Rivoluzione genetica: la guerra all’uomo è guerra a Dio – di Cristiano Lugli

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La battaglia contro l’essere umano è, in fondo, una battaglia contro Dio. Il ritorno al sacrificio umano prevede che l’uomo sia attaccato sin dal suo concepimento perché proprio il concepimento è il riflesso di Cristo nella Sua Rivelazione attraverso l’Annunciazione. La macchina di morte che vuole fare la guerra alla vita di cui solo Dio è assoluto Padrone non si stanca di avanzare mietendo nuove vittime e trovando, nella strategia dei nuovi “diritti” e del nuovo “progresso scientifico”, il modo per elevare sull’altare del Male altro e altro sangue innocente. La rivoluzione genetica è senza dubbio uno degli ultimi grandi traguardi del transumanesimo. Essa, sconosciuta ai più e camuffata appunto sotto le spoglie del “miglior bene” per l’uomo, si accinge a creare i nuovi mostri.

Di queste bio-tecnologie genetiche parliamo con chi è esperto in materia: la Dottoressa Martina Collotta, medico ed esperto della materia bioetica nella sua applicazione in campo medico- scientifico.

 

Dott.ssa Collotta, dopo la rivoluzione antropologica un altro muro è stato demolito e ci avviamo verso una vera e propria rivoluzione genetica, non è così?

Certamente. È proprio la rivoluzione antropologica che ha portato alla rivoluzione genetica. Non solo abbiamo assistito ed assistiamo tutt’ora al cambio di paradigma che ha portato l’uomo al centro, al posto di Dio, ma assistiamo ed assisteremo sempre di più ad una nuova rivoluzione, quella che al centro pone un uomo nuovo, geneticamente editato: una sorta di superuomo nietzschiano “creato” per mezzo di tecniche di “taglia e cuci” del DNA.

Non bastavano le provette, siamo passati al laboratorio per poter costruire l’uomo-su-misura.

La rivoluzione genetica è infatti una seconda rivoluzione antropologica che di umano lascia ben poco, una rivoluzione intollerante verso qualsiasi forma di imperfezione (non solo di malattia come vorrebbero farci credere!), una rivoluzione che rinnega la creaturalità umana attraverso il “fai-da-te” della manipolazione genetica.

Man mano che le rivoluzioni “antropologiche” avanzano, si perde il concetto stesso di uomo. Assistiamo alle derive eugenetiche dell’autonomia e dell’autodeterminazione del principialismo americano, in cui non vi è spazio per la persona, ma solo per l’oggetto-uomo prometeicamente creato e ricreato.

 

In cosa consiste secondo lei questo nuovo “progresso genetico”?

Molto illuminista la parola progresso! Purtroppo anche per molti cattolici il “progresso per il progresso” ha il suo fascino e le conquiste della scienza non possono che avere ricadute positive sull’umanità.

Il “progresso genetico” ha quell’allarmante quid in più che è la manipolazione della nostra identità biologica, attraverso le tecniche di ingegneria genetica.

La conoscenza genetica, infatti, come tutte le scienze, ha l’ambizione di tradursi in tecnica, in una sorta di interventismo salvifico della scienza che mira sempre e comunque a trasformare il sapere in agire. Anche sull’uomo.

L’ingegneria genetica è più “vecchia” di quanto si potrebbe pensare. Già negli anni ’60 esistevano tecniche per manipolare il DNA, ma oggi queste sono incredibilmente più sofisticate, veloci, efficienti, precise.

È un progresso che, almeno in apparenza, ha il fine buono di intervenire per sostituire o riparare geni responsabili di patologie, intervenendo sul DNA. In alcuni casi è possibile anche inserire geni sani che rimedino agli effetti di quelli dannosi, mitigando o annullando l’effetto fenotipico (ovvero l’effetto “visibile” sull’organismo, in particolare l’effetto-malattia).

Tuttavia, il progresso scientista nasconde sempre un’altra faccia della medaglia: se, infatti, è possibile sostituire geni-malattia, è possibile anche sostituire altri geni che “non ci piacciono” per i più svariati motivi (facciamo pure l’esempio banale – ma non certo innocuo – del colore degli occhi). Il soggettivismo guida la tecnica nascondendosi dietro pretestuose finalità terapeutiche o di miglioramento.

