Roma, la signora vestita di nulla. Divagazioni su Traditionis Custodes

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“1945” è un film girato in bianco e nero e uscito nel 2017, diretto dal regista ungherese Ferenc Török e ispirato a un racconto di Gábor T. Szántó. Il film è ambientato in un villaggio remoto dell’Ungheria all’indomani della fine della seconda guerra mondiale in Europa che ancora infuriava nel Pacifico. Nella locale stazione ferroviaria, discosta alcuni chilometri dal villaggio, giunge una coppia sconosciuta di ebrei osservanti, uno anziano e l’altro più giovane, forse padre e figlio.  Non si saprà di più perché sono pochissime le parole pronunciate da loro e di nessun rilievo. Hanno con sé due misteriose casse di legno che caricano su un carro trainato da un cavallo che s’incammina verso il paese e che loro seguono a piedi. Il villaggio si appresta a festeggiare il matrimonio del figlio del locale notaio comunale e proprietario della drogheria/farmacia con una ragazza invaghita, però, di un aitante giovane contadino comunista.

  1. Il capo stazione parte immediatamente in bicicletta per avvisare il notaio, a suo tempo impossessatosi dell’attività che apparteneva ai Pollock, suoi amici ebrei deportati dopo la denuncia di un uomo, che ora vive con la sua famiglia nella casa lasciata libera dagli stessi. 
  2. In realtà, chi più chi meno (Parroco compreso), gli abitanti collaborarono con i nazisti per le deportazioni degli ebrei. L’arrivo di questi due uomini scatena la paura perché induce inquietudine e si alimentano le fantasie sulle possibili ragioni del loro arrivo e il timore che possano essere stati in contatto con i Pollock e  vengano a rivendicare quanto a loro fu sottratto. 
  3. A poco a poco molti degli abitanti iniziano a fare i conti con la propria coscienza: chi denunciò i concittadini ebrei condannandoli ai campi di concentramento, chi ha sfruttato la situazione razziando i loro beni, case e possedimenti. Intanto il previsto matrimonio vacilla, poiché la sposa, guardata malevolmente dalla futura suocera, è in modo palese attratta dal giovane contadino che simpatizza per gli occupanti sovietici.

Mentre l’uomo che ha occupato con la sua famiglia la casa degli ebrei da lui stesso denunciati, si è ucciso, dopo aver cercato inutilmente comprensione dalla moglie e dallo stesso Parroco, il futuro sposo, consapevole di non essere amato e scoperta la cattiva coscienza del padre, lascia il paese.  La sposa, sfumata la prospettiva di diventare la più ricca donna del paese, incendia la drogheria/farmacia. Un acquazzone estivo bagna via come un lavacro tutte le colpe prepotentemente emerse e pagate a caro prezzo nell’arco di appena mezza giornata.

*** *** ***

Leggendo in questi giorni il recente documento Traditionis Custodes sulle procedure per estirpare l’antico rito romano mi è tornato in mente questo film per la sua amara conclusione: scrollati i sensi di colpa la maggior parte di noi è pronta a nuovi conformismi. È successo anche nella recente storia della chiesa quando, sfumata la nuova pentecoste, salutata entusiasticamente come una nuova alba che, fatti i conti, dell’alba aveva solo la durata, simile a un’illusione. Si è comunque preferita l’illusione alla realtà. 

I due ebrei protagonisti del film, con il solo incedere tranquillo e silenzioso, obbligano tutti a un esame di coscienza, la medesima funzione assolta in questi quattordici anni di… “liberalizzazione” dall’antico rito romano con il suo esistere di fronte a tutti.  

Si può tornare a casa in molti modi, racconta il film. È stata anche l’esperienza della liturgia antica di questi anni: il ripresentarsi dei sopravvissuti a uno sterminio (i messali bruciati dopo il concilio…)  in una chiesa dove i preti non solo si sono abituati alla loro assenza facendo razzia di beni e tradizioni, ma hanno anche contribuito allo smarrimento dei fedeli.

