RIFLESSIONI SULL’EUTANASIA – di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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di P. Giovanni Cavalcoli, OP

 

 

reUno dei più delicati problemi morali di oggi, problema che ha riferimenti teologici, antropologici, psicologici, sociologici, giuridici e politici, è certamente quello dell’eutanasia, ossia della liceità di facilitare o provocare, con un apposito intervento, la morte di un paziente eventualmente consenziente o richiedente, le cui condizioni fisiche siano disperate, soprattutto se il paziente stesso soffre oltre ogni limite di sopportazione o in casi nei quali da molto tempo viva di una vita semplicemente vegetativa, in uno stato di incoscienza, sostenuto da un’assistenza esterna ma tale da prolungare solo lo stato vegetativo. Tale intervento nel parere della Chiesa e di una sana etica medica, appare illecito e contrario al fine stesso della professione medica, finalizzata ad incrementare la vita e non a procurare la morte.

Diversa, anche se apparentemente simile, è l’interruzione di un sostentamento tecnico-farmacologico della vita, quando le cure potrebbero essere protratte ma senza efficacia, mentre la vita del paziente è certamente prossima e spegnersi, non vi sono più possibilità di ripresa ed eventualmente  gli analgesici non sono sufficienti a lenire le sofferenze del malato.

Si ritiene che in questo caso la continuazione della cura costituirebbe un inutile per non dire crudele “accanimento terapeutico” e quindi non sarebbe una vera cura, atteso che questa ha senso quando vi sono possibilità o speranza di guarigione o quanto meno di diminuzione della patologia. Una misura di questo tipo appare invece del tutto lecita ed anzi saggia ed umanitaria, supponendo, se la cosa è possibile, il consenso del malato.

La perfezione degli attuali strumenti tecnici per sostenere una vita agli estremi ed irreversibilmente compromessa è oggi talmente alta, che tali strumenti sono in grado di stimolare per lungo tempo le attività neurovegetative fondamentali fin quasi al punto da provocale quasi in modo meccanico, sicchè in fin dei conti il paziente è più tenuto in vita dalla presenza di questi strumenti che non dal principio stesso naturale interno ed autonomo di dette attività vitali.

La vita in questi casi appare più l’effetto di azioni meccaniche che non dell’anima stessa del paziente. Per questo, alcuni arrivano al punto di ritenere che i moti del paziente non siano più vere azioni vitali, tanto è vero che la sospensione della stimolazione porterebbe immediatamente alla morte, in modo simile quello per il quale il cessare di muovere un corpo inanimato comporta subito al cessazione del moto di questo corpo: segno appunto, a detta di costoro, che il supposto “vivente” è invece ormai un corpo morto. Nutrirei però qualche perplessità su questo ragionamento. Cerchiamo di approfondire il discorso.

E’indubbio che, come già osserva S.Tommaso d’Aquino al seguito di Aristotele, compito essenziale dell’arte medica non è quello di causare la vita del vivente, così come una spinta meccanica causa il moto di un corpo, ma di aiutarla in quanto già esistente affinchè essa possa riprendersi e realizzarsi per conto proprio nella normalità, stimolando e favorendo le proprie risorse dal malato, in modo tale che egli stesso, aiutato dall’intervento del medico, riacquisti salute e forze grazie alla presenza indispensabile e fondamentale del suo principio vitale, che emana dall’anima razionale, nella fattispecie nelle sue funzioni neurovegetative. Se il malato non ha speranza di guarire, compito del medico è comunque di fare tutto il possibile affinchè almeno quel livello di vitalità possa essere conservato.

L’attività vitale, pertanto, fino alle sue ultime e più deboli risorse, non è mai assimilabile a quella di un corpo inanimato che può esser mosso solo dal di fuori; caratteristica invece del vivente, come osservano  già Platone ed Aristotele, è quella di muovere se stesso dall’interno – la cosiddetta “azione immanente” – grazie all’energia dell’anima. Anzi la filosofia pone l’esistenza dell’anima proprio per spiegare questo automovimento del vivente, che non è presente nei corpi inanimati.

Se nel vivente le condizioni fisiche e vegetative in certe circostanze sfavorevoli vengono ad essere talmente compromesse e deteriorate, da non permettere più all’anima di animare il corpo, l’anima perde totalmente il dominio del corpo, non ha più la forza di animarlo e quindi cessa di farlo: questa è la morte.

Nel caso dell’uomo, poi, l’anima, cessando di animare il corpo, non ritorna nella potenzialità o virtualità della materia corporea, come avviene nelle piante e negli animali, ma, essendo una forma immateriale e spirituale – e ciò è anche un dato della fede cattolica[1] – creata immediatamente da Dio[2], continua a sussistere anche dopo la morte, benchè separata dal proprio corpo, il quale, ormai nello stato di cadavere, non essendo più vivificato dalla sua anima, perde gradatamente, salvo che la morte sia sta causata da fatti traumatici devastanti, la sua apparenza umana e va soggetto ad un processo di decomposizione, corruzione o dissoluzione, per il quale gli elementi chimici che in precedenza erano organizzati e coordinati dall’anima per formare un solo tutto, il corpo vivo, adesso si separano gli uni dagli altri ed attuano ognuno il proprio dinamismo e le proprie leggi di evoluzione e di interazione, a prescindere dalla loro funzione precedentemente svolta nel corpo vivente.

