Riflessioni sull’emergenza educativa che stiamo vivendo  –  di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungaretti

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zzzzsclntcNel lungo arco della mia vita lavorativa  io non sono stata un’insegnante ma, essendo moglie e madre, sono stata necessariamente anche io un’educatrice; perciò  ho alcune precise idee di fondo – formatesi con l’esperienza di vita e con l’osservazione attenta di ciò  che avveniva e tuttora avviene attorno a me – in merito al problema dell’educazione delle giovani generazioni. Vorrei ora rifletterci ora un po’ sopra e con particolare riferimento a quello che io ritengo il problema educativo emergente in Italia e in Europa: la formazione cristiana dei nostri figli e dei nostri nipoti, oltre  alla custodia e al rafforzamento della nostra identità in  tutti coloro che verranno dopo di noi, perché da questo tipo di formazione, poi, discenderanno i due più importanti princìpi  che dovrebbero caratterizzare l’Uomo e il Cittadino: la rettitudine individuale e collettiva e il perseguimento costante del Bene comune. Entrambi i princìpi si riassumono nel concetto di “vita buona” di cui ha più volte parlato il Card. Scola.

Il motivo della mia preoccupazione dovrebbe essere abbastanza chiaro: assistiamo al costante e inesorabile processo di decadenza della nostra civiltà occidentale. In particolare, l’Europa – con le cui direttive noi italiani dobbiamo, volenti o nolenti, fare i conti – è travagliata dal relativismo culturale e religioso, dal pluralismo nichilista, dal vuoto antropologico ed etico, dall’incapacità di confrontarsi con la Verità e con valori che vadano al di là dell’orizzonte individuale oltre i propri interessi pratici e utilitaristici, nonostante la presenza sul suo territorio di innumerevoli e meravigliose cattedrali gotiche che la rivelano ancora fortemente segnata dalla tradizione cristiana. In una parola, corriamo verso il Nulla e ne sembriamo pure felici[1].

Questi problemi non sono esclusivi dell’educazione cattolica, ma riguardano qualsiasi tipo di educazione incentrata sulla persona umana. La libertà di ciascuno di fare della propria vita ciò che gli pare e piace è diventata un dogma  anche per la famiglia e per la scuola (e purtroppo, a mio avviso, anche per la parrocchia) che ora navigano alla deriva senza una meta precisa, perché si è dimenticato che per tramandare un serio bagaglio di valori, tradizioni e conoscenza è giusto e necessario pretendere dagli studenti rigore, fatica, disciplina e soprattutto fiducia nel futuro, proprio ciò che oggi sembra mancare ai giovani della fascia di età tra i 18 e i 30 anni. Si è dimenticato di insegnare ai nostri figli che qualunque apprendistato è faticoso e richiede sacrificio in vista del conseguimento di un bene superiore. Invece accade che qualunque proposta educativa di “qualità” venga accusata di essere “elitaria” e perciò venga “abbassata“, invece di essere “innalzata” verso mete sempre più elevate, provocando un livellamento della cultura verso il basso e una sempre maggiore povertà nell’ educazione, perché il contrario è considerato un attentato alla libertà di scelta. Infatti nessuno sembra studiare più e la vita dei giovani oggi è orientata a tutt’altro.  Imperversano  i PC, gli smartphone, le lucine a led, gli schermi giganti, i megabyte; i giovani vivono di notte la movida. Piazze gremite, birra, chat perennemente on line. Se saliamo su un autobus o sulla  metropolitana vediamo che  tutti, giovani e vecchi, ma soprattutto i giovani, sono immersi in un rapporto esclusivo con il  loro cellulare, non per studiare, ma per controllare la posta elettronica,  per navigare su Internet e per le varie funzioni offerte dalla nuova tecnologia che essi hanno imparato a sfruttare con una prontezza e un entusiasmo che non hanno certo riservato alle materie che propone loro la scuola: è evidente perciò il livellamento della cultura verso il basso.  E’ impressionante poi constatare come queste nuove tecnologie, con le quali  noi adulti abbiamo tanto faticato a familiarizzarci, non presentino alcuna difficoltà neppure per i bambini più piccoli,  che non per nulla sono stati chiamati “i nativi digitali”

