Risposte alla risposta di padre Cavalcoli – di Corrado Gnerre

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di Corrado Gnerre

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zzzzsdmnPadre Cavalcoli sul sito isoladipatmos.com ha risposto al mio articolo “I tre marchiani errori di padre Cavalcoli” da me scritto in seguito ad una sua intervista rilasciata al sito vaticaninsider.lastampa.it.

Sono tendenzialmente restio a scrivere delle risposte-alle-risposte perché in questo modo si corre il rischio di non finire mai. Si fa (anche se in modo contrario) come i due famosi compari della storiella: il primo accompagna il secondo e questi il primo… e nessuno ritorna a casa. Devo però venir meno a questo proposito perché sono in gioco questioni molto importanti: ne va della verità e anche della salvezza delle anime.

Faccio una premessa, anzi ne voglio fare due. Mi si creda non lo faccio per captatio benevolentiae o per pura cortesia (con tutto il doveroso rispetto per la cortesia). La prima è questa: mi sono reso conto che il titolo da me proposto per il mio articolo è stato troppo duro e forse poco rispettoso nei confronti di un teologo che pur in passato ha scritto tante cose interessanti ed edificanti (mi riferisco soprattutto alla posizione che tempo fa il Padre assunse in merito alla questione dei castighi divini). La seconda: io non ho la competenza teologica di padre Cavalcoli. Anch’io ho studiato teologia, ma non ho certo i suoi titoli, il suo curriculum né tantomeno ho letto le cose che lui certamente è riuscito a leggere.

Detto questo, però, non posso insistere su alcuni errori che padre Cavalcoli non solo conferma ma in un certo qual modo aggrava nella risposta al mio articolo. Utilizzerò questo metodo: riporterò i passi problematici secondo l’ordine che ha utilizzato il Padre e li farò seguire da un mio commento. Ciò renderà più esaustivo il mio intervento, anche se meno consequenziale e più ripetitivo. Inizio.

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Padre Cavalcoli: “I divorziati risposati, nel giudizio della Chiesa, sono in una posizione “irregolare” e per questo sono esclusi dai sacramenti. Ma il sostenere che con ciò siano in uno “stato di peccato grave” è un giudizio temerario, che non tiene conto di che cosa è il peccato e qual è il suo dinamismo nel concreto delle coscienze.”

Rispondo: Davvero ritenere che i divorziati risposati siano in uno stato di peccato grave è “giudizio temerario”? Vediamo cosa è il “giudizio temerario”. Il “giudizio temerario” si ha “quando –senza un motivo sufficiente- si ritiene fermamente per vero, a carico di un terzo, un difetto morale o una colpa.” (Compendio di Teologia morale di p.Eriberto Jone). In questa definizione si allude anche al “difetto morale” e non solo alla “colpa oggettiva”. Pertanto è un bel po’ forzato affermare che nulla si possa dire a proposito dei singoli divorziati risposati. Certamente un conto è affermare che non si può mai sapere con certezza se una determinata persona è in stato di peccato grave (perché in foro interno giudica solo Dio), altro è rinunciare a giudicare l’atto o la condizione oggettiva di qualcuno. Il “giudizio temerario” non c’è se dico: Mario e Teresa sono in oggettivo stato di peccato convivendo. Ci sarebbe se dicessi: Mario e Teresa andranno sicuramente all’inferno. Se si dovesse utilizzare in maniera così estensiva la concezione di “giudizio temerario” allora sì che cadremmo in una sorta di “fariseismo” (dico questo perché in più punti padre Cavalcoli mi accusa di questo) vedendo il peccato laddove non vi è (chi di fariseismo ferisce… di fariseismo perisce). Inoltre, se un tale giudizio non potrebbe mai essere formulato, non ci sarebbe nemmeno l’obbligo delle opere di misericordia spirituale. Chi sarebbero davvero gli erranti da ammonire?

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Padre Cavalcoli: “Se le occasioni di peccare sono frequenti ed inevitabili, la caduta che consegue è meno imputabile, considerando da una parte la spinta della passione e dall’altra la pressione esercitata sulla volontà dall’occasione di peccato. La nostra volontà ha una forza limitata. Il peccato si verifica solo quando, potendo resistere alla tentazione, non lo facciamo. Ma se la tentazione è troppo forte e la volontà non riesce a vincere la concupiscenza, la colpa diminuisce, perché diminuisce il volontario, che è fattore essenziale dell’atto morale, sia buono che cattivo. In questo caso non si pecca perché si è deliberatamente voluto peccare, ma perché le forze di resistenza, colte a volte alla sprovvista, non sono state sufficienti. Se qualcuno mi dà uno spintone e io casco per terra, mi si darà una colpa se son caduto a terra? L’istinto sessuale, soprattutto nei giovani ― dovremmo saperlo tutti ―, è una forza travolgente, alla quale in certi casi è impossibile resistere. Nemo ad impossibilia tenetur. Non possiamo essere incolpati di atti che abbiamo commesso per causa di forza maggiore. Ricordiamoci anche di distinguere il peccato in senso oggettivo, ossia l’azione cattiva in se stessa, dalla condizione soggettiva dell’agente, nel cui atto può mancare la piena avvertenza o il deliberato consenso, sicché la sua coscienza, benché egli oggettivamente abbia fatto del male o un danno a terzi, potrebbe essere in parte o del tutto scusata.” 

