Rosso di San Secondo autore drammatico – di Lino Di Stefano

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Una vasta biografia di Calogero Rotondo

di Lino Di Stefano

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Valente scrittore e provetto autore drammatico, Piermaria Rosso di San Secondo (1887-1956), ebbe al suo attivo una produzione considerevole tenuto conto, altresì, della sua peculiare inclinazione sia per la narrativa in genere, sia per il teatro in cui eccelse per le innate attitudini fantastiche che ne fecero uno dei nostri migliori autori vissuti a cavallo fra l’Ottocento e Novecento. E ciò, a detta di Luigi Pirandello che gli era amico, lo stimava e ne riconosceva gli indubbi meriti di “uomo del Sud che ha in sé tutta la dannazione dei peccati, il male della vita e il sole”.

E proprio di recente un valido critico, Calogero Rotondo, ha, giustamente, voluto dedicare al suo conterraneo un saggio ermeneutico – ‘Piermaria Rosso di San Secondo’ (Terre Sommerse Edizioni, Roma, 2016) – che non ci peritiamo di definire possente sia per l’ampiezza, sia per la profondità dei temi affrontati: tutti sviscerati con competenza e cognizione di causa.

Il libro, infatti, consta di una Presentazione, di una Premessa e di cinque amplissimi capitoli i quali ripercorrono, passo passo, le intere vicende culturali dell’Autore, e, come suona il titolo del capitolo secondo, “L’Avventura e il lungo viaggio esistenziale di Rosso di San Secondo: la vita e le opere”. Non solo, il volume si avvale – fatto non secondario – di Appendice e di Apparati, entrambi ricchissimi di notizie, di documenti e di riproduzioni di diverse lettere che permettono di approfondire ogni aspetto dell’esistenza dell’Autore siciliano.

Amante delle terre del Nordeuropa – segnatamente la Germania – lo scrittore di Caltanissetta non a caso esordì con il romanzo ‘La fuga’ (1917), in cui il protagonista principale scappa verso il Nord, pur nella coscienza che l’evasione è vana per il semplice motivo, è sempre l’Agrigentino che parla, che “chi parte, qua, sa che il suo non può essere che il disperato esperimento di un’illusione”.

Uomo di lettere e di teatro di statura europea, Rosso, a detta di Calogero Rotondo “resta uno scrittore avvincente per i ‘giuochi allegorici’  e il dualismo simbolico Nord/Sud della sua opera teatrale nonché per il contrasto tra istinto e ragione, per la sua natura romantica e per la sua narrativa non retorica bensì lirica e umana”. E ciò, anche perché lo studioso, rispondendo all’intervistatore Federico Bilotti, asserisce che “parlare di Rosso non è facile perché è uno scrittore complesso per la variegatura della sua vasta opera e delle sue tematiche”.

Il narratore siciliano, inoltre, fu non solo amico di Pirandello, ma pure di Svevo, di Tozzi e di altri esponenti della letteratura italiana ed europea contemporanee a conferma della dimensione continentale, e non solo continentale, della sua opera intrisa di pirandellismo sì, ma anche di originalità; originalità che il regime medesimo seppe apprezzare quando gli conferì, meritatamente, nel 1934, il Premio dell’Accademia d’Italia. Ciononostante, oggi si avverte un certo oblìo per la complessa opera dell’Autore nisseno.

In proposito, Calogero Rotondo pur condividendo che Rosso di San Secondo è uno scrittore che sfugge a definizioni critiche conclusive sostiene, tuttavia, che fino a quando la sua produzione non sarà conosciuta o resterà chiusa nell’ambito degli studi specialistici della critica e dei convegni, per il grande pubblico rimarrà un autore che difficilmente sarà letto e studiato.

Comunque, l’Autore conobbe, ad un certo punto, molta fortuna come drammaturgo; successo che ha un po’ offuscato le novelle e i romanzi sebbene l’Editore Sciascia di Caltanissetta ne avesse ripubblicato, alcuni anni fa, gli scritti principali, onde offrire ai lettori l’opportunità non solo di conoscere il narratore, ma anche di approfondirne le tematiche fondamentali, visto e considerato, parole di Rotondo nella menzionata intervista, che Rosso “è un drammaturgo stimolante  e intrigante”.

Eccitante ed attuale perché le sue antinomie Nord/Sud non erano soltanto contrasti meramente geografici, ma soprattutto motivazioni che scaturivano dall’intimo del suo ‘io’ e, come tali, da istanze dolorose e tragiche; componenti, queste ultime, presenti, in particolare, nella sua produzione teatrale che, com’è noto, ebbe il sopravvento sull’opera narrativa, valida,  però, quest’ultima, come quella drammaturgica.

I motivi mitteleuropei presenti nei libri sansecondiani furono tantissimi a dimostrazione della  formazione non provinciale di Rosso il quale seppe conciliare i temi ardenti della mediterraneità con i soggetti esistenziali del Settentrione in una sintesi molto armonica, quantunque le favorevoli accoglienze riportate in Olanda non lo appagassero del tutto per gli eccessi di entusiasmo nei suoi confronti.

Questo perché mentre Pirandello rimaneva un cerebrale, un dialettico, in breve, un sofista, Rosso, al contrario, come ci riferisce Rotondo nell’intervista citata,  “fu un romantico, uno scrittore dal linguaggio allegorico e tutto istinto, un irrazionale, un ‘esasperato’, un irrequieto”. Prova ne è che il filosofo Adriano Tilgher osservò, su un quotidiano, nel 1922, che il Nisseno ebbe “il merito di aver superato le formule del vecchio teatro borghese e di aver fatto opera di rivoluzionario e fu in Italia il vero superatore del teatro borghese”.

