Risposta, tardiva ma sempre attuale, a uno scienziato  –  di Carla D’Agostino Ungaretti

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Le dichiarazioni del prof. Michele De Luca sulla selezione degli embrioni   ==========

di Carla D’Agostino Ungaretti

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zzzzfcndzPiù il tempo passa, più ci addentriamo in questo XXI secolo – che, quanto a scristianizzazione, crudeltà, egoismo e mancanza di umanità ammantati di ipocrisia, non ha nulla da invidiare al precedente “secolo breve”, che pure era stato giudicato dagli studiosi uno dei più crudeli della storia – sempre più mi convinco che “mala tempora currunt” per chi vuole vivere conformemente al Vangelo. Con dolore devo dire che una delle principali cause di questa che io reputo una vera tragedia spirituale, assimilabile per i cristiani alla Croce di Cristo, è paradossalmente il progresso della scienza che, nel caso di cui sto per parlare, avviene a scapito della dignità umana, in quanto esercita sulle menti un fascino e una capacità di convincimento che in realtà confliggono con il V Comandamento, perché fanno dimenticare che la soppressione deliberata e consapevole di qualunque essere vivente appartenente alla specie umana è, agli occhi di Dio, un omicidio.

Pochi giorni fa mi è tornato tra le mani un articolo del Prof. Michele De Luca, co – presidente dell’ “Associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca scientifica”, apparso su IL SOLE 24 ORE del 19.4.2015, che fin dalla prima lettura superficiale e affrettata che ne feci l’anno scorso, mi aveva fatto comprendere una volta di più quanto sia abissale la distanza culturale, spirituale, etica (vorrei dire morale, ma suonerebbe troppo confessionale alle delicate orecchie laiche) tra coloro che hanno una visione cristiana dell’esistenza umana e coloro che non ce l’hanno. Con questa mia riflessione cercherò di rispondere al Prof. De Luca , senza illudermi certo di convincere uno scienziato del suo calibro, docente di biochimica nelle università di Modena e Reggio Emilia, nonché esponente autorevole di un’associazione che fa capo al Partito Radicale di cui tutti conosciamo le idee e le battaglie.

 Il Professore contestava con passione un altro articolo comparso precedentemente su AVVENIRE, in cui (forse fraintendendo gli scopi e i risultati delle sue ricerche) si sosteneva che “nei laboratori italiani per la medicina rigenerativa si mettono a punto terapie innovative che non “scartano” i soggetti malati”. Alla lettura di questo articolo la mia prima reazione di cattolica “bambina” fu quella di pensare: “Magari fosse vero!”. No, non era vero, e il Prof. De Luca, nella sua replica, chiariva senza possibilità di equivoci che nei suoi laboratori scientifici si fa esattamente il contrario: si scartano i “soggetti malati”, cioè gli embrioni portatori di malattie genetiche, per decidere se ucciderli tout court  (data l’indifferenza che manifestano, forse vuotano le provette nello scarico del lavabo come quando ci laviamo le mani …?) o usarli per la sperimentazione. Infatti, nel caso di coppie sterili o portatrici di quel tipo di patologie, la diagnosi pre – impianto, che oggi viene tanto raccomandata e di cui il prof. De Luca è convinto sostenitore, non impedisce la trasmissione della malattia dai genitori al figlio, ma identifica gli esseri umani portatori della patologia allo stato di sviluppo embrionale, al fine della selezione dei soggetti sani, che saranno impiantati nell’utero della donna scartando, come se si trattasse di un prodotto artigianale mal riuscito, i soggetti portatori della malattia cromosomica o genetica, destinati all’eliminazione o alla sperimentazione.

Tutti sappiamo che l’embrione è un organismo nei primi stadi dello sviluppo dopo la fecondazione di una cellula sessuale femminile (uovo) avvenuta per opera di una cellula sessuale maschile (spermatozoo) e possiede tutti i caratteri ereditari del padre e della madre; quindi non ci sono dubbi che, esaminando un embrione, ci troviamo di fronte a un essere umano completo del quale possiamo prevedere quale sarà il colore della pelle, degli occhi, dei capelli e, purtroppo anche i difetti fisici e le malattie.