L’antico rito era la possibilità offerta di un luogo dove poter fare i conti con il recentissimo passato ecclesiale con tutte le infamie che l’hanno sconvolto e in cui è palese la stordente condizione di perdita, negata con sempre nuove contaminazioni della Fede.

In questo momento la grande tentazione, e il grande rischio, è l’emergere di uno sguardo pessimistico nei confronti della chiesa dove permane, per non accettare di riconoscere gli errori, l’opzione preferenziale di distruggere il poco che resiste obbligando, quanti vogliono riscattarsi, ad andare altrove.

Il recente documento, però, si presenta come un passo veramente positivo. Alla fine, dopo otto anni e su una questione relativa alla Fede, abbiamo un pronunciamento chiaro; la violenza, a lungo sepolta tra le ambiguità e le confusioni, si manifesta in maniera palese attraverso la persecuzione del diverso.

Certo! nei ‘pastori’ non vorremmo uomini di chiusura, uomini tanto attaccati alla legge, alla lettera della legge (Omelia in santa Marta 31.10.14) che esercitano un potere su di noi che alla fine ci sminuisce, vorremmo piuttosto trovare un insegnamento che ci aiuti a crescere.

Sotto questa luce risulta ben vera quella preghiera: “Signore dell’universo, il carattere di ogni persona ti viene rivelato e non ce ne sono due uguali. Nomina su di loro un capo che sopporti ciascuno secondo il suo carattere individuale”.

*** *** ***

Non sottovalutiamo che Traditionis Custodes s’inserisce in un alveo di testi legislativi ben attestati nel ‘900; testi che hanno usato alcuni principi base del diritto con il fine di sopprimere un gruppo ritenuto “diverso”.

Nel documento si elencano i divieti: l’impossibilità di uso delle chiese parrocchiali, l’impossibilità di costituire parrocchie personali, l’impossibilità di costituire gruppi, l’imposizione ai preti neo ordinati di avere un permesso della Santa Sede (!) per celebrare l’antico rito, l’imposizione ai preti già celebranti di chiedere nuovamente il permesso al proprio vescovo eccetera.

Ecco, leggere questi divieti ricorda da vicino la Legge per la protezione del sangue e dell’onore tedesco (15.09.1935) e i divieti che ne seguirono per gli ebrei: divieto di esercizio per medici, dentisti, veterinari, farmacisti e avvocati, divieto di insegnare, frequentare le scuole, matrimoni misti e così via fino all’impossibilità di camminare sul marciapiede, entrare in un bar o prendere l’autobus.

È tipico dei regimi dittatoriali non riuscire a risolvere i problemi che creano e ricorrere perciò all’individuazione di una minoranza (spesso disunita e rissosa) sulla quale far convogliare il malessere della massa che trova in questo modo un obiettivo su cui fare pressione.

La chiesa di Roma per 1950 anni è stata baluardo della Fede, a lei hanno guardato non solo coloro che da essa si erano “separati” e quanti contro di essa avevano “protestato”, ma anche altre religioni e in generale gli uomini di buona volontà.

Come si sa, alcuni decenni fa ha improvvisamente deciso di tagliarsi le radici e viene a trovarsi ora con il ventre a terra, appiattita sull’etica del solidarismo e dell’ambientalismo senza sapere cosa fare (Jer 14,18b), con larghe parti infettate o indotte all’apostasia, con gli ordini religiosi agonizzanti e con il suo centro, per usare le parole di un poeta, simile alla signora vestita di nulla.

È una ben grande responsabilità.  Dice il libro dei Numeri (32, 14-15): Ed ecco voi, una stirpe di peccatori, che state al posto dei vostri padri e che irritate ancora di più il Signore contro Israele. Se ti allontani dal seguirlo, egli lascerà di nuovo tutto questo popolo nel deserto e tu sarai la causa della loro distruzione

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Che dobbiamo fare? Nulla, assolutamente nulla. L’immagine del film è suggestiva e ammaestrante: le minoranze, i “diversi”, come insegna la storia, non si riescono ad estirpare del tutto, rimane sempre un piccolo resto.  