Rispondo: Su questo nulla da dire. Ma –preciso- anche questo tipo d’indagine è di competenza di Dio che ovviamente valuta tutte le eventuali attenuanti che hanno preceduto o accompagnato l’atto oggettivamente negativo. Se invece questo discorso lo si estende, non solo il giudizio morale viene di fatto nullificato, ma può scandalosamente (nel senso di dare scandalo) svilupparsi un’ulteriore perdita del senso del peccato. Ognuno potrebbe addurre situazioni che lo avrebbero spinto, suo malgrado, a peccare: “La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato il frutto, e io ho mangiato!” (Genesi, 3) Adamo cerca di discolparsi inutilmente.

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Padre Cavalcoli:“Tutte queste premesse devono portarci a un’importante distinzione, che gioca immediatamente nella nostra discussione e cioè quella tra il peccato come atto volontario, protraibile o interrompibile nel tempo a volontà; e certe situazioni o condizioni pericolose, interiori o esterne, soggettive od oggettive, che spingono più o meno fortemente al peccato, ma non sono ancora peccato, perché la volontà, per quanto sollecitata, resta libera di decidere. Possiamo tuttavia chiamare “stato di peccato” un peccato o una colpa volontariamente protratta nel tempo, quello stato psichico e morale colpevole che chiamiamo “ostinazione” e la Bibbia chiama “cuore indurito”. Anche in tal caso, però, la volontà, mossa dalla grazia, può sempre, in linea di principio, interrompere questo stato, spezzare queste catene e tornare al bene, come avviene per esempio nelle conversioni. Ciò che accade nel caso dei conviventi, è una cosa che si può verificare in tanti altri casi della vita, nei quali occorre distinguere il peccato dall’occasione di peccare. Il peccato possiamo toglierlo subito; l’occasione può restare, anche se non vogliamo.”

Risposta: Due sono le cose. Se le sollecitazioni sono involontarie è un conto, ma se le sollecitazioni nascono da condizioni e situazioni che possono volontariamente essere evitate o interrotte, è un altro conto. Che la condizione peccaminosa non conduca necessariamente all’atto del peccato è vero, ma questo non vuol dire che non si abbia l’obbligo di togliersi dalla condizione peccaminosa, altrimenti si corre il rischio di “mettere alla prova” Dio. Insomma, padre Cavalcoli sembra sorvolare (e questo fa specie) su una distinzione che esiste sul piano formale ma non conduce ad una differenza sostanziale. Il peccato non sta solo nel suo atto, ma anche nella sua intenzione. Gesù ha detto chiaramente che è peccato anche il desiderio non realizzato: “Ma io vi dico che chiunque avrà guardato una donna desiderandola, avrà già commesso adulterio nel suo cuore.”(Matteo 5) Due conviventi non mutando vita, dimostrano che la loro intenzione di non peccare è inesistente. Insomma, la prospettiva farisaica mi sembra molto più presente nelle parole di padre Cavalcoli. Mi spiego. Prendiamo la Confessione. Questa, perché sia valida ha bisogno di alcune condizioni, fra cui l’essere sinceramente pentiti e il proposito di non peccare più. Nel proposito entra in gioco anche il comportamento futuro. Se ho rubato e sono convinto che una determinata occasione mi ha spinto a farlo, ho l’obbligo morale di evitare quella occasione prossima di peccato. Lo stesso vale se convivo con una donna come se fosse mia moglie non essendo questa mia moglie Lo ripeto: da un punto di vista formale il ragionamento di padre Cavalcoli potrebbe anche avere valore, ma non da quello sostanziale e intenzionale. Ecco perché Gesù dice le parole che ho citato prima: “Se si guarda una donna desiderandola…”

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Padre Cavalcoli: “La situazione, che è una circostanza dell’atto, non costituisce l’atto come tale nella sua sostanza, ma è solo una modalità accidentale o un’occasione dell’azione umana, buona o cattiva che sia. Ma non è la vera causa, che è solo la cattiva volontà. Quindi la sostanza del peccato, cioè la cosa che oggettivamente e sostanzialmente vien fatta, è indipendente dalle situazioni e dalle occasioni. Si può compiere un peccato in situazioni che inducono al bene; e si può compiere un atto di virtù, laddove la situazione ci spingerebbe a peccare. Che io compia un gesto di carità in uno stato d’animo di gioia, perché ho superato un esame, o di sofferenza, perché è morta mia madre, il valore morale del gesto è sempre lo stesso.”

Rispondo: Se è vero che la circostanza dell’atto non costituisce l’atto, è pur vero che si ha l’obbligo di eliminare la circostanza. Altrimenti si cade in una sorta di spiritualismo antropologico che l’autentica dottrina cattolica ha sempre rifiutato. Non a caso Pio XII diceva che dalla santità delle strutture politiche dipende la salvezza dell’uomo. Non perché l’uomo sia determinato incontrovertibilmente, ma perché l’uomo risente di particolari influenze esterne. Da qui l’obbligo di cambiare in positivo queste influenze. Sant’Alfonso Maria dei Liguori, nel suo Istruzione e pratica dei confessori (1. a. 7. §. I.) parla chiaramente di obbligo di evitare le occasioni prossime del peccato. D’altronde nell’Atto di dolore diciamo: “(…) propongo di non offendervi mai più e di rifuggire le occasioni prossime del peccato.”

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Padre Cavalcoli: “Una delle eresie di Lutero condannate dal Concilio di Trento, fu proprio quella di credere che la concupiscenza, che è l’inevitabile ed invincibile tendenza permanente a peccare, presente in tutti noi, coincidesse con un inesistente stato permanente ed inevitabile di peccato.”

Rispondo: L’esempio di Lutero qui non lo vedo. Anzi. Un conto è dire che vanno obbligatoriamente eliminate le occasioni prossime del peccato, altro è dire che la natura umana è costitutivamente irrecuperabile. Un conto è la “concupiscenza” luterana, altro il fomite cattolico.