Ho detto purtroppo e non fortunatamente, ben consapevole di attirarmi l’esecrazione di tutti coloro che inneggiano ai trionfi della biomedicina che, selezionando gli embrioni e studiando quelli malati, credono di riuscire prima o poi a debellare le malattie genetiche contribuendo alla promozione umana. Per questo alcuni scienziati si sentono benefattori dell’umanità e, come i Proff. De Luca, Flamigni, Veronesi e tanti loro colleghi, che tacciano di arretratezza culturale e di crudeltà i cattolici (sempre meno numerosi) che si oppongono a questa pratica. Essi non accettano e non rispettano l’argomento contrario dei credenti in Cristo, per i quali l’embrione, anche se costituito da poche cellule, è già una creatura di Dio che l’uomo non ha alcun diritto di sopprimere.

Ma quando inizia davvero la vita? Neppure in questo c’è accordo tra coloro che hanno di essa una visione non materialista; i buddisti, gli induisti e i cattolici ritengono che la vita abbia inizio al momento del concepimento; i protestanti sono indecisi tra il momento del concepimento e quello dell’impianto dell’embrione nell’utero; per gli ebrei la vita inizia 40 giorni dopo il concepimento e si completa nelle settimane successive; per l’Islam l’anima entra nel feto al quarto mese di gravidanza e dal quel momento inizia la vita. Come che sia, per me cattolica “bambina” non ci sono dubbi che la fusione di un ovulo con uno spermatozoo, avvenuta in un utero femminile o in una provetta, dà vita a un essere umano, maschio o femmina, sano o malato, e da quel momento la sua vita è sacra e intangibile come quella dell’essere umano adulto e pienamente capace delle sue scelte di vita.

Perciò io non ho remore a definire quella stupefacente possibilità della diagnostica moderna una terribile arma a doppio taglio perché conduce all’uccisione deliberata e premeditata di veri e propri esseri umani, che sono tali anche se non si vedono a occhio nudo. E infatti se non si esita, con l’aborto, a uccidere un feto di cui, attraverso le indagini ecografiche, già si può individuare il sesso e può anche essere sentito mentre si muove nell’utero materno (quale madre non ricorda con commozione e tenerezza, anche dopo anni e anni, i calci che il suo bambino le tirava  quando si trovava ancora nel suo pancione?), come si può avere remore a gettare via senza ripensamenti un embrione che si può vedere solo al microscopio?  Se non viene percepito come essere umano un feto perché non ha una vita di relazione, non strilla, non turba il sonno notturno dei genitori, non reclama a gran voce la sua pappa e non sporca il pannolino, come  potrà essere considerato tale un embrione?

Poiché questa pratica comporta un’elevatissima incidenza di morti embrionali, la Congregazione per la Dottrina della Fede[1] ha affermato che la mortalità degli embrioni connessa all’uso della provetta non è paragonabile all’aborto spontaneo (di cui tutti sono incolpevoli) e che queste morti costituiscono un grave motivo di censura morale alle tecniche di fecondazione artificiale perché sono previste e volute. Inoltre è evidente che la produzione di molti embrioni per ottenere un “bambino in braccio” rivela un uso strumentale degli esseri umani concepiti. Invece  alcuni cattolici pensano che sia possibile aggirare l’ostacolo e inneggiano alla notizia della possibilità di congelare non gli embrioni, ma gli ovociti, operando quindi in una fase precedente alla formazione di un essere umano. Questa presunta scappatoia non è altro che l’inizio dello scivolamento del mondo cattolico verso la legittimazione della fecondazione artificiale, contrabbandata come il “male minore”; è la dimostrazione della decadenza che sta subendo, senza accorgersene,  il comune sentire dei cattolici, i quali non si accorgono che il Male si va sempre più insinuando nelle loro coscienze. Il “male minore”  diventa un “bene”, se può soddisfare il loro diritto a procreare, comunque e quando vogliono, figli belli, forti e sani e coloro che lo attuano diventano un modello da imitare.  Il parametro di giudizio non è più rappresentato dalla legge morale naturale, ma dalla legge n. 40 del 2004. Se una tecnica è consentita dalla legge, vuol dire che è eticamente giusta applicarla.

