Robinson Crusoe: naufragio e salvezza secondo un pessimista

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Tutti gli uomini sono nati ribaldi, banditi, ladri e assassini; senza la potenza restrittiva della Provvidenza, nulla ci impedirebbe di mostrarci come siamo.”

Secondo Daniel Defoe (1660-1731), considerato il progenitore del romanzo inglese e il fondatore, con il periodico “Review”, del giornalismo, la Provvidenza sarebbe stata restrittiva. Incline al pessimismo, da protestante non appartenente alla Chiesa Anglicana d’Inghilterra, fu un personaggio talmente scomodo da passare dalla gogna pubblica alla prigione, dovuta quest’ultima all’accusa di essersi posto contro la Chiesa d’Inghilterra ed anche a seguito del disastro economico in cui incappò.

Nel suo “credo” presbiteriano (il padre avrebbe voluto che diventasse pastore religioso) la visione della natura dell’uomo era improntata alla corruzione: infatti tutti gli uomini, fin dalla nascita, sarebbero stati talmente contaminati dal peccato originale da non potersi salvare. Il cattolico sa invece che, anche se si è toccati o segnati dal peccato d’origine, non si è definitivamente posti fuori dalla salvezza. Il mostrarsi come in realtà si è, secondo la filosofia e teologia pessimistica di Defoe, significava porsi in una prospettiva senza speranza. Anch’egli volle così modificare il suo cognome originario Foe aggiungendo quel “De” che l’avrebbe reso più aristocratico, più accettabile persino dinanzi a Dio!

Già la scelta di modificare l’anagrafe fa trasparire il desiderio di modificare la triste e trista realtà del peccato e fa intravedere nella poetica di Defoe quella intelligente mistura di abbinare realtà (novel) a finzione (romance), come fece nel suo libro più famoso, letto da innumerevoli schiere di adolescenti: Robinson Crusoe del 1718. Nel famoso racconto del naufrago sull’isola deserta e dell’incontro con lo schiavo liberato dai cannibali, Venerdì, molteplici sono i riferimenti religiosi che aiutano a comporre la visione del grande scrittore inglese, a cominciare dalla grande croce di legno infissa sull’isola fino alla numerazione dei giorni attraverso l’incisione di tacche ancora sulla croce.

Il romanzo è famoso inoltre per tutti gli stratagemmi di Robinson Crusoe per poter sopravvivere sull’isola per ben ventotto anni! L’episodio più rimarchevole dell’universo religioso di Daniel Defoe è quello relativo alla malattia di Crusoe, che lo portò a vivere un terribile incubo dalle estreme conseguenze. Robinson infatti sognò di un uomo disceso da una nuvola, che gli ricordava dell’importanza della sua vita e di come la stava conducendo. In quella visione soprannaturale egli fu scosso da quelle parole che gli rammentavano della sua povera esistenza non illuminata dalla fede.

L’unico libro che Crusoe aveva salvato dal naufragio e che aveva portato con sé, leggendolo e meditandolo quotidianamente, era la Sacra Bibbia. Grazie anche a questa visione e al miracolo di aver conservato la Bibbia si poteva così comprendere il fervore religioso di Crusoe. In questa prospettiva di natura protestante va inquadrato il riscatto dell’uomo-selvaggio, di nome Venerdì, e la sua iniziazione alla fede cristiana. Osteggiatore del Re cattolico Giacomo II Stuart, Daniel Defoe ebbe modo di ribadire, in altri suoi scritti, l’essenza malvagia dell’uomo: “Tutti gli uomini sono nati ribaldi, banditi, ladri e assassini; senza la potenza restrittiva della Provvidenza, nulla ci impedirebbe di mostrarci come siamo”.

In Robinson Crusoe è pertanto possibile riconoscere l’avventura umana dello stesso Defoe: il naufragio esistenziale dell’uomo, la salvezza per mezzo della fede, il ruolo della Provvidenza, la capacità di rimettersi in viaggio per poter far ritorno a casa.

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