Se invece si tratta di propagandare idee e valori elaborati da quelle ben precise lobby o gruppi di potere che negli ultimi decenni si sono arrogantemente appropriati del potere culturale e ora stanno dando la scalata anche al potere politico, allora la libertà di scelta di cui parlavo poc’anzi non conta più e si ritiene giusto battersi affinché quei valori siano diffusi e assimilati.  Per esempio in Francia, dopo l’approvazione della famosa “Charte de la laicité” predisposta dal ministro Peillon, è stata introdotta nei licei un’ora di insegnamento della “morale laica”; in Europa sono stati diffusi i cosiddetti “Standard per l’educazione sessuale“, per lo più ispirati all’ideologia del gender,  mediante cd-rom, siti Internet, volantini, spot  radio e TV che finiscono per sostituirsi alla famiglia nella funzione educativa, fenomeno tanto più grave perché non diffondono nozioni di grammatica, aritmetica, storia o geografia, ma di educazione sessuale defraudando così, coscientemente e programmaticamente, la famiglia di un suo sacrosanto diritto.

I grandi valori dal significato tradizionale hanno perduto ogni credibilità, assolutezza, centralità nel mondo occidentale e nella loro caduta verticale hanno travolto anche quelle certezze etiche che erano veicolate principalmente dalla tradizione cristiana. Che ne è della fede cristiana dei giovani in questo contesto? E in particolare della loro coscienza cattolica? Me lo domando perché vedo che in molte chiese, durante la celebrazione della cosiddetta “Messa dei bambini”, al momento del Padre Nostro i catechisti invitano i piccoli che si preparano alla Prima Comunione a prendersi tutti per mano, dimenticando (o forse addirittura ignorando) che questo gesto è tipico della tradizione protestante. Infatti i protestanti, non credendo nella Presenza Reale di Cristo nell’Eucaristia (che per loro è solo un simbolo e non un Sacramento) sentono il bisogno spirituale di prendersi per mano come momento di comunione nella preghiera comunitaria.

Invece noi cattolici sappiamo che nell’Ostia appena consacrata dal sacerdote è realmente presente Cristo in corpo, sangue, anima e divinità in virtù della Sua Passione liberamente accettata “ut unum sint”, secondo le stesse parole usate da Gesù nella sua Preghiera Sacerdotale (Gv 17, 11). Perciò, essendo noi già stati uniti in una cosa sola dal Sacrificio di Cristo, l’Istruzione Generale del Messale Romano non dispone che i cattolici facciano questo gesto durante la S. Messa, mentre invece può essere liberamente fatto nelle preghiere comunitarie diverse dalla S. Messa[2].

Tutto ciò, a mio giudizio, non giova a consolidare la coscienza cattolica dei ragazzi italiani, la maggior parte dei quali  (è vero) ha fatto, a nove o dieci anni, la Prima Comunione e a tredici /quattordici anni ancora accetta di accostarsi al Sacramento della Confermazione – perché a quell’età ancora si ubbidisce  un poco ai genitori – ma poi abbandona definitivamente la pratica religiosa  dimostrando di non aver capito nulla del significato  salvifico dei Sacramenti istituiti da Cristo, non tanto per sua colpa quanto per l’inadeguatezza degli insegnamenti ricevuti.

La “colpa” di tutto ciò (uso quel termine tra virgolette perché non voglio accusare nessuno) è sia dei genitori, che della scuola, che della Chiesa. Dei genitori e della scuola, perché la maggior parte dei moderni genitori e insegnanti si sono formati nel clima sessantottino, sul quale è inutile spendere troppe parole perché i frutti di quel nefasto periodo li conosciamo tutti; della Chiesa, perché la catechesi dei bambini e degli adolescenti è uno dei compiti più ardui e impegnativi che sia possibile immaginare. Infatti non si tratta di trasmettere nozioni che siano per loro più o meno interessanti, ma di rendere recepibili e accettabili  i misteri della fede cristiana dalle giovani menti ancora in formazione ed è difficile trovare catechisti sufficientemente preparati a questa che io ritengo una vera missione, per la quale è necessaria un’autentica vocazione supportata da una sufficiente preparazione sia nel campo della psicologia infantile e adolescenziale  che in quello della teologia fondamentale. Una volta gli insegnanti di religione nelle scuole e nelle parrocchie erano sacerdoti o suore che, a loro volta, avevano ricevuto una preparazione ineccepibile ; nelle parrocchie, a causa della carenza di sacerdoti, il delicato incarico della catechesi è svolto soprattutto dalle mamme e da volontari della cui buona volontà io non dubito certo, ma non altrettanto mi sento di dire della loro preparazione specifica, come sottolineavo poc’anzi.  Nella scuola “l’ora di religione” è un “optional”, mentre io sostengo che dovrebbe diventare di nuovo obbligatoria, come l’italiano e la matematica, specialmente in quest’epoca che vede le nostre scuole frequentate da un’alta percentuale di ragazzi immigrati non cristiani, ma aspiranti a integrarsi e a diventare cittadini italiani,