Questa è la vulgata corrente ma chi può contestare l’umanissima aspirazione ad avere figli belli, forti e sani? A questo punto della mia riflessione, capisco che sto per addentrarmi in un terreno minato. Infatti, “Quale morale o quale etica” domanda il Prof. De Luca “possono negare a un essere umano questa libertà, quando la scienza offre gli strumenti per poterlo fare? E, oltretutto, li offre alle coppie infertili assai probabilmente sane, anziché a quelle certamente portatrici di una malattia genetica nota?”. E rincara la dose: “Avete mai visto un “bambino farfalla” o un bambino affetto da ittiosi arlecchino o da SMA?” (il professore non descrive ai profani la sintomatologia di queste malattie, ma i soli nomi mi fanno rabbrividire) “Potete immaginare la frustrazione di vedere un figlio soffrire a causa di una malattia che voi stessi gli   avete trasmesso?” Ecco la formidabile arma a doppio taglio, di cui parlavo poc’anzi, una vera spada affilata che il Prof. De Luca non esita a snudare per colpire al cuore (non so se volutamente o meno) la dottrina cattolica che, io temo, ben presto capitolerà  perché in questa materia (come in tutte le altre) dispone ormai di ben pochi difensori.

Allora ci rendiamo conto dell’abisso che separa i laici – e, a maggior ragione, i laicisti più sfegatati – da chi ha una visione totalmente cristiana dell’esistenza. Papa Francesco esorta a “costruire ponti e a non alzare muri”, i Vescovi italiani invitano a trovare “soluzioni condivise” in materia di bioetica, ma come fa il cattolico convinto e sincero ad obbedire loro se non rinunciando, almeno in parte, ad obbedire alla Dottrina della Chiesa, chiamata ad attuare senza mezzi termini la Parola di Dio? La morale cattolica è un “principio irrinunciabile”, un “valore non negoziabile”, come ha insegnato Benedetto XVI  (anche se il suo insegnamento sta purtroppo passando di moda) che non può formare oggetto di concessioni alla controparte come avviene quando si stipula un contratto di transazione nella forma disciplinata dal Codice Civile. La Parola di Dio non è una qualunque disposizione umana che può formare oggetto di accordi sindacali di categoria, ma deve essere “lampada per i nostri passi … luce sul nostro cammino” (Sal 119, 105).   E allora come può rispondere una cattolica “bambina, integrale e dura e pura” alle argomentazioni del  Prof. De Luca?  Forse può farlo rispondendo a una contro – domanda: “Sa il Professore perché i cristiani accettano i figli come vengono al mondo, sani o malati e, se malati, sono pronti a dedicare loro la vita amandoli anche più dei figli sani e paventando pure la loro morte? Perché sanno che quel figlio, sano o malato, è un dono di Dio, di quel Dio che non li lascerà soli nel sostenere quella Croce terribile che li accomuna a Lui nella sofferenza e li guida sulla strada della salvezza”.

Riconosco che  bisogna avere una fede d’acciaio per accettare questa risposta e non ricorrere alla fecondazione assistita o all’aborto, in caso di infausta diagnosi prenatale e non tutti ne hanno la forza morale, ma io non mi stanco mai di ripetere che quello è l’ideale che i cristiani devono avere sempre davanti agli occhi. “Fai presto tu, che hai avuto un figlio bello, forte e sano, a parlare di legge di Dio a chi ha avuto una simile disgrazia!” mi disse una volta un’amica cattolica “adulta”, tappandomi la bocca, ma solo momentaneamente, perché mi resi conto allora di dover fare un serio esame di coscienza e prepararmi ad argomentare le mie convinzioni  perché a ciascuno di noi può capitare di dover “consigliare i dubbiosi”, opera di misericordia spirituale secondo il Catechismo della mia infanzia.

Che cosa può consigliare il cattolico a una coppia di sposi cattolici consapevoli di essere portatori di malattie genetiche che sicuramente saranno trasmesse ai loro figli, ma non soltanto a loro? Non procreare, se c’è il tremendo sospetto? Ma l’esclusione della procreazione trasgredisce una delle finalità del Sacramento del Matrimonio e, se deliberata prima, è una delle cause di nullità matrimoniale, oltre che un peccato. Non sposarsi affatto? Spesso si ignora la propria condizione che viene scoperta solo a seguito di indagini specifiche e come si può sconsigliare il matrimonio a un uomo e a una donna che si amano? Forse la risposta che potrei dare da cattolica “bambina”(non saprei dire se è la più giusta, ma certamente è la più umana e la più scorretta politicamente), se fossi chiamata ad assistere e consigliare chi si trova in questa situazione, sarebbe quella di non svolgere affatto indagini prenatali, accettando quello che Dio manda e confidando nel Suo indefettibile aiuto.