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Padre Cavalcoli: “Se la Chiesa esclude attualmente i conviventi dalla Santa Comunione, non è perché essa supponga che essi sono sempre in peccato, ma solo per una misura pastorale, che vuol essere: primo, un richiamo alla loro coscienza; secondo, il rispetto dovuto ai sacramenti; terzo, evitare lo scandalo e il turbamento dei fedeli. Ma di per sé non è impossibile che essi si accostino alla Comunione in stato di grazia. Il che è come dire che, nonostante la situazione sia irregolare, essi possono vivere in grazia, benché ciò sia certo per loro difficile.”

Rispondo: Qui non ci siamo proprio. Ripeto: è vero che non si possono giudicare i singoli erranti perché ciò spetta solo a Dio. Da qui la possibilità da parte della Chiesa di sapere chi è certamente in Paradiso (fermo restando che anche sulle canonizzazioni ci sarebbero questioni aperte, ma non è di questo che dobbiamo parlare), ma non di sapere chi è certamente all’inferno. Ma ciò non vuol dire che non si possa essere sicuri di atti oggettivamente peccaminosi. I divorziati risposati non possono accedere all’Eucaristia perché la loro condizione è oggettivamente negativa. La Familiaris Consortio (n.84) parla per i divorziati di condizione di vita che contraddice “oggettivamente” la verità naturale e cristiana sul matrimonio: “Sono essi (i divorziati risposati) a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia.”

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Padre Cavalcoli: “Se quindi la Chiesa un domani dovesse concedere loro la Santa Comunione, ciò non vorrebbe affatto dire che la Chiesa – cosa impensabile – compia un attentato contro la sostanza dei sacramenti, ma semplicemente che usa della sua facoltà di legiferare e mutar leggi per una migliore recezione dei sacramenti. La Chiesa tiene provvidamente a che anche i divorziati risposati vivano in grazia di Dio, nonostante la loro situazione. D’altra parte, se la disciplina attuale resta immutata, io non avrei problemi, perché nella mia lunga esperienza di confessore e guida delle anime, sono sempre riuscito a rasserenare queste persone, semplicemente ricordando loro che comunque esse possono percorrere un personale cammino penitenziale ed essere quindi in grazia, anche se non possono accedere ai sacramenti.”

Rispondo: E invece toccare questa norma vuol dire mettere in discussione l’indissolubilità del matrimonio. Ripongo ciò che dice la Familiaris Consortio: “Sono essi (i divorziati risposati) a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia.” Dunque, la norma in questo caso non attiene ad un regolamento puramente disciplinare, che potrebbe essere anche cambiato dalla Chiesa, ma è l’esito di una situazione oggettiva. Ecco perché il documento dice che non è la Chiesa ad escluderli, sono loro stessi che si escludono.

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Padre Cavalcoli: “D’altra parte, se la disciplina attuale dovesse essere allargata o mitigata, non vedo proprio perché, come temono alcuni, che non sanno distinguere il dogma dalla pastorale, ciò dovrebbe costituire un attentato ai Sacramenti. La pastorale mette in pratica il dogma e non lo contraddice. Tra dogma e pastorale c’è un rapporto simile a quello che esiste tra il ritmo biologico dell’organismo e due differenti metodi di cura della salute. Il medico non può fissare la cura senza compromettere la salute del paziente? La Chiesa fa discendere la pastorale dal dogma, in quanto nel dogma vi sono leggi divine intangibili e immutabili, che devono essere applicate nella vita. Molti e mutevoli sono i modi con i quali le leggi divine possono essere applicate dalla Chiesa, la quale invece interpreta e rispetta sempre ed infallibilmente l’immutabilità del dogma.”

Rispondo: In questo caso padre Cavalcoli confonde ciò che dovrebbe essere con ciò che purtroppo non sempre è.

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Padre Cavalcoli: “È chiaro che stiamo parlando di una convivenza illegittima. Io però ho parlato di “situazioni peccaminose” e non di “condizioni di peccato”, le quali non sono la stessa cosa. Come ho respinto la prima espressione nel senso che ho precisato, sarei disposto invece ad accettare la seconda, nel senso di “condizioni di vita che inducono al peccato”. Ma allora anche qui non c’è ancora in gioco il peccato. Come ho detto per la situazione, così devo dire per la condizione: esse non possono essere qualificate come “peccaminose”, perché non sono peccati, ma sono circostanze del peccato, come ho spiegato sopra. Non costituiscono la sostanza del peccato ma una proprietà aggiunta accidentale, che può mancare, senza che la specie del peccato muti. Anche due legittimi sposi possono commettere un peccato di lussuria. Così, per tornare al nostro caso, l’unione illegittima non conduce necessariamente di per sé all’atto del peccato, pur costituendo una situazione o condizione, che induce a peccare ed è sorta dal peccato.”

Rispondo: Qui padre Cavalcoli confonde occasione prossima con occasione remota. E’ chiaro che tutto potrebbe essere occasione, ma non per questo si deve evitare tutto.   

