Se non c’è una ragione per vivere… non c’è nemmeno una ragione per essere onesti – di Corrado Gnerre

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… in questi giorni i mezzi d’informazione ci stanno presentando l’ennesimo caso di corruzione politica, anzi: di commistione tra mafia e politica… sentendo queste notizie, può lievitare una tentazione, quella di pensare che ciò che è stato ancora una volta scoperto sia l’esito di problemi strutturali, di sistema, d’incapacità da parte dei partiti di non saper “filtrare” adeguatamente e quindi di non saper evitare che disonesti possano “infiltrarsi” e fare i loro sporchi interessi… No. Queste sono sciocchezze! Il problema è antropologico. Cioè è un problema legato all’uomo. Alla sua natura e al suo destino.

di Corrado Gnerre

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zzcsGilbert Keith Chesterton scrive in Ortodossia“I materialisti non riescono mai a comprendere bene neppure il mondo: fanno affidamento in tutto e per tutto su poche massime ciniche non vere. Ricordo che una volta stavo passeggiando con un facoltoso editore, il quale fece un’osservazione che avevo già sentito in altre occasioni; si tratta, in effetti, quasi di un motto del mondo moderno. (…). L’editore disse di qualcuno: ‘Quell’uomo farà strada perché crede in se stesso.’ (…). Gli dissi: ‘Vuole che le dica dove si trovano gli uomini che più credono in se stessi? Perché glielo posso dire. (…) Gli uomini che davvero credono in se stessi stanno nei manicomi.”

Chesterton ha ragione: una delle più grandi follie è quella di credersi sicuri di sé. Attenzione: non semplicemente sicuri, ma sicuri di sé. C’è differenza. Sentirsi sicuri è una virtù, e il non averla può generare problemi, problemi –appunto- di “insicurezza”. Sentirsi sicuri di sé è un’altra cosa. Vuol dire essere convinti che la propria persona può risolvere tutto, che la chiave sta in se stessi, che ognuno può salvarsi da sé, che ognuno è del tutto autosufficiente.

Si deve essere sì sicuri, ma sicuri perché c’è qualcun altro che sostiene, perché si è convinti di non esser soli nell’avventura della vita, perché quell’implorazione e quell’invocazione che scaturiscono dal cuore non possono andare perdute, perché c’è Qualcuno che accoglie quell’implorazione e quell’invocazione e che queste non si smarriranno in un infinito senza risposta.

Perché, cari pellegrini, è bene dedicare la sosta di questo mese di dicembre 2014 ad un argomento come questo?

Perché in questi giorni i mezzi d’informazione ci stanno presentando l’ennesimo caso di corruzione politica, anzi: di commistione tra mafia e politica.

Ebbene, sentendo queste notizie, può lievitare una tentazione, quella di pensare che ciò che è stato ancora una volta scoperto sia l’esito di problemi strutturali, di sistema, d’incapacità da parte dei partiti di non saper “filtrare” adeguatamente e quindi di non saper evitare che disonesti possano “infiltrarsi” e fare i loro sporchi interessi. Oppure (un’altra tentazione) pensare che basterebbe l’educazione civica, e anche un eticismo moralista sparso un po’ di qua e un po’ di là, per cercare di sensibilizzare gli uomini (soprattutto le giovani generazioni) al “rispetto della legalità”, come oggi si ama dire.

No. Queste sono sciocchezze! Il problema è antropologico. Cioè è un problema legato all’uomo. Alla sua natura e al suo destino.

Alla sua natura, perché l’uomo è “ferito”. C’è poco da fare, tutti coloro che negano il peccato originale e le sue nefaste conseguenze, sono poi incapaci a spiegare il mistero dell’uomo e sono costretti a tradire quell’intelligenza che serve per capire adeguatamente la realtà. E’ ciò che ci ha detto Chesterton: “I materialisti non riescono mai a comprendere bene neppure il mondo: fanno affidamento in tutto e per tutto su poche massime ciniche non vere.” Ma davvero si può credere che basterebbe costruire una società ben funzionante per far sì che l’uomo scelga l’onestà, l’altruismo, il costante rispetto delle regole? Un conto è parlare di influenza che la società può avere sulle scelte individuali, altro di determinismo automatico. Da una famiglia sana più facilmente cresceranno dei figli moralmente sani, ma non c’è alcun automatismo; così da una famiglia di delinquenti più facilmente verranno fuori figli che sceglieranno la delinquenza, ma anche qui non c’è alcun automatismo di sorta.