A nessuno dei nostri politici o “maitres à penser” viene in mente che se vogliamo che la società multietnica (ritenuta ormai inevitabile) si realizzi con almeno qualche  risultato costruttivo è di vitale importanza far entrare nelle teste dei  giovani immigrati che frequentano le scuole italiane  – non necessariamente i licei classici, ma anche gli istituti di indirizzo tecnico – che la civiltà e la cultura italiane sono modellate sul Cristianesimo e sul Vangelo. Come potranno quei ragazzi provenienti dall’Asia o dall’Africa diventare italiani a pieno titolo se non saranno messi in condizione di capire il significato della Divina Commedia, della Cappella Sistina e dei Promessi Sposi? E questo significato può essere capito solo se si insegneranno loro i fondamenti del Cristianesimo, il che non significa fare del proselitismo (orrore …!) perché ognuno ha il diritto di conservare la propria religione, ma solo fare di loro degli Italiani come tutti gli altri.

Invece la religione cattolica  è diventata la cenerentola delle materie di insegnamento – la si vorrebbe trasformare addirittura in studio comparato delle religioni monoteistiche, perché “tanto sono tutte uguali” – con un unico docente che si ritrova sulle spalle il carico di diciotto/venti classi, che gli impedisce di conoscere a fondo i propri allievi come sarebbe  necessario[3].

Questa mia proposta, così politicamente scorretta, non vuole certo avere carattere ideologico o di proselitismo perché non mira affatto a convertire per forza al Cristianesimo gli scolari musulmani, buddisti o induisti (solo Dio converte per opera dello Spirito Santo) ma è fondata sul buon senso ed è supportata dall’opinione conforme di autorevoli intellettuali come Benedetto Croce, Federico Chabod  e Franco Fortini, non certo cattolici ma sicuramente più colti e più onesti intellettualmente di tanti politici moderni, anche cattolici, e di tanti amministratori locali  e di dirigenti scolastici terrorizzati all’idea di “offendere” coloro che professano altre religioni[4].

E’ stato scritto che l’Italia è il paese europeo più scettico e meno moralistico[5]. E in effetti la questione dei rapporti tra laicità, scuola e pluralismo culturale non sembra interessare molto la gente comune,  mentre invece l’emergenza educativa di cui sto parlando è messa in luce in alcune ben precise situazioni concrete. L’educazione e la formazione presuppongono che chi insegna abbia autorità e chi impara la accetti. Invece i bambini italiani vengono su viziati e capricciosi e gli adolescenti violenti, ignoranti e maleducati; e molti genitori purtroppo non sono da meno quando, invece di sgridare e punire gli svogliati rampolli per il loro scarso rendimento scolastico, protestano con i presidi per la “cattiveria” degli insegnanti. Francesco Alberoni è stato chiarissimo in proposito: democrazia e partecipazione resteranno “inutili chiacchiere” se non si restituiscono agli insegnanti potere e autorità disciplinare ai libri di testo adottati oggi nelle nostre scuole; egli ha scritto parole talmente autentiche e veritiere che ritengo inutile commentarle :  “Nelle superiori ci sono chiacchierate sulle condizioni economico – sociali senza i personaggi, senza gli accadimenti, senza le date. In italiano, anziché le opere dei classici, trovate penosi scritti di sconosciuti probabilmente amici degli estensori e, nelle superiori, complicatissimi e astratti metodi di analisi del testo che darebbero il voltastomaco a qualsiasi vero scrittore. Il risultato è che quando i nostri ragazzi fanno i test internazionali risultano all’ottantesimo posto dopo l’Uganda. Perché non hanno un ordine mentale”[6].  

Ma io aggiungo che la conquista dell’ “ordine mentale” è sempre prodotta dalla competenza professionale degli insegnanti accompagnata dalla loro autorevolezza morale. Invece spesso si verifica il contrario e l’autorevolezza è sostituita da un malinteso progressismo relativista che produce altrettanti danni dell’irrigidimento autoritario. L’educazione deve tornare a radicarsi saldamente nella nostra tradizione antropologica, ridiventando una vera “relazione educativa” improntata all’affetto, alla stima e alla fiducia reciproca.  Infatti prima o poi per ciascuno dei nostri figli arriverà il momento in cui diranno addio a noi genitori e ai loro maestri,  cominciando a camminare da soli e facendo di testa loro. Allora l’energia e la consapevolezza critica che saranno il carburante del loro cammino dipenderanno in grandissima parte da quanto di buono noi, genitori e insegnanti, saremo stati in grado di “riversare”, per così dire, nelle loro menti e nei loro cuori forgiandone il carattere.  Questo “travaso” di Bene è il compito educativo più difficile perché richiede non solo la padronanza di tecniche e competenze ma anche, e soprattutto, l’esercizio di alcune virtù come la passione per ciò che si insegna, la veridicità con la quale si insegna, la giustizia con la quale si giudica. E non solo queste.

