo dal quale si può sempre attingere qualcosa che in precedenza non era stato notato e che arricchisce la nostra fede. E così è successo a me rileggendo la Passione di Gesù secondo Luca. Il Gesù descritto da Luca è profondamente umano, un uomo che  “desidera”, come tutti noi,  la compagnia degli amici e di coloro che ama, soprattutto nei momenti della prova : “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima della mia passione” (Lc 22, 15). E’ un uomo che, come tutti noi, rimane deluso quando si accorge che i suoi amici non si sono accorti della Sua sofferenza e si sono addormentati nel momento in cui Egli aveva più bisogno di loro. E’ un uomo che prega, e quando la sofferenza spirituale è tanto intensa da farlo entrare in agonia, Egli implora il Padre di allontanare da lui quel calice di amarezza, ma si abbandona completamente alla volontà di Lui (Lc 22, 42). L’afflizione è tale da fargli sudare sangue e la Sua natura umana appare qui in tutta la capacità di sofferenza. Come non pensare, a questo punto, a tutti quei nostri sventurati fratelli malati terminali,in preda a sofferenze inenarrabili che, nella loro umanissima debolezza, invocano il suicidio assistito e come non pregare per loro perché trovino la forza di aggrapparsi alla Croce rimettendosi, come Gesù, alla volontà di Dio? Come il Padre mandò il Suo angelo a confortare il Cristo, così sono sicurissima che non mancherebbe di inviare il suo Spirito a confortare i Suoi figli nel momento del dolore.

Il Gesù che ci ha trasmesso Luca è un Gesù estremamente buono, amabile, compassionevole, umano, è un Maestro, un modello, un fratello, un intercessore.

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[1] Mi sembra che la precisione con la quale Luca cita il luogo in cui Dio, per mezzo dell’Apostolo, ha compiuto il miracolo (Giaffa) e il nome della donna risuscitata (Tabita) renda l’episodio difficilmente smentibile da parte dei contemporanei.

[2] Molte conversioni sono  avvenute così, inaspettatamente, per opera dello Spirito Santo ed io prego perché esse siano sempre più numerose. La prima che mi viene in mente per associazione di idee è quella, che mi ha sempre colpito e commosso, avvenuta nel 1842  di Alphonse Ratisbonne, ebreo francese fieramente anticristiano il quale, entrato un giorno casualmente nella chiesa romana di S. Andrea delle Fratte, ebbe la visione della Madonna che cambiò radicalmente e improvvisamente la sua vita. Entrato in chiesa ebreo, ne uscì cristiano.

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5 commenti su “Riflessioni sulla Passione di Gesù secondo Luca – di Carla D’Agostino Ungaretti”

  1. In modo molto simile alla conversione di Alphonse Ratisbonne, nel 1935 avvenne quella di André Frossard, giornalista del “Figaro” e membro dell’Académie française. Di nonna ebrea, madre protestante e padre ateo gli capitò che:
    «Entrato alle cinque e dieci d’un pomeriggio in una cappella del Quartiere latino per cercarvi un amico, ne sono uscito alle cinque e un quarto in compagnia di un’amicizia che non era di questa terra.
    «Entratovi scettico ed ateo di estrema sinistra, anzi – più ancora che scettico e più ancora che ateo – indifferente e preoccupato da ben altre cose che da un Dio che non pensavo neppur più a negare, tanto mi pareva ormai passato da un’infinità di tempo nel conto profitti e perdite dell’inquietudine e dell’ignoranza umane, ne sono uscito qualche minuto dopo “cattolico, apostolico, romano”, trascinato, sollevato, ripreso, risucchiato dall’onda di una gioia inestinguibile.
    «Al momento dell’entrata avevo vent’anni. All’uscita, ero un bambino pronto per il battesimo […]» (A. FROSSARD, “Dio esiste – Io l’ho incontrato”, SEI, Torino 1986, pp. 12-13).

    1. Carla D'Agostino Ungaretti

      Grazie, caro amico Lucio, per avermi ricordato questo altro grande esempio di conversione avvenuta al di fuori di qualunque elucubrazione puramente umana solamente per opera dello Spirito Santo! Io ho l’edizione francese del libro di Frossard che lessi circa 40 anni fa e dopo aver letto il suo commento sono andata subito a prenderla dalla libreria per rileggere il brano citato da lei. Rifletterci sopra è stata una fonte di conforto e speranza perché è la dimostrazione che lo Spirito soffia dove vuole e ci fa sperare che il Suo soffio raggiunga anche tutti gli altri che credono di essere lontani da Dio. Grazie anche per avermi letto.

  2. Maria Teresa

    Grazie per questa occasione di riflessione. In questo momento così tragico per la Chiesa è tanto più doveroso affrontare la Quaresima con maggiore preghiera, meditando questi passi evangelici.

  3. Ravecca Massimo

    Michelangelo potrebbe aver descritto la Passione del Signore, pur non esplicitamente rappresentata nella Cappella Sistina, tramite l’identità del supplizio e nella somiglianza fisica tra Aman crocifisso dipinto sulla Volta e il Gesù Giudice del Giudizio Universale. Michelangelo avrebbe così indicato tramite la somiglianza fisica, che allude a una somiglianza funzionale, e il medesimo supplizio, che Gesù sarebbe morto durante un carnevale ebraico, almeno per quanto riguarda la prima parte della Passione.
    Nel libro biblico di Ester, Aman primo ministro persiano scoperto che il suo rivale Mardocheo è ebreo, cerca di ucciderlo insieme con tutti i connazionali. Alla fine però sarà Mardocheo a far uccidere Aman sulla forca che preparò per lui. Gli ebrei nella festa religiosa carnevalesca di Purim ricordavano e ricordano tuttora, la salvezza degli ebrei e la morte del loro persecutore. Gesù sarebbe morto sulla croce interpretando (anche) il ruolo di Aman. Cfr ebook/kindle. La Passione di Gesù negòi affreschi di Michelangelo della Cappella Sistina.

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