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Padre Cavalcoli: “Certo, allora, che convivere è un atto di volontà. Ma il peccare dei conviventi, per quanto pecchino, non è necessariamente coestensivo al loro convivere. Non è che tutto il loro vivere sia peccato. Possono benissimo possedere buone qualità per altri versi, qualità che essi possono e debbono valorizzare, senza per questo peccare nel merito. Se lui è ingegnere e lei è infermiera, non possono forse far del bene sotto questi aspetti? È vero che le opere buone fatte in stato di peccato mortale non valgono per la salvezza. Ma sarebbe giudizio gravemente temerario e crudele pensare che questi esseri umani, redenti dal sangue di Cristo, siano in un continuo ed irrimediabile stato di peccato mortale, a meno che non si lascino. E la grazia divina che ci sta a fare? Il loro convivere, infatti, nonostante l’oggettiva irregolarità della loro posizione, può comportare anche, almeno in certi momenti, l’intervento e la presenza della grazia. Dipende dai due peccare o non peccare, in forza del libero arbitrio. Solo i dannati dell’inferno sono in uno stato continuo ed irrimediabile di peccato. Supponendo quindi quanto ho detto, non è detto che i due vivano necessariamente e in continuazione nel peccato, quasi fossero anime dannate, per il semplice fatto che la loro è un’unione illegittima.”

Rispondo: Qui padre Cavalcoli cade nell’eresia di oggi: il peccato di per sé non esiste, va piuttosto considerato come un bene dimezzato. Padre Cavalcoli dovrebbe sapere che se esiste il bene assoluto, non esiste il male assoluto, ma non per questo il male non è e non resta male.

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Padre Cavalcoli: “Questa unione peccaminosa, certo, è la loro situazione o condizione di vita. Ma la situazione non fa da sé ancora il peccato, il quale non nasce dalla situazione, ma dalla volontà, volontà che può cambiare, mentre la situazione può restare la stessa. Il permanere di una situazione o condizione di vita, dalla quale, per ipotesi, non si può uscire e che comporta una continua tentazione al peccato, non vuol dire che in molti casi i due non possano, con la grazia di Dio, vincere la tentazione o, sempre con la grazia d Dio, risorgere dal peccato.”

Rispondo: Mi limito semplicemente a sottolineare: un’unione peccaminosa che non è peccato. Bah!

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Padre Cavalcoli: “Per quanto riguarda poi la questione dell’educazione dei figli, sollevata da Gnerre, è evidente che la nuova coppia ha un dovere primario nei confronti dei figli, eventualmente nati dalla nuova unione, mentre la nuova coppia dovrà interessarsi, per quanto è possibile e conveniente, stando alle disposizioni della legge civile e possibilmente sotto una guida spirituale, anche di eventuali figli nati nel precedente matrimonio e di altri avuti da un nuovo eventuale legame contratto con altri dal coniuge precedente.”

Rispondo: Qui padre Cavalcoli non mi ha capito. Mi riferivo soprattutto ai figli nati in una situazione peccaminosa. In questo caso si ha il dovere di dare un’educazione adeguata ai figli. Prima fra tutte quella di riconoscere peccaminosa quella falsa unione e offrire loro un’altra immagine di convivenza dei genitori, non più come marito e moglie.

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Padre Cavalcoli: “Noi possiamo discernere quando il Papa parla in nome della Tradizione e quando no. Certo anche a noi è possibile conoscere i documenti della Tradizione e verificare la fedeltà del Papa ad essi. Ma anche quando il Papa parla al di fuori della Tradizione, non parla mai contro di essa.”

Rispondo: Dire che il Papa non può mai parlare contro la Tradizione, pur dovendone essere custode, significa di fatto ritenerlo infallibile su tutto. Cosa che ovviamente non è, basti pensare al caso di Giovanni XXII. Ricordo inoltre che se il Papa non può essere deposto, rimane possibile la tesi del poter essere giudicato in caso di eresia. Nel medioevo si affermò chiaramente l’impossibilità che il Papa potesse essere giudicato da qualcuno, tranne però una sola eccezione, il peccato di eresia. Lo ricorda Graziano nel suo Decreto quando scrive: “A nemine est judicandus, nisai deprehenditur a fide devius”, che significa: “non debba essere giudicato da nessuno, a meno che non si allontani dalla fede.” A ricordo inoltre le parole di san Vincenzo da Lerino (V secolo): “Ci sono papi che Dio li dona, ci sono papi che Dio tollera, ci sono papi che Dio infligge.”  

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33 commenti su “Risposte alla risposta di padre Cavalcoli – di Corrado Gnerre”

  1. Padre Cavalcoli, è un GIUDIZIO TEMERARIO anche dire che i mafiosi impenitenti e/o gli stupratori che non vogliono cambiare vita sono in uno stato di peccato grave?
    Secondo il suo ragionamento, sicuramente sì, visto che le categorie da me citate, almeno, non violano alcun Sacramento!
    E non è un giudizio temerario (oltre che sbagliatissimo) il suo, quando dice che i Lefebvriani sono eretici?
    Se anche avessero torto (ma non ce l’hanno), prima di chiamarli eretici ha tenuto conto di che cosa è il peccato e qual è il suo dinamismo nel concreto delle coscienze?
    Ma si rende conto che con “ragionamenti” simili salta tutto il concetto di peccato?
    Non è più semplice dire: AMMETTIAMO TUTTI ALLA COMUNIONE e di conseguenza complimentarsi con il “lungimirante” Bagnasco?
    Non è ancora più semplice farla finita con la papolatria e attenersi all’immutabile Depositum Fidei, che il Papa può solo difendere e MAI cambiare?
    Gesù e San Paolo sono stati chiarissimi, quindi…o con Dio o con Satana!

