Robert Louis Stevenson. L’avventura nel cuore

La lettura del libro di Paolo Gulisano, Robert Louis Stevenson l’avventura nel cuore, Edizioni Ares, è stata l’occasione per il ritorno a un mondo che non avevamo più visitato da oltre mezzo secolo. Eppure, risentita la canzone dei quindici uomini sulla cassa del morto e nomi che pensavamo dimenticati, come Ben Gunn (…chi era costui…?) o Capitano Smollet, tutto si è ricomposto proprio come allora: i personaggi hanno ancora lo stesso volto e anche l’isola del tesoro è rimasta uguale, con le sue baie, le spiagge, i monti all’interno, la boscaglia e il mitico fortino. I ricordi dell’infanzia sono indelebili e quelli delle prime letture lasciano il segno, per quanto la vita possa averci cambiato.

Questo cambiamento viene chiamato in genere maturità, molte volte intendendo con questo termine la perdita pura e semplice dell’innocenza, spesso la giustificazione per una certa durezza d’animo, quando non per il cinismo vero e proprio. Ma non è detto che debba essere sempre così e il libro di Gulisano restituisce uno Stevenson al quale i patimenti che ha sopportato non hanno mai impedito di guardare la vita con la curiosità e lo stupore del bambino che è stato. Per questo lo scrittore di Edimburgo ha potuto lasciarci, come ricorda Gulisano richiamando un’intuizione di Chesterton, “una letteratura che esprime gioia, a costo di rischiare di sembrare infantile, dato che la gioia è da molti vista come un sentimento puerile”.

Così è naturale immaginarci Robert Louis che racconta al figliastro Lloyd la trama dell’Isola del Tesoro nel mentre, ci dice Gulisano, “le narrazioni erano accompagnate da mappe che lo scrittore andava realizzando e davanti alle quali fantasticava ad occhi aperti”.

Ci sono molti livelli di lettura possibili del più famoso tra i romanzi d’avventura di Stevenson e Gulisano non manca di analizzarli tutti: rileva l’aspetto simbolico dell’isola quale isola che non c’è, “luogo della libertà e della possibilità”. Legge il libro anche come romanzo storico, evocazione dell’epopea marinaresca del settecento. E ancora, in chiave morale “come un conflitto tra Bene e Male, tra ordine e caos”, o come bildungsroman, romanzo di formazione, quella dell’io narrante, il giovane Jim Hawkins. Tuttavia è l’adulto che vi trova a posteriori tutti questi significati.

Noi possiamo pensare che Stevenson mentre lo scriveva stesse semplicemente giocando, rievocando le storie narrategli dal padre, e che una medesima attitudine ludica abbia condotto il lettore Gulisano all’incontro con lo scrittore di Edimburgo. Del resto questo sarebbe coerente con il bel finale del suo libro: “La condizione dell’infanzia da recuperare, o meglio ancora da conservare, è quella che non ha la pretesa di mantenere una forzosa ingenuità, ma la capacità di guardare al mondo con uno sguardo autentico. È tutt’altro che finzione: è la capacità di riconoscere la strada da percorrere, il viaggio da fare”.

Quindi il “ritornare come bambini”, evangelicamente, anche come condizione per discernere il vero dal falso e il bene dal male. Questo lavoro morale, la lotta tra bene e male, la presenza nell’uomo di tutti e due gli elementi, la difficoltà di identificarli per quel che sono, insomma quello che accademicamente è stato denominato il tema del doppio, è al fondo dell’opera di Stevenson ed emerge nel più atipico dei suoi racconti, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde.

Lo scienziato, lo scientista dottor Jekyll viene sconfitto nel suo progetto di eradicare il male dal bene meccanicamente, attraverso la medicina. Il medico Gulisano, che negli ultimi due anni avrà forse avuto occasione di scontrarsi con qualche epigono del dottor Jekyll, e l’avrà perfino visto con dolorosa sorpresa trasformarsi in mister Hyde, o, nel migliore dei casi, ne avrà notato alcune somiglianze con l’atteggiamento dell’avvocato Utterson (tendo a schierarmi dalla parte di Caino, soleva dire con una punta di arguzia, e lascio che mio fratello vada al diavolo come meglio preferisce”) ci dice dove conducono gli esperimenti incauti, quando sono mossi solo dall’ambizione di Prometeo; ci dice dell’eresia rappresentata dall’“idolatria della scienza, capace di cambiare l’uomo, di ricrearlo in una sorta di nuova palingenesi. È l’eresia di voler eliminare il Dio cristiano. Se Caino è l’autore del primo omicidio, nella modernità si assiste al tentativo di uccidere Cristo, per lasciare posto a nuove divinità, come la scienza o la natura”.

La vicenda del dottor Jekyll dà estro a Gulisano di affrontare la più spaventosa, purtroppo non ancora sufficientemente conosciuta, delle questioni su cui siamo chiamati oggi ad assumerci la responsabilità di prendere posizione: il transumanesimo, che viene trattato dallo scrittore lecchese al di fuori dell’ideologia, con lo stesso “amore per la giustizia” e “passione per la verità” attribuiti all’ispirazione di Stevenson.

L’avventura nel cuore apre le porte anche alla lettura degli altri libri più importanti dello scrittore scozzese: La Freccia nera, Il master di Ballantrae, e l’incompiuto I Weir di Hermiston dandone la chiave di lettura alla luce delle vicende storiche della Scozia e insieme della sua biografia, della sua educazione sentimentale.

Il saggio di Paolo Gulisano ripercorre la vita di Stevenson con l’empatia che ci lega agli scrittori che amiamo come fossero nostri fratelli. Ci incoraggia a leggere i libri che non conosciamo ancora e a dare una ripassata alla storia inglese (meglio se riletta attraverso la lente di Hilair Belloc, che ne ha scritto un magnifico compendio) per comprendere meglio spirito e ambientazione dei suoi racconti.

Non ultimo ci rende servigio, in questi tempi decisivi, facendoci partecipi dell’ottimismo cristiano dell’autore che scorre attraverso tutte le pagine, ricordandoci, attraverso le parole di Chesterton, la lezione dello scrittore scozzese: “Il trionfo di Stevenson non è stato attraversare le sue sventure senza diventare cinico o pauroso, è stato attraversare le sue sventure emergendone quasi eccezionalmente aperto e leggero”.

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