Da qui, ancora, la differenza fra Pirandello e Rosso i quali possedevano, da una parte, la coscienza della crisi dei valori nelle nostre lettere e, dall’altra, la consapevolezza dei contrasti sociali generati dalla guerra; L’Agrigentino seppe, dal suo canto, valorizzare il primo romanzo dell’amico – ‘La fuga’ – chiamando l’opera libro totale visto che esso racconta il viaggio di una persona che per sfuggire al travaglio interno e al disordine del vivere abbandona il Sud per dirigersi verso il Nord, terra dei suoi amici tedeschi.

Accennando, ora, alla produzione narrativa e teatrale del Nisseno, è giocoforza rilevare che le sue opere sono non solo numerose, ma anche notevoli e seducenti – per citarne solo alcune, ‘La Fuga’,  il ‘re della zolfara’, ‘Tre vestiti che ballano’, ‘Banda municipale’ e ‘Marionette che passione’ – vista la carica motivazionale di cui sono dotate e considerata, altresì, la singolare inclinazione dell’Autore per l’arte dello spettacolo.

Tutto ciò, non esclude, naturalmente, che anche in Rosso fossero presenti qualche caduta di stile e alcune ripetizioni le quali non inficiano, però, la generale positività di un’opera che si lascia apprezzare per un verso, per la spontaneità dell’ispirazione e, per l’altro,  per la scelta degli argomenti inerenti alla crisi dei valori, ivi compresa quella relativa alla donna-oggetto, alla maternità, etc.

La qualcosa autorizza Rotondo a sostenere, nella più volte citata intervista, che “nelle opere di Rosso si possono cogliere non solo il sentimento della passione, del dolore e della ‘pena di vivere’ all’interno di una società piena di contrasti, ma anche  quelle tematiche che caratterizzano la poetica della sua epoca ossia quella poetica motivata , tra l’altro, sulla metafisica dell’’essere’”.

Venendo, adesso, ai volumi che resero famoso, in Italia e all’estero, il nostro Autore ci piace subito soffermarci su ‘Marionette che passione’(1918) sul cui sfondo – costituito dalla Sala del Telegrafo  di Milano – si muovono gli interpreti delle vicende impegnati nella redazione di telegrammi che non vengono né compilati, né inviati. Pure i nomi  dei protagonisti costituiscono uno speciale rilievo considerato che ci troviamo di fronte, ad esempio, ad un ‘Signore in grigio’, di una ‘Signora dalla volpe azzurra’ e di ‘Signore a lutto’ nonché ad altre figure minori. Le persone in oggetto sono investite di questioni esistenziali, tant’è vero che sempre Pirandello scrisse al riguardo che, non a caso, le persone di tale commedia non portano un nome proprio, bensì degli appellativi di poveri cristi.

E sempre a proposito di ‘Marionette che passione’, tale lavoro all’inizio non raccolse i favori del pubblico, ma non c’è dubbio che la commedia rappresentò – e rimane – il punto acmetico dell’impegno letterario dell’Autore anche perché, osserva opportunamente Calogero Rotondo, “qui ogni preparazione logica, ogni sostegno logico sono aboliti; precipitiamo d’un tratto in una piena esasperazione dionisiaca. I personaggi presi tutti nell’ardente voragine della passione che li divora”.

Altrove, il critico, ribadendo le componenti romantiche dello scrittore, ha buon gioco a definire la menzionata commedia “opera drammatica e di carattere esistenziale”; sostenuto, in ciò, dall’autorevole giudizio di Pirandello per il quale “Rosso di San Secondo può andare orgoglioso d’aver dato una pura opera di poesia al teatro italiano”; opera, aggiungiamo con lo studioso Felice Modica, rientrante nei capolavori del grottesco teatrale.

L’altro grande impegno letterario di Rosso è rappresentato dall’opera teatrale ‘Il ratto di Proserpina’ (1932) la quale non è altro che un intreccio lirico in una Sicilia mitica sulla quale si stagliano le peripezie del rapimento, appunto di Proserpina – diventata, in seguito, dea degli Inferi – da parte di Plutone.

Ancora una volta, giustamente, a nostro giudizio, Rotondo definisce il dramma “opera teatrale grandiosa” a conferma dell’originalità e complessità, insieme, di un lavoro quant’altro mai moderno e avente, è sempre il critico che parla, come presagio “l’affrancamento e liberazione dell’asservimento del genere umano (…) e la conciliazione tra l’uomo e la civiltà industrializzata”.

Se le menzionate restano gli esiti più felici dell’impegno dello scrittore, pure le altre opere non delusero le attese come, per portare qualche altro esempio, ‘Il re della zolfara’, ‘Monelli’, ‘L’ospite desiderato’, ‘La bella addormentata’, ‘Una cosa di carne’, ‘La scala’, ‘Lo spirito della morte’ e numerose altre. Il Nisseno in definitiva rimane, da una parte, una delle voci più importanti della nostra letteratura, a cavallo fra due secoli, e resta, dall’altra, secondo Rotondo, uno scrittore controcorrente.

Un uomo di lettere, cioè, ‘sui generis’ in quanto, è sempre il critico che si esprime, alieno “dalla letteratura ufficiale” e convinto “scrittore europeo”, visti i suoi riferimenti culturali affondanti le radici nell’espressionismo, nell’esistenzialismo e nel pensiero di Bergson.

Chi vorrà approfondire, con serietà, le problematiche insite negli orizzonti culturali e intellettuali di Piermaria Rosso di San Secondo, non potrà, assolutamente, prescindere dal poderoso studio critico di Calogero Rotondo.

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