    1. i léfèbvriani eretici? è tutta da ridere, un capovolgimento dela verità, del sgnificato delle parole (come i comunisti, che si sono sempre dichiarati democratici, pur essendo il totalitarismo fatto persone). La congrega di eretici e di pavidi signorsì che chiama eretici gli eroici resistent all’apostasia? ma siamo matti da legare? Ma mi faccia il piacere, direbbe il bravo Totò. Ripeto fino alla noia: a questa gente qua io no metto più messun titolo ecclesiastico, poiché non li reputo esponenti della Chiesa Cattolica; quella che loro hanno occupato non è più tale, ma ritrnerà a risplendere appena verrà tolta dalle loro mani, da Qualcuno al Quale loro non potranno impedirlo. Laudetur Jesus Cristus !

  2. Si aggiunga che anche San Roberto Bellarmino Dottore della Chiesa chiaramente afferma che dove il papa cadesse in eresia formale pubblica ovvero manifesta, decadrebbe
    ipso-facto dal papato, non sarebbe cioè giudicato da alcuna autorità sarebbe bensì lui stesso a mettersi nella condizione di decadere dal primato e tale decadenza
    ipso-facto impegnerebbe la coscienza di chiunque a prescindere dalla autorità del soggetto che viene a conoscenza della decadenza per eresia, ovvero della eresia in sé.

    La eventuale dichiarazione pubblica di decadenza sarebbe un’altra cosa e dipenderebbe quella si dall’autorità preposta che in questo caso sarebbe la
    Congregazione per la Dottrina delle Fede e/o un Concistoro straordinario, o anche un apposito Sinodo, anche se in termini strettamente autoritativi basterebbe la dichiarazione di un solo semplice Vescovo, almeno riguardo la giurisdizione specifica del medesimo.

    Un papa non può essere eretico ed un eretico non può essere papa, checchè ne pensi Cavalcoli.

    1. Caro Matteo, Cavalcoli NON ammetterà mai che Bergoglio è eretico, qualunque cosa succeda: la papolatria è un bruttissimo male spirituale, rende ciechi!
      Si potrebbero fare INNUMEREVOLI esempi ma mi limito a farne due:
      CASO DI ERESIA FORMALE: https://www.youtube.com/watch?v=_hlw1h-r5Pg
      CASO DI ERESIA PROBABILMENTE FORMALE: nella Misericordiae Vultus (LA BOLLA DI INDIZIONE DEL GIUBILEO STRAORDINARIO DELLA MISERICORDIA) compare la seguente ERESIA: “Non è l’osservanza della legge che salva, ma la fede in Gesù Cristo, che con la sua morte e resurrezione porta la salvezza con la misericordia che giustifica.”
      MA IL CANONE 9 DEL CONCILIO DI TRENTO DICE QUESTO: “Se qualcuno afferma che l’empio è giustificato dalla sola fede, cosí da intendere che non si richieda nient’altro con cui cooperare al conseguimento della grazia della giustificazione e che in nessun modo è necessario che egli si prepari e si disponga con un atto della sua volontà: sia anàtema.”

      1. Su Radio Spada c’era un elenco, e un libro che racchiude le eresie probabili di Bergoglio.

        Ma la frase della fede e non la legge che salva, messa così non è eretica, ma in piena sintonia con la dottrina.
        La FEDE presume la CONVERSIONE, certo.
        Se avesse detto “non sono le opere che salvano ma la sola fede” in contrasto con il concilio di Trento e con Gc 2,18 allora sarebbe eresia, altrimenti ribadisce la dottrina cattolica,

        Vedi ad esempio S.Paolo ai Romani in particolare, le letture di questi giorni a messa:
        Rm 5
        “Giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo.Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio.”

        con Rm 6:
        Che dunque? Ci metteremo a peccare perché non siamo sotto la Legge, ma sotto la grazia? È assurdo! Non sapete che, se vi mettete a servizio di qualcuno come schiavi per obbedirgli, siete schiavi di […

    2. Inoltre viene contraddetto anche il CANONE 12, anche se in modo meno diretto.
      Inutile arrampicarsi sugli specchi dicendo che poi le cose vengono spiegate meglio e in senso cattolico, QUELLA FRASE ERETICA RESTA e i modernisti sono bravissimi nel mischiare verità e menzogne…ma i modernisti (piaccia o non piaccia ad Ariel e a Cavalcoli) sono stati tutti scomunicati IPSO FACTO da San Pio X…ovviamente essi non ammetteranno mai che Bergoglio è un modernista, ma questo è un problema loro: CONTRO IL FATTO NON VALE L’OPINIONE!

      1. Bravissimo, caro Diego, i suoi commenti sono sempre ammirevoli ed illuminanti, coglie sempre nel segno, smascherando i modernisti.

  3. Mi stupisco che p. Cavalcoli abbia potuto scrivere tante imprecisioni. Purtroppo l’aria che si respira oggi è proprio ammorbata! Mi colpisce molto anche il fatto che siano laici come l’autore dell’articolo a correggere gli ecclesiastici. Qualcuno, tempo fa, mi disse che il Concilio aveva detto: “È l’ora dei laici”. Che non si sia trattato di una profezia involontaria per i nostri tempi?
    Sono sempre più convinto che gli ecclesiastici conservatori siano i più insidiosi per la vittoria della chiarezza (e articoli come questo contribuiscono a farla: grazie!) sulle fumose elucubrazioni dei modernisti.

  4. Piero Vassallo

    non capisco le sottili ragioni di padre Cavalcoli
    forse l’incomprensione discende dalla mia ignoranza
    mi sembra tuttavia chiaro che
    a. l’adulterio è peccato mortale
    b il divorzio è peccato mortale
    c. il matrimonio di un divorziato è peccato mortale
    d, infine: la castità di due coniugi uniti (civilmente) dopo la rottura del precedente vincolo sacro ha un senso? e se ha senso tale castità perché divorziare in vista di un tale matrimonio? se non è peccaminosa tale unione è certamente paradossale e insensata

    1. Caro Piero Vassallo,desidero commentare in modo forse insolito il suo
      intervento un po’ ironico:

      – “..le SOTTILI ragioni di Padre Cavalcoli”

      Talmente sottili che che non si vedono!

