SATANA ESISTE. L’ULTIMO LIBRO DI DON ARIEL STEFANO LEVI – di Giovanni Lugaresi

di Giovanni Lugaresi


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(clicca sull’immagine di copertina)

 

Fino al 1962, alla fine della celebrazione della messa il sacerdote, ai piedi dell’altare, recitava una preghiera il cui incipit così suonava: “Sancte Michael Archangele,/ defende nos in proelio;/ contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium…” (“San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia; vieni in nostro soccorso contro  la cattiveria e le insidie del diavolo…”). Si tratta di una preghiera della tradizione cattolica, recitata solitamente (un tempo) durante il Rosario, o alla fine, prima delle litanie lauretane.

Un papa di profonda fede e grande saggezza, Leone XIII, aveva ordinato di recitare questa orazione al termine della santa messa, appunto, dopo una preghiera alla Madonna.

Quel Pontefice si rendeva evidentemente conto del pericolo costituito da Satana, del quale oggi (certi) preti, frati, catechisti, e fors’anche vescovi, poco o punto parlano. Taluni, perché non è opportuno dire che esiste il Maligno, massime se ci si rivolge ai bambini; altri perché pensano che trattare del demonio sia roba da Medioevo. E al diavolo (è il caso proprio di dire!) pagine del Vangelo, discorsi dei Padri della Chiesa, testimonianze di esorcisti, insegnamento della Chiesa stessa.

All’insegnamento di Leone XIII, al suo comando di recitare quella invocazione contro il demonio, i sacerdoti avevano obbedito – a quei tempi, infatti i papi venivano ascoltati, mentre oggi, con sacerdoti che celebrano liturgie a volte al limite della validità?! Del resto, quella invocazione era già scomparsa nella riforma della messa in latino attuata sotto il pontificato di Giovanni XXIII – né si sa il perché.

Chi invece all’esistenza del demonio crede, e del pari crede alla sua azione nefasta, tenendo fra l’altro ben presente quel “fumo” diabolico insinuatosi anche all’interno della Chiesa cattolica (giusto l’allarme di Paolo VI) è un sacerdote non ancora cinquantenne, di profonda fede, retta dottrina, che prima di venire ordinato pochi anni fa, il mondo ha conosciuto, nel mondo ha vissuto, anche in quel mondo per il quale Cristo non ha pregato!

Fedelissimo all’insegnamento del Papa e della Chiesa, condivide ovviamente la tesi di Benedetto XVI sul Vaticano II in fatto di continuità – e non rottura – con la tradizione.

Autore di diversi saggi e libri, ecco ora un testo che a taluni presbiteri farà storcere il naso, ma non alla schiera dei “cattolici papisti”, alla quale ci onoriamo di  appartenere.

Il titolo ha alcunché di provocatorio. “E Satana si fece trino”, sottotitolo: “Relativismo individualismo disubbidienza analisi sulla chiesa del terzo millennio” (Bonanno editore; pagine 290, euro25,00). E provocatorio è del resto l’ampio, articolato discorso di Ariel Stefano Levi di Gualdo, allievo dello studioso gesuita Peter Gumpel, che non ha alcun rispetto umano, non teme i sorrisetti di sufficienza di quei confratelli che fra di loro non si chiamano (evidentemente perché non si ritengono più tali) confratelli, bensì colleghi (sic!), non teme del pari la presuntuosa e altezzosa sicumera di certi teologi, dimostrando per converso fedeltà esemplare alla Chiesa. I cui uomini pusilli, vanagloriosi, carrieristi, peraltro colpisce con quella forma di carità rappresentata dal porre in primo piano la Verità. Usando anche, quando occorra,  un linguaggio crudo. Ne ha insomma, per tutti e canta chiaro a tutti quel che ogni cattolico dovrebbe sapere e attuare.

