Ritorno a carl Schmitt

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Di Carlo Gambescia

RITORNO A CARL SCHMITT. ECOLOGIA E DECISIONE POLITICA

 Le capacità di adattamento dell’uomo

 Quando si parla di questioni ambientali si corrono sempre due rischi. O si considera  la natura come qualcosa di indipendente dall’uomo, con le sue leggi eterne, come fa certo “fondamentalismo verde”. Oppure la si concepisce come un universo manipolabile,  alla stregua di certi economisti che celebrano le leggi, altrettanto imprescrittibili, di un mercato onnivoro.

Crediamo che la verità sia nel mezzo. La natura e l’economia  hanno cicli ecologici e produttivi che vanno rispettati, ma anche la società  ha le sue costanti, alle quali ubbidire. E una di queste costanti  rinvia alla forza espansiva della socialità umana.

L’uomo tende a riprodursi, non solo biologicamente, ma anche socialmente. Creando intorno a sé, anche nei contesti più sfavorevoli, le condizioni materiali e culturali che gli consentono di riprodursi socialmente. E ciò implica la progressiva manipolazione della natura e dell’economia. La storia umana, con le sue civiltà, ma anche con le sue guerre, testimonia questa “volontà di manipolazione sociale”. Una forza  che non è altro che il motore di una socialità umana, che però superati certi limiti, rischia di auto-distruggersi.  Qui si apre l’intrigante capitolo del rapporto tra  socialità, natura ed economia. Infatti, la volontà di sopravvivere, manipolare e svilupparsi anche nelle situazioni meno adatte rischia di essere messa a dura prova dallo sfruttamento intensivo dell’ambiente. Una  crescente fame di risorse che ne rappresenta il risvolto negativo.   Facciamo  due esempi.

Si pensi alla capacità di adattamento e sviluppo di certe comunità di immigrati: “gli irregolari”, che spinti dalla globalizzazione economica, riescono a ricostituire nei luoghi più impensati delle nostre città, comunità materiali e  culturali di vita, anche se in condizioni di grave degrado. Ma si pensi anche alle stesse  capacità di resistenza, mostrate  dai cittadini “regolari”, che vivono in città sempre più inquinate, a causa di uno sviluppo capitalistico privo di regole. Ma fino a quando vi riusciranno?

Il vero dilemma, infatti,  è rappresentato dai due volti della socialità umana: per un verso è forza di integrazione, perché permette di sopravvivere nelle condizioni più difficili; per l’altro rischia di disintegrare le condizioni stesse della vita sociale, esplicitandosi in capitalismo  selvaggio e inquinante.

 L’importanza di una riposta politica

La dialettica tra integrazione e disintegrazione ha bisogno, semplificando al massimo,  di una risposta politica. Il fatto che la socialità umana da forza positiva rischi sempre di trasformarsi in negativa, richiede decisioni politiche, anche forti e capaci, come ogni decisione politica, di creare e  gestire il  conflitto e il degrado ambientale.

Insomma, se la socialità umana, scorre come le acque di un fiume, dall’alto verso il basso. Irrorando i campi, ma spesso anche allagandoli, fino a distruggere, con rovinose piene, villaggi e città. Allora servono  dighe o comunque  opere di sistemazione capaci di evitare alluvioni e rovine. Fuor di metafora:  se la globalizzazione, come motore di uno sviluppo capitalistico privo di regole e spesso antisociale,  provoca immigrazione e inquina l’ambiente, allora  va  contrastata. E si tratta di un compito che spetta alla politica. Che introducendo decisioni e regole (le dighe  di cui sopra) permetta alla socialità umana di  svolgere la sua opera senza provocare (eccessivi) danni,  soprattutto all’ambiente.

Si dirà che il nostro è un discorso astratto, da teorici. Forse. Ma non lo è  meno di quello dei fondamentalisti verdi o degli strenui missionari del mercato. Perché anch’ essi, partono da una visione della socialità umana, ovviamente opposta alla nostra. Ma dalla quale, in quanto visione (come capacità di rappresentare l’uomo), si deve ripartire per poi  giungere alla politica, quella vera. Dal momento che i contenuti delle regole (le dighe…) da introdurre, riguardano solo la politica.

 I due fondamentalismi

Ma vediamo  quali sono le divergenze di fondo tra i due fondamentalismi.

Per l’ambientalismo radicale la socialità umana non è al centro della natura, ma viene ricondotta nell’alveo di una socialità animale di specie tra le altre specie.  Per l’economicismo radicale, l’unica forma di  socialità umana è quella economica. Per il primo, l’uomo è un animale tra gli animali, che una volta “liberato” dalle costrizioni sociali sarà capace di ritrovare individualmente il proprio equilibrio ambientale. Per il secondo, l’uomo deve solo credere nel dio-mercato, dal quale giungerà prima o poi la salvezza, magari grazie all’utilitaristica scoperta di qualche miracoloso “ritrovato” contro l’inquinamento globale…  Entrambi, insomma,  credono nei meccanismi autoregolatori del mercato o della natura animale dell’uomo. E rifiutano le “dighe” della politica.  