      – “..discende dalla mia IGNORANZA..”

      La sua ignoranza? Lei è un pozzo di sapienza!!

      Grazie per avermi fatto sorridere nonostante il buio sempre più incombente…

    2. Cavalcoli sostiene che in mezzo a milioni di adulteri formali che sono fuori della grazia di Dio ce ne potrebbero essere alcuni che per ignoranza, o per altro motivo
      “potrebbero” essere scusati, altri seppure coscienti del loro peccato “potrebbero” essere scusati senza la confessione sacramentale ma a seguito del raggiungimento di una perfetta contrizione. In considerazione pertanto di queste “eventualità” ipotetiche egli sostiene che se Bergoglio concederà la Comunione sacramentale a tutti gli adulteri formali lo può fare e lo farà per meglio far recepire i sacramenti al popolo cattolico.

      In altri termini Cavalcoli sostiene che se Bergoglio autorizzerà con pastorale sagacia milioni di sacrilegi ciò sarà comunque ben fatto perché andrà a beneficio della ricezione dei sacramenti nel popolo cattolico, perchè in mezzo a milioni di sacrilegi forse potrebbe anche essercene qualcuno scusabile.

      Come vede non è Lei ignorante è Cavalcoli che ha perso la capacità di ragionare.

    3. Evidentemente, carissimo Professore, la sua ignoranza, come la mia, come la nostra, è l’ignoranza sostanziata dai Vangeli. Sono cresciuto in una famiglia per metà cattolica, l’altra metà rossa bolscevica. Ho perso la fede all’età di tredici anni, l’ho riacquistata all’età di venticinque. In questo lasso di tempo ho capito una cosa da ‘ignoranti’: se Cristo Gesù è il Logos Creatore, chiunque crederà in Lui è LOGICO. Ciò determina, con buona pace per i preti falliti come Odifreddi e Mancuso, sicuramente più ‘sapienti’ di noi ignoranti, che un cattolico è, per sua natura, LOGICO!

  5. maria antonietta

    Avrei qualche domanda da fare per cercare di comprendere i termini della questione. «La nostra volontà ha una forza limitata. Il peccato si verifica solo quando, potendo resistere alla tentazione, non lo facciamo. Ma se la tentazione è troppo forte e la volontà non riesce a vincere la concupiscenza, la colpa diminuisce…». Queste affermazioni di Padre Cavalcoli mi fanno venire in mente Paolo e Francesca di Dante e la distinzione fra incontinenza, malizia e matta bestialità. Prima considerazione: è pur vero che i peccati di incontinenza comportano colpe minori e meritano castighi minori , ma sempre di castighi si tratta: prova ne sia i due amanti romagnoli sono all’inferno. Seconda considerazione: mi sembra che Padre Cavalcoli faccia un ragionamento comunque pericoloso: se resisto alla tentazione vuol dire che era in mio potere farlo, se non resisto vuol dire che non era in mio potere farlo. Non è che in questo modo si tende a giustificare tutti i peccati come inevitabili? Non è questa una…

  6. http://www.radiospada.org/2015/10/il-conservatore-muller-apre-ai-divorziati-risposati/
    “pentiti […] assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi».
    Non basta. Anche in tal caso, se viene meno il peccato (in atti, ed in pensieri?) contro il 6° Comandamento, ci si trova, per certi versi, in una situazione, per certi versi, persino “peggiore” contro il 5° Comandamento. Se vien meno il peccato carnale, continua quello di Cattivo Esempio.
    Faccio presente, e non mi spiego il perché, commenti di questo tenore, su questo tema, ovvero sul fatto che divorziati risposati o conviventi che, pur astenendosi da atti “more uxorio”, non per questo si possono considerare in grazia di Dio (quanto meno in tesi), su siti tradizionalisti, per altro benemeriti, sono regolarmente CENSURATI. Quanto meno se il fatto è narrato con terminologie tipo quelle usate nelle righe precedenti. Non mi riferisco a Radiospada, ove è uscito.

    1. ilfocohadaardere

      Secondo me è lei qui che sbaglia Nicola. Mi pare che dalle sue parole emerga una concezione del peccato che non tiene in considerazione l’intenzione, il cuore della persona. Se- come fa giustamente il prof. Gnerre- si cita la Familiaris Consortio ed il magistero in genere di Giovanni Paolo II di cui oggi è memoria, allora si dovrà aderire in toto a quel Magistero (che è esattamente quello che oggi i novatori vogliono archiviare e ribaltare). Vi sono situazioni (presenza di figli dalla nuova unione illegittima) in cui può non essere possibile porre fine alla convivenza, ma la conversione è invece sempre possibile: in queste situazioni, il vivere “come fratello e sorella”, pentiti di quegli atti che hanno offeso il sacramento matrimoniale e l’obbligo di fedeltà ad esso (e dunque la Comunione con la Chiesa), è tutto ciò che ci vuole (per il magistero citato, che io certo mi guardo bene dal porre in discussione) per ritornare in comunione e dunque per ricevere l’Eucaristia.