S. Giovanni Bosco diceva che “insegnare è una questione di amore” e allora la migliore conclusione di questa mia riflessione è una sincera invocazione al Signore perché ci mandi ancora educatori come il grande Santo piemontese, come S. Filippo Neri e come il Servo di Dio don Luigi Giussani.

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[1] La Francia, in particolare, sembra aver dimenticato di essere stata una volta “la figlia maggiore della Chiesa”. Infatti anni fa durante un viaggio in Bretagna e in Normandia, regioni ricche di splendide cattedrali quasi tutte dedicate a “Notre Dame”, notai con stupore che la S. Messa domenicale vi si celebrava solo alle 7 del mattino e alle 8 di sera, orari davvero strani per un paese cattolico. Istintivamente ringraziai il Signore perché nella Basilica di S. Giovanni in Laterano, la cattedrale di Roma, la mia città, le Messe sia feriali che domenicali si susseguono regolarmente ogni ora.

[2] Cfr. ALETEIA, 30.12.2014.

[3] “Un’educazione religiosa non è indispensabile per diventare buoni cittadini dotati di un senso profondo di umanità che non esito a definire spirituale”. Questo insegna Corrado Augias, La Repubblica, 27.11.2015.

[4] Cfr. Antonio Socci, su “Libero”, 6.12.2015.

[5] Cfr. N. Occhiocupo, “Riforma dell’Università e libertà di ricerca nel discorso del Papa”, in Gazzetta di Parma, 9.12.2008.

[6] Cfr. F. Alberoni, “Libri migliori e più disciplina. La scuola va rieducata così”. Corriere della Sera, 11.8.2008, pag. 1.

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2 commenti su “Riflessioni sull’emergenza educativa che stiamo vivendo  –  di Carla D’Agostino Ungaretti”

  1. L’emergenza educativa è un fatto di cui solo pocchissimi prendono atto. .La prima educazione è quella domestica. Già qui si annaspa. A scuola si affoga. La scuola è stata occupata più di quaranta anni or sono. La scuola per tutti è diventata per nessuno. e questo sia dal lato educativo che da quello delle nozioni nude e crude. Istruzione pretesa enciclopedica dai primi passi, per poi arrivare alla fine che che non sanno parlare, leggere e scrivere. Li si tratta da piccoli studenti da Master alle elementari per poi arrivare ai diciotenni trattati come bambini dai calzoncini corti. Tutto ribaltato. Non viene più trasmessa una cultura comune. Una quantità di libri che farei digerire a lorsignori come spuntino. Cartelle piene di niente. E ognuno sa cose diverse dalla pari classe della sezione accanto. Basta. Ma da dire ce ne è parecchio. Bisogna, fondamentalmente, riprendersi la scuola. Con insegnanti che insegnino semplicemente a tutti l’essenziale da conoscere con sicurezza.

  2. Carissima Signora Carla,ogni mattina,recandomi in macchina a scuola,così concludevo le mie preghiere che recitavo in quei venti minuti di viaggio: “Signore,fa che anche oggi io possa parlare di Te”. Ed egli mi ha sempre esaudito,non perché mi mettessi a fare catechismo al posto di italiano, storia o geografia,ma perché trovavo sempre uno spunto per educare i ragazzi a una visione della vita che a Lui si ispirasse. Non so se in tanti anni le mie raccomandazioni, più di madre che di insegnante,abbiano fatto breccia nel cuore di qualcuno,però sono contenta lo stesso e di certo ciò che ho fatto non avrei potuto farlo oggi per i motivi che tutti purtroppo conosciamo E sono grata al Padreterno di avermi dato la possibilità di uscire dalla scuola proprio nel momento in cui già tutto iniziava a girare al contrario Ho sperimentato anch’io la supponenza di certi genitori che di fronte al loro caro figlioletto hanno stracciato la mia nota di richiamo.Oggi, probabilmente,avrei rischiato pure qualche cazzotto!

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