 Il principio di precauzione

Prendiamo, come ulteriore esempio il principio di precauzione. Di che cosa parliamo?  Si tratta di  un criterio che riguarda l’azione politica, o se si preferisce di governo. E riguarda tutte quelle misure legislative che possono essere prese per prevenire possibili danni  futuri, soprattutto nella sfera dell’ambiente. In parole povere il principio di precauzione, implica la “Decisione”. E il decidere resta il massimo criterio di distinzione tra  politico e impolitico. Ad esempio discutere, magari oltre certi limiti fisiologici, è impolitico, mentre decidere, e bene,  è politico. Decidere significa imporre delle priorità, e dunque sfidare il rischio del conflitto e di  farsi  nemici reali o potenziali. E quello del nemico pubblico, con il quale ci si contrasta, è un altro criterio di distinzione del politico, come insegna  Carl Schmitt. Pertanto optare per il principio di precauzione in campo ambientale, dal punto di vista del politico, implica la possibilità di farsi nemici tutti coloro che non condividono la necessità di prevenire. Ad esempio i cosiddetti “sviluppisti ad ogni costo”. Ma anche i “catastrofisti assoluti”…    

 La questione del cambiamento  climatico

La questione del cambiamento climatico, rappresenta un buon esempio circa la necessità di applicare il principio di precauzione.  E spieghiamo perché.

Al di là del catastrofismo climatico  di tipo televisivo, nessuno in realtà sembra oggi  interrogarsi seriamente sulle possibili conseguenze del fenomeno. Il problema non va sottovalutato, perché gli eventuali riflessi sociali andrebbero divisi in due categorie: quelli prodotti dalla trasformazione del clima, e quelli causati dall’intervento dell’uomo, in condizioni di grave emergenza, per porvi riparo. Ma procediamo per ordine. Intanto, va detto che sulle conseguenze ambientali del mutamento climatico si sono già abbastanza diffusi i media: elevamento della temperatura, desertificazione, sollevamento del livello del mare, eccetera. Questi mutamenti, se non venissero posti sotto controllo, potrebbero provocare innanzitutto una serie di conseguenze sociali dirette: spostamenti di popolazione, stravolgimento della localizzazione economica, sviluppo e diffusione di nuove patologie, e perfino epidemie. Si tratta di fenomeni che andrebbero a distribuirsi temporalmente nell’arco dei prossimi trenta-cinquant’anni, così almeno sostengono gli esperti. Il che significa che nell’arco di un paio di generazioni il nostro sistema di vita potrebbe cambiare radicalmente. E in peggio. Inoltre, alle conseguenze sociali dirette, andrebbero ad aggiungersi, intersecandosi con le prime, le conseguenze sociali indirette, prodotte, attenzione, dall’intervento dell’uomo in risposta, ad esempio, agli spostamenti di popolazione, al grave peggioramento della situazione economica negativa e alla diffusione di pericolose patologie tropicali.

 Conclusioni

Il nocciolo del problema, che di solito non viene affrontato, neppure dagli esperti in tematiche ambientali, è che, quanto più si ritarda a intervenire,   rifiutando di applicare il principio di precauzione, tanto più si rischia di incorrere in due fenomeni. Vediamo quali. In primo luogo, la sociologia  insegna che le cosiddette catastrofi sociali (guerre, rivoluzioni, epidemie, disastri naturali) provocano una centralizzazione del potere sociale, e la conseguente riduzione delle libertà individuali. Si pensi a quel che accade durante una guerra: militarizzazione del potere politico, economico e perfino culturale (attraverso l’introduzione di una censura sempre più rigida…). Perciò nella “guerra” contro l’improvviso e rapido peggioramento delle condizioni ambientali si potrebbe riprodurre un fenomeno del genere. Si pensi solo alla gestione politica di un esodo verso l’interno delle popolazioni rivierasche. E alla conseguente sistemazione (in tutti in sensi: abitativa, sociale, economica) delle medesime Oppure, alla diffusione di epidemie con centinaia di migliaia di malati da isolare e di morti ai quali dare sepoltura.

Non stiamo facendo, a nostra volta, del catastrofismo di mediatico, o peggio hollywoodiano, ma semplicemente segnalando quel che capita ai gruppi sociali nelle situazioni di grave pericolo. In secondo luogo, alla centralizzazione si affianca la polarizzazione dei rapporti sociali. Nelle situazioni di emergenza, il gruppo sociale tende a scindersi in tre sottogruppi: da un parte una minoranza che dà il meglio di sé (si pensi agli episodi di abnegazione, in occasione di una calamità naturale); dall’altra, una minoranza, che invece dà il peggio di sé (si pensi ai saccheggi e altri atti criminosi….). Nel mezzo, resta invece la maggioranza della popolazione, che in qualche modo, senza eccedere, cerca di reagire al pericolo. E, ovviamente, la situazione rischia di andare incontro a derive sociali ancor più pericolose, quando, come è accaduto ed accade, le minoranze antisociali, si organizzano e prendono il potere. La polarizzazione rinvia alla centralizzazione e viceversa. Non c’è scampo. E si tratta di due “costanti” che ritroviamo, come dire, nelle situazioni “al limite”, in cui viene messa dura prova la capacità di reagire dell’uomo. Ora, se dal punto di vista sociologico, la situazione che ci aspetta è probabilmente questa, perché non intervenire per tempo, con provvedimenti graduali e democratici? Ad esempio limitando i consumi di beni  nocivi all’ambiente. E così impedire, per tempo, che la catastrofe ambientale, incipiente, possa in un futuro, abbastanza vicino, trasformarsi anche in catastrofe sociale.  Segnata dal rischio di involuzioni autoritarie e antisociali. In conclusione, perché non applicare il principio di precauzione? E dunque tornare a fare politica, e sul serio?  Decidendo, come ci ha insegnato Carl Schmitt.

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