      1. ilfocohadaardere

        Del resto, proprio in applicazione di quel Magistero, la prassi ha sempre- nei casi che sussista un pericolo di “scandalo per i fedeli”- previsto che quei conviventi convertiti e riconciliati con Dio e con la Chiesa, possano se del caso andare a comunicarsi in una Chiesa diversa dalla loro parrocchia, o comunque dove non sono conosciuti….Ma se uno ha il “cuore purificato”, perché ha avuto dolore del suo peccato, ed ha fatto vero proposito di più non peccare, ed ha ricevuto l’Assoluzione sacramentale, non esiste certo come dice lei il peccato mortale del “cattivo esempio”….cioè sarebbe il “peccato” perché altri pensano male a prescindere e si arrogano giudizi che non competono loro? Non è così, Nicola, secondo me bisogna essere più prudenti nei giudizi.

        1. Dante Pastorelli

          Concordo. Anche se la prudenza può spingere a consigliare di frequentare un’altra chiesa, ond’evitar mormorazioni degl’ipocriti o perplessità anche tra i buoni, che non sono a conoscenza della reale situazione, a meno che i conviventi non la rendano pubblica. E chi lo farebbe?

  7. Dante Pastorelli

    “L’istinto sessuale, soprattutto nei giovani ― dovremmo saperlo tutti ―, è una forza travolgente, alla quale in certi casi è impossibile resistere. Nemo ad impossibilia tenetur”
    Ohibò! E Gnerre sostiene che non c’è nulla di ridire. Ohibò, anche davanti al suo assenso.
    E’ questo che la Chiesa ha sempre insegnato? Non ha, invece, sempre insegnato che Dio non ci mette di fronte a prove a cui non si possa resistere? Certo non con le sole forze umane, ma con l’aiuto della Grazia.
    Ora l’istinto sessuale è forte, nessuno può negarlo, ma l’istinto di sopravvivenza è il più forte in assoluto. Allora, i martiri non avrebbero dovuto, e non dovrebbero oggi, sacrificare la vita per non apostatare? Le forze dell’ordine, i militari dovrebbero schivare tutte le occasioni di pericolo, per istinto di sopravvivenza? Ma che razza d’insegnamento si dà ai giovani? “L’istinto sessuale è travolgente, non potete resistere, dunque fate sesso e state sereni.” Come Enrico.
    Non ne voglio sentir più.

    1. Egregio Dott. Pastorelli, ha perfettamente ragione, l’istinto sessuale non è mai così forte da essere irresistibile, l’istinto di sopravvivenza è molto più forte e lo prova il fatto che se scoppia un incendio in casa i due coniugi (o i due conviventi) interromperebbero il rapporto carnale per cercare di mettersi in salvo!
      Inoltre, dal momento che chiunque sia sano di mente riesce a non avere rapporti carnali per strada, sotto gli occhi di tutti, neppure con il legittimo coniuge, perché dovrebbe essere impossibile trattenersi in casa, SOTTO GLI OCCHI DI DIO, con una persona che NON è il legittimo coniuge?
      Se il sesto e il nono comandamento fossero impossibili da rispettare Dio non ce li avrebbe dati, invece ce li ha dati e ci ha detto pure che il Suo giogo è dolce e il Suo carico è leggero!
      Inoltre è ridicola l’affermazione di Cavalcoli che dice che certi peccati sessuali avvengono “per cause di forza maggiore” e Gesù ha detto chiaramente cosa fare con le parti del corpo che provocano scandalo!

    2. Prof. Pastorelli, mi perdoni, ma a me sembra chiaro che, quando il Prof. Gnerre scrive che non c’è nulla di ridire., si riferisca alle seguenti righe di Padre Cavalcoli: “Ricordiamoci anche di distinguere il peccato in senso oggettivo, ossia l’azione cattiva in se stessa, dalla condizione soggettiva dell’agente, nel cui atto può mancare la piena avvertenza o il deliberato consenso, sicché la sua coscienza, benché egli oggettivamente abbia fatto del male o un danno a terzi, potrebbe essere in parte o del tutto scusata.” Pertanto alla classica distinzione tra oggettivo e soggettivo e non ad una presunta “invincibilità” degli istinti. Comunque invito l’autore a chiarire. Grazie

      1. Dante Pastorelli

        Non c’è niente da perdonare, si sta discutendo civilmente.
        La frase da me riportata si trova in un contesto ch’è citato complessivamente dal prof. Gnerre. Quindi, nel suo commento, Gnerre, cattolico colt ben più di me, avrebbe dovuto, a mio modestissimo avviso, approvar solo ciò ch’era approvabile isolandolo da un contesto confuso e foriero di confusione. Del resto questa frase trova proprio nel suo contesto delle affermazioni che ad essa immediatamente preludono. Ad es. :”La nostra volontà ha una forza limitata. Il peccato si verifica solo quando, potendo resistere alla tentazione, non lo facciamo. Ma se la tentazione è troppo forte e la volontà non riesce a vincere la concupiscenza, la colpa diminuisce, perché diminuisce il volontario, che è fattore essenziale dell’atto morale, sia buono che cattivo”. Ma noi sappiamo che è falso affermare che esiste una tentazione troppo forte, perché s’ignora l’azione della Grazia. Si posson trovar attenuanti? lo farà Dio, lo spero anche per me. (segue)

