Scherzi da prete: don Camillo e padre Brown

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Sabato 27 novembre alle ore 17, presso l’Auditorium Santa Maria Maddalena di Isola della Scala (Verona), in via Roma 85, Fabio Trevisan presenta “Scherzi da prete: don Camillo e padre Brown”, un interessante incontro con le due celebri figure di sacerdote create da Giovannino Guareschi e Gilbert Keith Chesterton.

Tra Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) e Giovannino Guareschi (1908-1968) ci sono diversi parallelismi. Il primo, che balza agli occhi, è che entrambi sono divenuti celebri per due figure di sacerdoti: Padre Brown e Don Camillo. Sorti dalla loro fertile penna, il primo apparve attorno al 1911 ed il secondo all’incirca alla vigilia di Natale del 1946, comparendo sulle pagine della rivista settimanale Candido. Nonostante le differenze fisiche dei due sacerdoti (Padre Brown è descritto da Chesterton come un pretino dell’Essex goffo, trasandato, un po’ miope, con un ombrello logoro che gli cadeva da tutte le parti, con gli occhi inespressivi come gli gnocchi del Norfolk ed il cui tratto di spicco era quello… di non averne alcuno! Il secondo, Don Camillo, era un uomo che proveniva dalla bassa padana, con i piedi ben piantati per terra e due mani grosse come badili) entrambi avevano qualità umane straordinarie ed una dottrina solida che cercava innanzitutto la salvezza delle anime.

Nel primo racconto di Chesterton: “La croce azzurra”, Padre Brown insegue il famigerato ladro francese Flambeau non tanto per consegnarlo alla polizia ma per salvargli, con la grazia di Dio, l’anima: “Anch’io, caro Flambeau, ho cercato di rubarti qualcosa di molto più prezioso della croce azzurra (un crocifisso tempestato di diamanti), la tua anima”. Flambeau, dopo essersi convertito ed aver abbandonato l’esperienza del crimine, diventerà l’assistente di fiducia nelle investigazioni del sacerdote cattolico. Don Camillo ha nella figura del comunista Peppone la persona da far rinsavire per la salvezza della sua anima. Sia Chesterton sia Guareschi hanno, nei loro scritti, una qualità ed una combinazione assai rara di tre importanti elementi: la capacità di farci sorridere, commuovere e soprattutto pensare. I loro personaggi ed i loro racconti hanno tre ingredienti che li rendono sempre attuali: umiltà, umanità, umorismo.

Chesterton ha scritto uno straordinario poema epico: “La ballata del cavallo bianco” nel 1911, nel quale Re Alfred, il Re cattolico protagonista dell’insorgenza contro i pagani Danesi, prende una focaccia cotta in faccia in segno di umiltà gettatagli contro da una donna (nella foresta), alla quale egli aveva promesso di non bruciarla. Entrambi gli autori hanno più volte stigmatizzato le ferite dell’orgoglio. I loro personaggi, da Padre Brown a Flambeau, da Don Camillo a Peppone, hanno un’identità forte e dai loro caratteri traspare una profonda umanità, nonostante i peccati e gli errori commessi: Flambeau era un ladro, Peppone un comunista.

Sia Chesterton sia Guareschi, nei loro personaggi, fanno spesso riferimento al Sacramento della Confessione, seppur in modi diversi. Entrambi erano disegnatori e vignettisti: Chesterton si era diplomato alla Slade School of Art (una rinomata Scuola d’arte) ed iniziò ad illustrare i libri dei suoi amici scrittori (Hilaire Belloc in particolare). Di Guareschi sappiamo che con il Bertoldo e il Candido ha creato una serie di indimenticabili vignette. Entrambi, nonostante tutte le difficoltà che hanno incontrato nella loro vita (Chesterton nell’età adolescenziale cadde in una forte depressione) conservavano una visione ottimistica fondata sul realismo cristiano. Erano scrittori che amavano ironizzare fino al paradosso, in particolare Chesterton, che veniva definito un “maestro del paradosso”.

Esempi di frasi felicemente paradossali chestertoniane: “Tutte le strade portano a Roma. Per questo molta gente non c’è mai andata!”. “Il pazzo non è colui che ha perso la ragione, ma colui che ha perso tutto…tranne la ragione!”. “Si arriva sempre tardi perché…si va troppo di fretta!”. Per Chesterton il paradosso era una scorciatoia per arrivare alla verità. Entrambi credevano nel senso comune e nella morale delle favole. Guareschi amava inventarsi favole da raccontare ai figli e ai nipoti, Chesterton dedicò un intero capitolo del saggio “Ortodossia” alla morale delle favole.

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