Questo, a mio giudizio, non significherebbe per gli sposi più fedeli alla Parola di Dio “nascondere la testa sottoterra come fa lo struzzo” (come mi è stato obiettato) ma “non indursi in tentazione”, e la terribile tentazione sarebbe quella di ricorrere alla procreazione assistita o addirittura all’aborto, qualora l’indagine prenatale rivelasse l’esistenza di anomalie genetiche.

 Mentre scrivo queste parole, mi sembra di sentire salire intorno a me l’esecrazione del pensiero “politicamente corretto” che mi accusa di atteggiamento antiscientifico. Non è vero, la scienza in sé è una cosa meravigliosa che ha salvato molte vite umane, e non dobbiamo dimenticare che nei secoli passati essa è fiorita e si è sviluppata proprio in ambito di fede (la genetica in particolare è nata, con Gregorio Mendel, nel chiostro di un convento) ma se essa nuoce al più debole come il feto o l’embrione uccidendoli, essa va contro la dignità umana e diventa uno strumento del demonio per farci cadere in suo potere. I cristiani non chiedono ogni giorno a Dio di “non indurli in tentazione”?

 Allora io penso che l’unico presidio cristiano in questi casi sospetti e tragici è la preghiera e la vicinanza fraterna agli sfortunati genitori colpiti da quella disgrazia, nonché il sostegno economico e sociale, da parte dell’ordinamento giuridico, a quelle povere famiglie.  Quanto agli scienziati e ai medici che si occupano di genetica, data l’altissima percentuale di pazienti che hanno qualche forma di credo religioso, penso che essi dovrebbero accettare di lavorare tenendo conto dei più sacri valori di questi ultimi, invece di sfoderare le armi del disprezzo per chi ritiene sacra la vita umana dal concepimento alla morte naturale. I premi Nobel andrebbero attribuiti non a chi aggira gli ostacoli, come nei casi di procreazione medicalmente assistita che non cura certo la sterilità, ma nel curare e sconfiggere le malattie, da quelle genetiche alla sterilità stessa.

Qualcuno potrebbe obiettare che allo stato attuale il percorso da me proposto  sarebbe troppo lungo e dispendioso perché il mondo è regolato dal business.  Allora capisco che il mio pensiero è umanamente una mera utopia, ma se quello che spero e auspico è impossibile alle deboli forze umane, non lo sarà più se sarà sostenuto dall’aiuto di Dio costantemente invocato da chi vuole fare sempre e soltanto la Sua volontà.

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[1] Cfr. Dignitas Personae (2008) n. 15.

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3 commenti su “Risposta, tardiva ma sempre attuale, a uno scienziato  –  di Carla D’Agostino Ungaretti”

  1. Pensiero che condivido in toto, carissima Signora Carla. I progressi della scienza in questo campo mi hanno da sempre suscitato pesanti perplessità in quanto vi sono di mezzo la sacralità della vita (che anche con questi metodi Dio permette che nasca) e l’orgoglio dell’uomo che arriva a farsi beffe del Creatore. Ancora mi ricordo la riluttanza che provai alla notizia dei primi esperimenti del prof. Antinori e di tutte quelle vite “costruite” in laboratorio e poi all’occorrenza buttate via. Così come (e so che sto per dire delle enormità), nonostante sia ormai una pratica di routine, ancora mi suscitano angoscia i trapianti fatti a cuor battente, così che per salvare uno, se ne manda al creatore un altro. E non mi si venga a dire che ciò che conta è l’encefalogramma piatto, ché quando si respira e il cuore batte in petto, si è ancora in vita, altroché.

  2. si etiam omnes

    Egregia signora, mi ha fatto piangere. Questa è accettazione della Croce, qui si misura la fede di ognuno che, per qualche motivo, è toccato da simili temi. La ringrazio immensamente per la sua “bambinaggine” così vicina al Vero.

  3. Carissima Carla, inorridisco sempre di più.
    Mi dà pace solo la sicurezza che LUI quando il limite sarà raggiunto (forse
    lo è già) interverrà!
    Siano lodati GESU’ e MARIA!!!

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