  8. Dante Pastorelli

    Riprendo.
    Quanto alla volontà, in teologia, ch’io sappia, è facoltà propria della creatura razionale che tende “al bene conosciuto tramite l’intelletto”. Il suo oggetto è il bene assoluto a cui “la volontà aderisce NATURALMENTE, SENZA POSSIBILITA’ DI ESITAZIONE. Per questa sua potenzialità la volontà di fronte ai beni limitati, particolari, non è dominata ma domina e sceglie secondo il giudizio pratico della ragione. In questo consiste la libertà” (Pietro Palazzini, Dizionario di teologia dogmatica).
    Pertanto il discorso buonista di p. Cavalcoli si può applicare solo a chi non abbia raggiunto l’età della ragione, o ai minus habentes o a chi sia all’improvviso travolto, non dalla concupiscenza a cui si può resistere, certo con grande fatica, ma dalla follìa . Non son attenuanti, semmai aggravanti, l’uso di alcool e di droghe. Un assassinio perpetrato in stato confusionale per droga o alcool è compiutamente peccato. La forza della tentazione può mettere alla prova la volontà ma non la recide…

    1. In sintesi: il suicidio (tanto per fare un esempio) è un atto che OGGETTIVAMENTE merita la dannazione. L’atto. Tutti, singoli e ciascuno i suicidi si danneranno? La Chiesa non lo ha mai affermato. Anche la prassi di non fare esequie PUBBLICHE ai suicidi, non voleva certo dire che se ne dava per scontata la dannazione. Era un provvedimento deterrente. Tanto è vero che, Messe private, si sono sempre potute celebrare.

      1. Penso che la differenza tradizionale tra OGGETTIVO e SOGGETTIVO, sia chiara. Altro esempio: In linea normale, i seguaci di altre religioni non si salvano. Spesso la stampa tradizionalista riporta la lettera del Sant’Uffizio al vescovo di Baltimora, se non sbaglio del ’49. Questa lettera condanna due errori americani, uguali e contrari. uno è Il c.d.”Americanismo”, che riduce il dogma (perché è dogma) “Extra Ecclesia nulla salus” a mero flatu vocis (come fa il Vaticano II). L’altro è l’errore di alcuni gesuiti americani che, al contrario, di detto dogma,davano una lettura ultra-rigorista. In concreto, oltre a dubitare dei battesimi di desiderio e di sangue, insegnavano, come sententia certa, che, prima del 1492, dal continente americano, si erano salvati ben in pochissimi. I vescovi e poi il Sant’Uffizio risposero: “E’ lecito pensarlo. PRESUMIBILMENTE le cose sono andate così. Però non lo si può insegnare in tali termini. Sarebbe operare una “canonizzazione” al contrario”.

        1. “E’ lecito pensarlo. PRESUMIBILMENTE le cose sono andate così. Però non lo si può insegnare in tali termini. Sarebbe operare una “canonizzazione”, per di più di “massa” al contrario”.

  9. Dante Pastorelli

    Nicòla: ma dove mai, in questi brevi interventi, io ho affrontato il tema della salvezza? Mi son soffermato solo sulla tesi che la concupiscenza sia invincibile e che, pertanto, in fin dei conti, Dio ci sottoponga a prove che non possiam superare.
    Quanto alla salvezza dei suicidi, sarà Dio a giudicare, perché noi in foro interno non lo possiamo fare. In fin di vita il suicida può anche aver detto “Dio mio” e s’è salvato.
    Dirò di più: ho sempre nei blogs sostenuto che si posson salvare anche i non cristiani, non per virtù di Maometto o Visnù, ma per i meriti di Cristo: ciò per vie misteriose precluse alla nostra conoscenza. La dottrina insegna che si posson salvare “gl’infedeli” che senza loro colpa si trovino fuori della Chiesa visibile, ma che siano disposti ad accettare la Verità quando sia loro presentata e vivano secondo la morale divino-naturale insita nell’anima di tutti gli uomini. Certo è difficile pensare che possa salvarsi un islamico kamikaze suicida ed omicida nella prospettiva…

    1. Prof. Pastorelli, Ella non ha affrontato (esplicitamente) il tema salvezza. Sono stato io che l’ho preso ad esempio della famosa differenza (che vedo lei ha ben chiara) tra situazione (suicidio, non appartenenza alla Chiesa, nel discorso di Cavalcoli e Gnerre vita concubina, etc.) che OGGETTIVAMENTE merita la dannazione e conseguenze SOGGETTIVE della situazione di cui sopra. Ecco tutto. Tutti, singoli e ciascuno i concubini si danneranno? Non lo possiamo sapere. Quel che è certo è che, se non cambiano vita, una loro ammissione ai Sacramenti, ben lungi dal favorire la salvezza, al contrario vi pone ulteriori ostacoli.

      1. Quel che è certo è che, se non cambiano vita, una loro ammissione ai Sacramenti, ben lungi dal favorire la salvezza, al contrario vi pone ulteriori ostacoli. Cambiare vita che non vuole dire SOLO cessare gli atti “more uxorio”, ma anche (quanto meno come obbiettivo) cessare la coabitazione.

      2. Dante Pastorelli

        Non l’ho affrontato neppure implicitamente. Il tema da me affrontato riguardava altro, e mi sembra d’esser stato molto chiaro.

  10. Dante Pastorelli

    La lettera cui alludi è sì del 1949, 8 Agosto, ma, per la precisione, indirizzata all’arcivescovo di Boston.

  11. io penso che più ci si ragiona e ci si scervella sulle parole di Cristo, sezionando, elucubrando, studiando etc..e più ci si allontana dalle SUE parole, nette, secche, terribilmente serie e a volte affilate. Se Gesù in Matteo ha scritto che unirsi ad una donna dopo averne ripudiata una è adulterio..è adulterio.PUNTO!

    1. Dante Pastorelli

      Non concordo. Le parole di Cristo vanno ben studiate per non cader in errori di interpretazione. A questo compito presiede la Chiesa, tramite i suoi organi magisteriali. Ma il Magistero ha anche bisogno dell’apporto dei teologi.

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