Traditionis Custodes si pone come uno spartiacque nelle coscienze dei preti e dei cristiani, tra chi sarà costretto a tacere per un senso di colpa dovuto a un’obbedienza non responsabile, chi si assolverà perché incapace di rinunciare ai privilegi ottenuti e chi, invece, al modo dei due ebrei del film, nel silenzio, camminerà verso il compimento del proprio dovere raggiungendo la meta intravista.

Traditionis Custodes non racconta, ma mostra gli effetti di una catastrofe e i segni che lascia. Ecce nunc tempus acceptábile, ecce nunc dies salútis: siamo ora costretti a una presa collettiva di posizione e all’assunzione di responsabilità come patrimonio individuale di ogni cristiano. Voltare la testa sarebbe solo una secchiata d’acqua gelida che prima o poi ci cadrebbe in testa.

In his ergo diébus exhbéamus nos sicut Dei minístros, in multa patiéntia, in jejúniis, in vigíliis, et in caritáte non ficta, continua l’antifona al Magnificat della I domenica di Quaresima.

*** *** ***

Come dei ciuffi di mughetti, umili come l’erba, piantati da chissà chi in un tempo remoto che, sebbene nessuno li curi, continuano a ricomparire, decenni dopo decenni, fedeli, nonostante la loro fragilità, come quei ricordi garbati di cui, anche se ci vergogniamo, sempre si riaffacciano nella nostra mente, insistendo con lieve gentilezza, così è del rito romano perenne, scrigno prezioso che conserva intatta la retta Fede.

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3 commenti su “Roma, la signora vestita di nulla. Divagazioni su Traditionis Custodes”

  1. La chiesa commise un gravissimo errore nel concilio vaticano II nell’adattarsi ovvero nel “compiacere il mondo ” del cosiddetto “maggio 68” noto per le rivolte studentesche parigine. La chiesa doveva rimanere ancorata ai suoi “dogmi” (non politici ma scolpiti nei testi sacri) e invece convinta di poter governare il nascente “ribellismo” dei giovani all’autorità intesa in tutti i sensi si piegò a snaturare tutta la sua tradizione che durava da millenni. Oggi ne paga terribilmente lo scotto con le chiese vuote e con una liturgia della messa fredda e distante dalla dovuta sacralità del sacrificio divino. Chi invece è rimasto nell’alveo della tradizione cattolica (vedi la Fraternità di Pio X del vescovo Léfebre) oggi si vede premiato dal popolo cattolico desideroso di ritrovare nel rito tridentino della messa i ricordi di una chiesa che attraeva e convertiva anche le anime atee.
    Questo Papa non mi pare abbia valutato bene le conseguenze della sua improvvida decisione.

  2. La Chiesa è stata sempre perseguitata soprattutto dai peccati dei suoi fedeli indegni. Prima del VII le indegnità c’erano ed erano diffuse e profonde. Per questo molti fedeli desiderosi di migliorarsi hanno cercato nuove strade. Ma tutto si è risolto nel cambiare l’esteriorità, lasciando insolute tutte le mancanze interiori e profonde dell’animo umano, che solo l’adesione piena alla Rivelazione può risolvere. Poi si è persa anche la bussola che indicava la stella polare, la sacra Dottrina, stella polare del Cristiano, immutabile punto fermo lasciatoci da Cristo perché potessimo sempre ritrovare la retta via. Ma non prevalebunt, lo ha detto Lui, non resta che credere, pregare e aspettare.

  3. Ci vuole una bella fantasia accostare il documento bergogliano con il film ‘1945’ che ripropone ancora una volta il clichè dello ‘sterminio’ ebraico. Si parli piuttosto della ‘nostra aetate’ come un’enciclica che non solo ha sconvolto la liturgia tradizionale, ma ha fatto passare le vittime come carnefici e i carnefici come vittime.

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