Per molti l’obiettivo è ancora più temerario: migliorare le capacità fisiche o cognitive dell’uomo attraverso l’inserimento di geni “potenzianti”. Per non parlare di chi mira a prolungare la vita a 120 e più anni, alla ricerca di un surrogato di immortalità.

Il progresso della tecnica, attraverso la genetica, diventa strumento per un “progresso” della specie umana, che mira alla creazione del superuomo.

 

Possiamo comunque parlare di attacco alla vita e all’uomo? Perché? 

Indubbiamente questo è un attacco alla natura umana, al significato più profondo della creaturalità dell’uomo.

L’indiscriminata manipolazione genetica non contempla finitezza ed imperfezione.

La società dei “perfetti” – geneticamente perfetti! – è una società intollerante verso la minima imperfezione, una società che insegue senza sosta il miraggio di una meta che sposta sempre un poco più avanti, discriminando quelli che prima erano i perfetti, ma ora sono “solo” i migliori di fronte ad una nuova classe di più perfetti che si è affermata e che, a sua volta, è destinata a perdere la sua supremazia quando nuovi più perfetti dei più perfetti faranno la loro comparsa.

L’identità biologica sfuma quando diventa possibile scrivere e riscrivere il DNA a piacimento, per essere “più sani e più belli”, ma non per questo più uomini – anzi.

La vita stessa è ovviamente in pericolo: è facile infatti immaginare la triste fine degli “imperfetti” (per non parlare dei malati, ammesso che la società dei perfetti sia ancora capace di considerarli “persone”): dalla diagnosi prenatale di “imperfezione” all’aborto il passo è breve.

E per gli imperfetti sfuggiti al controllo, l’eutanasia sarà una misericordiosa via d’uscita.

 

L’eugenetica negativa si fonde all’eugenetica positiva? 

L’eugenetica abortista che vuole eliminare il non-voluto perché non-perfetto o non-corrispondente ad un certo standard (eugenetica negativa), trova nell’artificiale ed artificiosa “creazione” del superuomo geneticamente editato (eugenetica positiva), una spinta ed una giustificazione.

Quello che la “darwiniana selezione naturale” non fa, lo fa la selezione artificiale – pillola del giorno dopo o chirurgia dell’eufemistica interruzione volontaria di gravidanza che sia.

L’eugenetica negativa interviene per correggere gli errori dell’eugenetica positiva, eliminando le vite imperfette, le vite dei non-superuomini che non hanno né dignità di persone, né, tantomeno, diritti.

I perfetti creati dalle tecnologie dell’eugenetica positiva, avranno la presunzione di un perfetto controllo sulle vite degli imperfetti.

Che il controllo, poi, si traduca in tirannico potere di vita o di morte, poco importa. Quello che conta è l’evoluzione della specie.

 

Le vicende di Charlie, di Isaiah e di Alfie ricadono allora in questo programma, cioè che se non si ottiene il “perfezionamento”, anche in ambiente medico, si deve essere eliminati?

Tristemente sì.

Charlie, Isaiah e Alfie secondo qualcuno che non è intransigente, fanatico e di limitate vedute come i cattolici – quelli veri – non sono altro che errori a cui rimediare. È quello che dicevamo: l’eugenetica negativa (abortista o eutanasica che sia), va a braccetto con l’eugenetica positiva.

Nel sogno della “società dei perfetti”, delirio di onnipotenza dei superuomini di oggi, non c’è spazio per loro.

E oltre loro quanti altri? Se perfino ai genitori di Alfie – la cui vicenda era sotto gli occhi di tutti – è stata negata l’autopsia per il figlio, quanti altri “imperfetti”, di nascosto, sono stati uccisi?

Nascondiamoci dietro l’umanitaria idea della vita non degna a cui porre fine, oppure dietro l’utilitaristico progetto del risparmio delle risorse perché chi può farcela non venga svantaggiato da questo inutile solidarismo nei confronti dei casi disperati.

Non sono altro che modi per nascondere il silenzioso genocidio degli imperfetti che nella diagnosi prenatale prima, e nelle sentenze di morte (impossibili chiamarle diagnosi) postnatali, trovano il loro perbenista perché.