Il problema della liceità morale dell’eutanasia sorge in considerazione del dovere del medico di restaurare e ripotenziare o quanto meno proteggere e mantenere in essere la vita e la salute e non di indebolirla, sopprimerla o intralciarla. Si ripropone allora la questione in questi termini semplici: l’eutanasia è un omicidio? E il paziente che chiede l’eutanasia è un suicida? La deontologia medica permette la pratica dell’eutanasia?

Facciamo un passo indietro, in base a quanto detto sopra. Ci poniamo anche questa domanda: l’eutanasia è una vera soppressione della vita o è un lasciare che la vita si spenga naturalmente cedendo ai fattori di morte che agiscono nel paziente ormai irreversibilmente, utilizzando eventualmente espedienti tecnico-farmacologici atti a rendere tale processo degenerativo il meno doloroso e traumatico possibile? Il medico può lecitamente togliere la vita un malato che non sopporta più la propria malattia?Abbiamo già abbozzato sopra la risposta, ma torniamo ad esaminare la questione nella speranza di fare maggior luce.

La questione dell’eutanasia è oggi diventata per così dire esplosiva a causa di due mutamenti avvenuti di recente nella nostra società: primo, è divenuta molto rara nella gente la tradizionale concezione cristiana della sofferenza, della vita e della morte: la sofferenza non è più vissuta in unione alla passione espiatrice e redentrice di Cristo, ma come una mera sventura, dalla quale occorre solo liberarsi; la vita non è più vista come prezioso dono di Dio da conservare nonostante le disgrazie e le sofferenze, ma come un bene che se si trasforma in un peso eccessivo, è meglio rifiutare; la morte non è più considerata in unione al sacrificio di Cristo e  come passaggio ad una futura vita beata, ma, a causa della diffusione dell’edonismo, del  materialismo e dell’ateismo, che non credono nella superiorità dello spirito sulla materia, nell’immortalità dell’anima e in una vita dopo la morte, la morte viene vista semplicemente come l’annullamento o la perdita definitivi della vita, per cui, essendo la vita presente l’unica vita che esiste,  questa vita va goduta a più non posso[3] senza tener alcun conto di un al di là o di leggi divine, visto che Dio non esiste, ma nel modo che meglio ci piace, rifiutando questa vita quando più non ci garba o diventa inaccettabile, così come faremmo con un cibo che si rivela disgustoso al palato. A causa di queste idee si è persa la forza di sopportare la sofferenza, e pensare che un tempo non esistevano neppure gli analgesici e gli antidolorifici che esistono oggi!

Il secondo fatto è la presenza oggi di strumentazioni mediche e farmaci atti a prolungare per moltissimo tempo una vita meramente vegetativa della persona, come certi stati comatosi. Stante la concezione materialistica e secolaristica della vita di cui sopra, molti allora si chiedono che senso ha una vita di quel genere, considerando anche il fatto dell’enorme impegno assistenziale che essa richiede.

Si è persa la fede che anche una vita così ha senso presso Dio come mezzo di salvezza in  Cristo per l’umanità. Mancando questa fede, è comprensibile che ci si domandi se non è meglio cessare di alimentare una vita del genere, che è considerata non-vita,  ma già una morte di fatto.

Sappiamo come la Chiesa oggi insistentemente esorta soprattutto noi cattolici, ma anche tutti gli uomini di buona volontà, ad evitare la pratica dell’eutanasia, per quanto essa possa apparire motivata da scopi umanitari e da pietà per il paziente, quando non si invoca una falsa libertà di togliersi la vita.

Occorre rieducare al senso cristiano della vita, della morte e della sofferenza. Troppo poco si parla di questi argomenti nel modo giusto, anche negli ambienti cattolici, a volte inquinati da spirito pagano. Nel contempo può essere utile, nel dialogo con non-credenti, rivisitare quanto la stessa cultura classica ci ha lasciato su questi temi decisivi della nostra esistenza. Pensiamo solo a un Socrate, a un Platone, a un Seneca, a un Catone, a un Cicerone, a un Marco Aurelio, per non fare che solo pochi nomi.

Dato che si tratta di un problema universalmente umano, è urgente adoperarsi a che l’eutanasia, nel senso di una vera e propria intenzionale soppressione della vita, quale che sia il motivo addotto, venga proscritta non solo nella condotta morale, ma anche dalla legislazione civile, certo non in nome di una posizione confessionale, ma della stessa dignità della vita umana sacra ed inviolabile.

Occorre ridare forza, vigore e speranza ad un’umanità che sembra arrendersi davanti al potere della morte e nulla sotto questo riguardo è più efficace che l’impulso alla vita che viene dalla fede cristiana e dai suoi santi.




[1] Concilio Lateranense V del 1513.

[2] Come insegna Pio XII nell’Humani Generis, continuando una tradizione che risale ai primi secoli della Chiesa.

[3] Cf il detto pagano citato da S.Paolo: “Mangiamo e beviamo, perché domani moriremo!” (I Cor 15,32).

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