Sandor Petofi: il cantore del popolo ungherese  –  di Lino Di Stefano

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Hai visto, mia cara il Danubio

Con la sua isola in mezzo?

Così nel mio cuore

Sta la tua immagine.

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La poetica e la poesia di Petofi ricalcano in prevalenza i temi dell’ambiente di nascita: ambiente che ha  come centro d’interesse la campagna, i fiumi, l’’Alfold’, vale a dire il bassopiano, la ‘puzsta’, la parte deserta e sterile della pianura, gli animali, i lavori campestri, la patria, tanto amata, nonché altri motivi a lui cari come la tristezza, i ricordi e la lontananza.

di Lino Di Stefano

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zzpetofiQuesta breve lirica, potrebbe essere il biglietto di presentazione del citato grande poeta magiaro la cui vita non fu breve, bensì brevissima – (1823 -1849) –; però non tanto esigua da impedirgli di lasciare alla posterità la dimostrazione che egli rimane, ancora oggi, una delle massime voci della poesia ungherese del XIX secolo. La letteratura magiara restò, com’è noto, per diversi secoli un’espressione di carattere religioso, precisamente da quando apparvero i testi più antichi.

Come, ad esempio, ‘Discorso funebre’ e ‘Lamento di Maria’, entrambi risalenti al XIII secolo; essa, inoltre, si manifestò per molto tempo in lingua latina prima di riscattarsi e trovare nel poeta Balassa – verso la fine del Cinquecento – colui che per primo compose nella lingua natìa. Da tale società, inoltre, restavano escluse le classi popolari e, allora, bisognerà attendere Ferenc Kazinczy per rinvenire l’autore che rese più flessibile l’idioma di un popolo di lontane origini ugrofinniche.

Altri importanti lirici magiari rispondono ai nomi di Jànos Arani (1817-1882), Jànos Vaida (1827-1897) Endre Adi (1887-1919), Arpàd Toth (1886-1928), Sàndor Màrai (1900-1989) e numerosi altri. Efficaci i seguenti versi di quest’ultimo autore  allorquando in una poesia, senza titolo, osserva, opportunamente: “Non ti placare, mio cuore. Non dimenticare mai./ Non sciogliere nella dolciura del perdono/ il tuo atto d’accusa” (trad. Folco Tempesti).

Con l’Inno nazionale – scritto da Ferenc Kolcsey nel 1823 – la poesia magiara assunse nuova fisionomia  acquistando nuovo slancio e approdando nel Romanticismo perché conforme allo spirito della stirpe la quale da questo momento dette alla nazione una grande linfa poetica e un unità di popolo cosciente dei propri destini.

 Non a caso, l’Inno concludeva, significativamente, con le seguenti parole: “Dio, pietà dell’ungherese, troppo spesso battuto dal turbine. Stendi su di lui il tuo braccio a proteggerlo in mezzo alle sue sofferenze. Concedi un anno felice a lui che la sventura da lungo travolge: questo popolo ha già scontato il passato e l’avvenire” (trad. cit.).

Tra le voci più originali e schiette della lirica magiara dell’Ottocento, spicca quella di Sàndor Petofi il quale ebbe un’esistenza non solo effimera, ma anche oltremodo tormentata sia per le sue condizioni di indigenza, sia per la morte prematura della fidanzata Etelka, sia, infine, per l’invidia dei suoi concittadini. Questi ultimi, per un verso, bocciarono la candidatura del poeta al Parlamento nazionale – cacciandolo pure dal villaggio nativo –  e, per l’altro, gli affrettarono la morte.

La poetica e la poesia di Petofi ricalcano in prevalenza i temi dell’ambiente di nascita: ambiente che ha  come centro d’interesse la campagna, i fiumi, l’’Alfold’, vale a dire il bassopiano, la ‘puzsta’, la parte deserta e sterile della pianura, gli animali, i lavori campestri, la patria, tanto amata, nonché altri motivi a lui cari come la tristezza, i ricordi e la lontananza.

Egli ama il Tibisco tortuoso e così lo ritrae, con realismo, nel componimento omonimo. “Nel suo letto senz’argini il fiume/ scorreva sì calmo e sì mite/ non voleva che i raggi del sole/ inciampassero nel crespo delle sue schiume (trad. cit.). La lirica contiene anche l’esaltazione della natura come la seguente: “Oh natura, divina natura! (…) / Quanto sei grande! E quanto più taci/ tante più cose sublimi tu narri” (trad. cit.).

Il poeta dimostra, inoltre, una particolare simpatia per la cicogna anche se è “un uccello/ modesto come me: si veste/ metà nero e metà bianco”. La cicogna gli è cara soprattutto perché è “fedele abitatrice/ della mia terra, della dolce/ pianura dell’Alfold”. Dopo aver ribadito l’amore per la ‘puzsta’ perché bella come “il volo d’una pudica fanciulla/ che avvolge un fitto velo” (trad. cit.), Petofi si autodefinisce un ‘uomo vagabondo’ che ha dovuto sopportare “freddo e fame” (trad. cit.); egli parla, a questo punto, pure dei fenomeni della natura quali i venti che “ora spaziano incessanti” (trad. cit.) nella ‘puzsta’ d’inverno; descrive, altresì, il sole e alcuni stati d’animo come la speranza e la tristezza definita, quest’ultima, significativamente, “un oceano immenso” (trad. cit.), nonché i giorni tremendi durante i quali persone maligne e malvagie cercarono di umiliare la sua patria, l’Ungheria. Un’esistenza più lunga avrebbe assicurato all’infelice lirico di Kiskòros una fama maggiore di quella conquistata e di per sé già notevole.

Alcune righe di poesia come, ad esempio, queste – “Un cespuglio di rose sulla china del colle:/ così la tua chioma sulla mia spalla” – a detta del critico e studioso della letteratura magiara, Folco Tempesti, “fluiscono calme e lente come gli stessi fiumi della sua terra”, poiché il lirismo, prosegue lo studioso, “è tutto raccolto nei particolari” (Lirici ungheresi, Vallecchi, Firenze, 1950, p. 53), visto che l’anima dello scrittore possiede una particolare sensibilità a cogliere i paesaggi.

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1 commento su “Sandor Petofi: il cantore del popolo ungherese  –  di Lino Di Stefano”

  1. La teoria ugrofinnica che fu un’invenzione degli Asburgo per umiliare i rebelli ungheresi (rivoluzione e lotta per la liberta 1848-49 – la stessa che a Petőfi gli costo’ la vita) non e’ piu’ condivisa dai finlandesi stessi. Per una ragione per me sconosciuta, L’Accademia Scientifica Ungherese la sostiene ancora.
    E’ piu’ probabile che l’ungherese sia correlato con sia il sanscrito e l’etrusco. Le proporrei di leggere le pubblicazioni di prof. Mario Alinei al riguardo. All’inizio dell’ottocento pero’ gli ungheresi sapevano ancora qual’era l’origine del loro idioma: non e’ per caso che il grande scentifico e linguistico, Sándor Kőrösi Csoma se ne ando’ verso l’oriente a cercare le origini della nazione ungherese nel 1820. Lui parlava 20 lingue e fu scrittore del primo dizionario tibetano-inglese.

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