 

Ultimamente si è parlato molto della CRISPR (o CRISPR-Cas 9). Potrebbe spiegare di cosa si tratta?  

La CRISPR è una nuova biotecnologia per la manipolazione del DNA, che permette la rimozione di un gene malato e/o la sostituzione con un gene sano, attraverso l’uso di “forbici molecolari” capaci di andare a tagliare in un punto preciso del DNA.

La tecnica è stata elogiata proprio per la sua precisione, perché le nuove “forbici” che abbiamo a disposizione ora (come la CRISPR, appunto), sono capaci di tagliare il genoma solo là dove serve, non casualmente.

Nonostante questo, come sempre, esiste l’altra faccia della medaglia.

Prima di tutto esiste il rischio che le nostre precisissime forbici (che precise al 100% non lo sono affatto) taglino qua e là il genoma, magari causando malattie ancora più gravi di quella da curare per cui sono state disegnate (non è così improbabile danneggiare il DNA trasformando la cellula sana in una cellula tumorale…) o creando una sorta di effetto domino che sconvolge l’intero organismo, a causa dell’innaturale “taglia e cuci” fatto dalla CRISPR.

 

A cosa mira questa tecnica di bio-ingegneria genetica? 

Il fine è ottimo, almeno in apparenza: eliminare le malattie su base genetica eliminando i geni responsabili della loro insorgenza, correggendoli o introducendone di nuovi e sani.

Peccato che dal fine curativo, terapeutico, a quello di miglioramento, di enhancement (termine utilizzato nel dibattito bioetico per parlare di “potenziamento”), il passo sia breve. Dal punto di vista delle “forbici” non vi è differenza tra la rimozione del gene-malattia, l’eliminazione del gene-occhi marroni non-desiderato (perché gli occhi azzurri sono più belli) e l’inserimento di geni che permettono migliori performance.

Dal punto di vista dell’etica sì!

Non solo i mezzi (la manipolazione del DNA, ovvero della nostra identità biologica) sono discutibili, ma altrettanto lo è il fine.

Ancora ancora la terapia genica (con i punti fermi che embrioni e cellule germinali sono intoccabili), ma l’enhancement, il superuomo fatto in laboratorio, dal mio punto di vista, trova ben poche giustificazioni morali.

 

Inizia a parlarsene anche in ambiente cattolico?

Sì, proprio la CRISPR ha riaperto il dibattito sull’ingegneria genetica, sui suoi fini e le applicazioni moralmente lecite o meno, anche in ambito cattolico (si veda il documento del National Catholic Bioethics Quarterly del 2017).

Il dibattito verte soprattutto sullo stretto legame tra manipolazione del DNA e transumanesimo, ambizione di perfezione che trova nelle nuove biotecnologie (tra cui la CRISPR) uno strumento allettante.

Purtroppo, anche in ambiente cattolico, non vi è uniformità di vedute e questo, a mio parere, è dovuto almeno in parte ad un “vuoto magisteriale” sul tema.

Siamo fermi alla Dignitas personae per quello che riguarda il parere del Magistero circa la manipolazione del DNA, ma, allo stato attuale delle cose, non possiamo limitarci a parlare delle staminali e delle chimere, per altro egregiamente trattate nell’Istruzione.

Peccato che la bioetica cattolica “ufficiale” tace da parecchio tempo, su questo e su molto altro…

 

Dal punto di vista morale, come considera la manipolazione del genoma umano? 

I punti fermi della citata Dignitas personae restano: no agli interventi sugli embrioni e sulle cellule della linea germinale, possibili invece quelli sulla linea somatica (ovvero tutte le altre cellule che non siano gameti).

Allo stato attuale, tuttavia, i margini di sicurezza sono ancora molto scarsi e, questo, è un imprescindibile criterio da tenere in considerazione. Intervenire sul genoma per curare è moralmente lecito se, come detto, la terapia avviene sulle cellule dell’organismo adulto e se i reali benefici non scompaiono di fronte ai rischi.

Per questo, come in tutte le nuove tecniche biomediche che, prima di essere collaudate sono sperimentali, serve tempo e non brama di notorietà da raggiungere attraverso indiscriminati interventi sull’uomo.