Per cui don Levi si rende pure interprete di quanti, nella Chiesa, soffrono in maniera indicibile per i tralignamenti di non pochi ecclesiastici indegni, e che, secondo le descrizioni dell’autore, hanno evidentemente perso il senso del peccato, e con esso la dignità di uomini prima ancora che di sacerdoti. Come altrimenti parlare di preti gay, di preti pedofili, di preti che pur di fare carriera nelle gerarchie sono disposti a tutto? Sentite quello che scrive il nostro autore: “… Questa è la vera forza dell’Anticristo: ammaliare con la vanità i mediocri e i superficiali per farne propri fidi operai; indurre i moderni padri della Chiesa all’impotenza, con gli occhi paralizzati verso il cielo in attesa che lo Spirito Santo, questa volta sotto forma di rapace aquila anziché di mite colomba, giunga a toglierci dai guasti con un miracolo; sempre ammesso che non gli sparino i cecchini dai torrioni del Vaticano”.

Non poteva omettere, don Levi (che sottolinea pure il peccato di omissione) di citare le orripilanti storture (per così chiamarle) liturgiche delle quali è stato testimone all’estero: dall’Olanda all’Austria, dalla Germania ai Paesi Scandinavi, dove le “licenze” che si prendono i sacerdoti fanno veramente senso e danno conferma di quel che da diverse parti si sottolinea: la protestantizzazione latente, e in tanti casi ormai di fatto, di certo clero cattolico.

In nome dello (non si sa quale) spirito del Concilio? Ma il Concilio non ha stravolto la liturgia, come fanno (ad libitum) certi preti che spettacolarizzano tutto, facendo i primattori. Al centro della celebrazione c’è Nostro Signore: non il sacerdote, e non la “pia donna” incaricata di far questo e quest’altro andando e tornando dall’altare, maneggiando con grande disinvoltura (e nessuna devozione) i vasi sacri, come l’autore ci racconta!

E l’abito? Don Levi si rifà ai documenti, alle prescrizioni conciliari e delle conferenze episcopali, per sottolineare che, anche in questo àmbito, ognuno vada per la sua strada, disubbidendo. Esortazioni, ammonimenti? Ma chi li segue. Pare si vergognino del loro abito, certi preti e certi religiosi. Pare vogliano mimetizzarsi tra la folla, evitare segni che li rendano riconoscibili agli occhi della gente.

I casi limite di sacerdoti che non portano alcun segno del loro “essere sacerdoti” e di conseguenza se ne infischiano di rituali per le celebrazioni liturgiche e per la somministrazione dei sacramenti, se nei paesi citati assumono aspetti inimmaginabili, da noi ugualmente ci sono scene vergognose. Come quelle di emittenti televisive che al sabato pomeriggio ci propinano preti in maglietta o in giacca e cravatta che, stando davanti a quella specie di tavola calda che sono i nuovi altari, spiegano il Vangelo!!!

Del resto, poi, i risultati si vedono, come sottolinea l’autore di questo stimolante libro, parlando ci chiese mezze vuote.

“… Spesso siamo tremendamente figli di Mammona. Insomma, un prete in jeans che arriva a bordo di una bella automobile sportiva con le casse stereo che diffondono musica pop per tutta la via e che parla con un telefono cellulare di ultima generazione, può essere per i giovani anche un simpatico e trasgressivo amico che li legittima a essere figli del di questo mondo, come egli è figlio di questo mondo, seppur prete ‘di mestiere’; ma non sarà mai un educatore, tanto meno un testimone credibile del Vangelo, solo un libero professionista di quell’azienda chiamata diocesi, a sua volta parte di quella grande società multinazionale chiamata Chiesa Cattolica Apostolica Romana”. Don Levi, come si legge, sa essere polemicamente ironico, ma sa andare anche giù pesante contro quella sporcizia nella Chiesa di cui parlò in un memorabile Venerdì Santo l’allora cardinale Ratzinger…

Da ultimo (ma non ultimo), il celibato dei preti, ricchezza della Chiesa. E qui, le convinzioni (le argomentazioni) su questo status del clero cattolico latino di don Levi ci fanno andare con la memoria a quegli anni Sessanta nei quali un padre Ernesto Balducci “prima maniera” (!!!) pubblicava un testo memorabile quale “Perché i preti non si sposano”.

 

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La Voce di Romagna, 16 dicembre 2012

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