Ma, cari pellegrini, dicevamo che il problema non è solo antropologico ma è anche legato al destino dell’uomo. Se non c’è una vera ragione per vivere, facilmente viene meno anche una vera ragione per essere onesti e per fare tutto ciò che è giusto fare.

L’unica ragione è riconoscere che la propria vita non è frutto del caso, che non siamo “gettati” nel mondo, ma esito di un progetto, che c’è un Logos che fonda la nostra vita e che, se liberamente corrispondiamo, è disposto ad accompagnarci.

Solo questa Ragione ci dà un motivo serio per sacrificarci, per essere responsabili, per essere coraggiosi nel saper dominare noi stessi, le nostre brame, la sete e la fame di potere, la ricerca spasmodica di trovare in questo mondo l’unico spazio per imporre noi stessi.

Solo questa Ragione ci fa capire la bellezza di rimanere fedeli, di rimanere fedeli al vero, a quel vero naturale che senza equivoci ci presenta il bene come bene e il male come male.

Ma se questa Ragione non c’è … meglio: se questa Ragione la si è voluta cancellare dalla vita degli uomini, dalla società, dall’azione politica, dalla cultura, da tutto, è da stolti lamentarsi e chiedersi stupidamente il perché di ciò che accade, il perché di questa corsa al danaro, di questa corsa ad alzare sempre più l’asticella dei propri desideri.

Senza la Ragione, c’è solo la follia.

Senza la Ragione, c’è solo il caos.

Senza la Ragione, c’è solo la giungla del “si salvi chi può”.

Senza la Ragione, non c’è più la forza del diritto, ma il diritto della forza.

Senza la Ragione, c’è solo il delirio di pensare che basterebbe fare un po’ di etica politica e sparirebbero corruzione e arrivismo.

Senza la Ragione, c’è solo la stoltezza di credere che con una goccia d’acqua si possa spegnere un vulcano in eruzione.

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fonte: Il Giudizio Cattolico

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5 commenti su “Se non c’è una ragione per vivere… non c’è nemmeno una ragione per essere onesti – di Corrado Gnerre”

  1. Analisi perfetta! C’è un Salmo della Bibbia che diche che: “L’uomo nella prosperità (che è poi anche quello che crede troppo in se stesso), non comprende: è come gli animali, che periscono”. E Gesù Cristo dice: “Ti ringrazio, Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intellligenti (comprendenti anche coloro che credono solo in se stessi), e hai voluto rivelarle agli umili …”.

  2. Fabio Trevisani

    Tutto ciò è pienamente condivisibile ma, soprattutto, è ragionevole. Senza una speranza che va oltre questo mondo, la vita diventa un immenso supermercato da cui arraffare più che si può; e tutto ciò che ci limita o, peggio, ce lo impedisce, dobbiamo fare di tutto per toglierlo di mezzo; e, infine, quando ciò non è più possibile, meglio farla finita. Io sono il centro del mondo (come dice la pubblicità), gli scopi sono questi ed i mezzi per raggiungerli vanno bene tutti, al diavolo la giustizia, il rispetto, le altre persone, etc. etc. Sembra la sconfortante fotografia del mondo di oggi.
    La Giustizia e la Speranza non possono mai essere disgiunte: è la seconda che sostiene la prima; ma senza Fede come sopravviverà la Speranza? E quindi, senza la Fede, come potrà esserci Giustizia? La cosiddette “legalità” è un’invenzione moderna che non ha nulla da spartire con la Giustizia, è solo un’illusione laicista di poter costruire un mondo perfetto senza Dio. Ma solo un’illusione. Dio ci salvi.

    1. Concordo in pieno. Alla Ragione- correttamente cioè cristianamente intesa, come ce la mostra l’articolo – affiancherai l’autorità. Si è voluto scientificamente espungere l’autorità da tutte le sedi in cui era necessaria, togliendo valore alla scuola, all’educazione genitoriale, alla Chiesa tradizionale, e ora che cosa resta? Da dove si riparte? Anche i pensosi intellettuali di sinistra cominciano a preoccuparsi vedendo le giovani generazioni male educate, inerti e disarmate, ma fingono di non sapere di essere stati loro i cattivi maestri. Nella loro ipocrisia, ne incolpano il governo di Berlusconi, ma è una scusa che non regge più. Il danno è stato fatto ben prima: i genitori che ricorrono al TAR per una cattiva pagella dei figli sono a loro volta gli allievi volenterosi dei docenti sessantottini.

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