Un punto fermo, inoltre, deve essere quello del fine terapeutico: l’enhancement non è moralmente lecito.

Tristemente troviamo cattolici come il domenicano P. Nicanor Austriaco il quale sostiene che l’unica distinzione da fare sia quella tra terapia e non-terapia, includendo tuttavia nella “terapia” anche tutti quegli interventi che hanno il fine di migliorare le nostre condizioni di salute, anche se ci portano ad avere qualche carattere che non è proprio della nostra specie (interessante l’esempio che fa: ottima cosa avere i livelli di colesterolo dei babbuini, ci preserverebbe dall’infarto!).

Non sono certamente d’accordo con i suoi giochi di parole che mirano a convincere della liceità morale di una terapia migliorativa o con le sue affermazioni che pongono sullo stesso piano terapia farmacologica e terapia genica. Asprina e “forbici-per-DNA” mi sembrano alquanto diversi.

 

Il transumanesimo è un treno lanciato in corsa che sembra impossibile da fermare, dal momento che la maggior parte dei vagoni sembrano proprio essere vagoni “cattolici”. Come arginare allora l’avanzata di questo meccanismo dissolutorio?

Sembra proprio che dietro eufemismi terapeutici, anche in ambito cattolico, si nasconda il miraggio del transumanesimo.

Quando si confonde l’imperfezione con la malattia e, ancor peggio, l’imperfezione con la vita-non-degna-di-essere-vissuta; quando si parla di imperfezione solo perché ci si trova di fronte ad un limite creaturale che non riesce ad essere accettato; quando non vi è limite all’ambizione perché ben poco conta la perfezione morale, conta solo quella dell’apparire, sembra davvero non ci possa essere freno alcuno capace di impedire il “deragliamento” eugenetico.

Appellarci al vero significato della vita e della natura umana ha ben poca presa sui sostenitori dell’oltreuomo per cui “Dio è morto”.

Possiamo sperare, perlomeno, di poterci appellare alle rette coscienze cattoliche auspicando un intervento magisteriale in tema.

Non possiamo fermarci al materialismo del transumano, ma dobbiamo guardare al trascendente. Non credo, infatti, nel marcusiano “uomo ad una dimensione”, ma all’aristotelico-tomista sinolo di materia e forma, di anima e corpo che la nostra Fede cattolica ci insegna.

Troppo facile pensare ad una terapia che, invece di curare, elimina gli errori delle vite di malati ed imperfetti; troppo facile agognare ad una terrena e superoministica perfezione che usa la manipolazione genetica come strumento; troppo facile evitare di pensare a malattia e morte.

La sola rinascita è quella del Battesimo, non quella laboratoristica e satanica dell’uomo-nuovo (nel caso, geneticamente editato).

La rivoluzione antropologica edonistica, per tornare al punto di partenza, ha la sua logica conclusione (almeno temporanea), nella rivoluzione antropologica transumana. Occorre una nuova restaurazione, per lo meno delle coscienze, per riportare al centro il Solo che può farci davvero comprendere e accettare la nostra natura umana.

 

 

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3 commenti su “Rivoluzione genetica: la guerra all’uomo è guerra a Dio – di Cristiano Lugli”

  1. Atti della prima Giornata nazionale della Compagnia della Buona Morte (26.05.18):

    TRE VIDEO:
    1) “Il processo della necrocultura: dalla dolce morte agli infanticidi di Stato” (Cristiano LUGLI);
    2) “Timore e tremore: i Novissimi e le anime dannate” (don Claudio CRESCIMANNO);
    3) “Medicalizzazione della morte e tramonto della vita spirituale” (prof. Matteo D’AMICO).

    Atti della prima Giornata nazionale della Compagnia della Buona Morte (26.05.18):

    TRE VIDEO:
    1) “Il processo della necrocultura: dalla dolce morte agli infanticidi di Stato” (Cristiano LUGLI);
    2) “Timore e tremore: i Novissimi e le anime dannate” (don Claudio CRESCIMANNO);
    3) “Medicalizzazione della morte e tramonto della vita spirituale” (prof. Matteo D’AMICO).

    https://www.radiospada.org/2018/06/da-vedere-compagnia-della-buona-morte-i-filmati-della-i-giornata-nazionale-26-5-18/

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