Come si può parlare di educazione se gli educatori si arrendono? – di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungaretti

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bbprsttLa notizia dell’esistenza delle baby prostitute parioline è di quelle che fanno gelare e non deve essere passata sotto silenzio. La notizia che quelle bambine non esitavano a incontrare uomini adulti, anche sposati e padri di famiglia (corresponsabili di una simile vergogna) per potersi comprare abiti firmati, beni di consumo costosi e droga fanno dubitare, a prima vista, di avere letto bene. Venire a sapere che esiste una madre capace di spingere la figlia minorenne a prostituirsi perché ha bisogno di soldi è sconvolgente e scende ancora al di sotto del livello infimo dei peggiori romanzi di appendice dell’800. E quando ci si rende conto che, sì, si è letto bene, si rimane annichiliti. Almeno questo è capitato a me, cattolica bambina e parruccona, e la mia prima reazione è stata quello di ringraziare, forse un po’ egoisticamente, il Signore perché non ho avuto figlie femmine e di pregarlo perché non induca mai in quelle tentazioni il mio unico figlio non più adolescente.

           Mi sono tornate in mente le parole di Gesù sulla via del Calvario: “Figlie di Gerusalemme … piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato!” (Lc 23, 28 – 29). Quei giorni sembrano proprio venuti. Verrebbe da pensare che sia meglio non avere figli piuttosto che dover prendere atto di un fallimento educativo di simile portata. Un paio di mesi fa scrivevo di una tredicenne inglese che si era presentata in casa di un uomo maturo proponendogli di “fare sesso“, della pronta ed entusiastica adesione di lui e del perverso buonismo del giudice inglese che aveva mandato libero quel pedofilo conclamato, perché vittima della sua seduttrice in erba alla quale, peraltro, riconosceva il pieno diritto di fare del suo corpo quel che le pareva. Ero ingenua a  meravigliarmi tanto! Non sta accadendo lo stesso anche da noi, tra la scandalizzata riprovazione di tutti e la corrispondente inerzia di chi potrebbe prendere concreti provvedimenti educativi e non lo fa?

         Questo è il punctum dolens del problema: tutti inorridiscono, ma la nostra classe dirigente, sia politica che mediatica, quella che in questo momento storico potrebbe influire sul costume corrente, si rivela invece  totalmente inerte, incapace di intervenire o addirittura ipocritamente connivente, perché tutta di matrice sessantottina. Ricordate, qualche anno fa, la presentatrice televisiva Alda D’Eusanio presentarsi in TV indossando una T-shirt con su scritto: DALLA? Quella scritta non alludeva al cognome del cantante Lucio Dalla – come avevano  interpretato molti, tra i quali la vostra ingenua amica  Carla – ma a ben altro,come le spiegò suo marito, ben più smaliziato di lei. Ora, anche se i membri di quella classe dirigente da incendiari che erano, con l’esperienza di vita sono diventati pompieri, essi non possono negare, 40 anni dopo, di essere stati loro a inneggiare al sesso libero, a gridare “io sono mia/mio“, “l’utero è mio e ne faccio quello che voglio“;  ora si accorgono di essere completamente sprovvisti di quegli strumenti educativi che avrebbero potuto prevenire  tanto sfacelo. Ora tutto questo si ritorce contro di loro, come se adesso la vita concreta – e non le loro stupide farneticazioni ideologiche – si vendicasse degli stravolgimenti antropologici cui essi l’hanno forzata negli anni ’70; ora si accorgono che quelle ragazzine potrebbero essere  le loro figlie, o le loro nipotine, e che tutta la generazione sessantottina è chiamata al “redde rationem” di quella follia collettiva che istupidì tutto l’occidente.

       Un interrogativo si è affacciato alla mia mente: visto che le madri, nei casi di cui parliamo, erano moralmente assenti, dov’erano almeno i padri? Altra domanda ingenua: non sappiamo tutti che oggi, con la famiglia agonizzante che abbiamo sotto gli occhi, i padri sono stati eliminati dai progetti educativi? Le separazioni coniugali spesso riducono sul lastrico tanti uomini a causa dell’esosità delle loro vendicative consorti – che non hanno trovato nel matrimonio ciò a cui ritenevano di avere diritto – ma hanno anche il triste effetto di esautorarli agli occhi loro figli, perché troppo presi dalla preoccupazione di combinare il pranzo con la cena. Una volta nelle famiglie, il Padre era considerato poco meno di Dio in terra, mentre la Madre era come la Madonna, alla quale i figli ricorrevano  perché intercedesse presso il rispettivo marito e padre al fine di attenuare la giusta severità di certe punizioni, e possibilmente di eliminarle, se i troppo vivaci rampolli avevano disobbedito o comunque combinato qualche grossa marachella, come è sempre accaduto da che mondo è mondo.

       Oggi, invece, sia i padri che le madri si dichiarano “i migliori amici” dei loro figli, non rendendosi conto di commettere un errore enorme perché questo significa abdicare al loro ruolo educativo; infatti compito degli amici, in qualunque età della vita,  non è educare ma condividere studio, tempo libero, interessi, sport e svaghi e,  quando l’amicizia è profonda, anche gioie e dolori. Nonostante che la differenza di età tra le due generazioni sia quasi raddoppiata rispetto a quanto avveniva in passato, i genitori oggi si vestono e si comportano come gli adolescenti, usano il linguaggio dei ragazzi, si lamentano presso i loro insegnanti se questi hanno “osato” punire  i loro indisciplinati e spesso poco studiosi allievi[1], si preoccupano se i loro figli “fanno sesso” solo per il pericolo di malattie o di gravidanze indesiderate. Come si può parlare di educazione in questo clima?

         I genitori che si illudono di essere considerati amici dai loro figli  non hanno afferrato il significato della genitorialità. Gli adolescenti non cercano l’amicizia nei loro genitori (per quella ci sono i coetanei, i compagni di scuola, che sono “simili” a loro) ma la guida, il buon esempio, il punto costante di riferimento, le risposte  sensate ed esaurienti ai grandi “perché” della vita e ai loro dubbi di creature inesperte. Quando tutto questo manca, essi ne cercano i succedanei e credono di trovarli nella rete, nella droga, nei videogiochi, nelle chiacchiere con i compagni ancora più inesperti di loro e in più, come dice il filosofo Remo Bodei, affetti da totale “incompetenza affettiva”[2]. Cercano i sostituti dei genitori  perfino nel sesso, considerato che la loro età è quella dei grandi cambiamenti ormonali e fisiologici.

       Anche la pubblicità gioca un ruolo subdolo e persuasivo. Lessi, anni fa, su questo argomento, la testimonianza di un’autorità nel campo pubblicitario, Oliviero Toscani[3]. “Il processo di fidelizzazione alle marche comincia già dai due anni”, egli diceva.  Infatti è noto che il mercato dei prodotti destinati ai bambini e ai ragazzi è fiorentissimo, perché ormai i figli chiedono e i genitori concedono. Si tratta di una sorta di “rituale” familiare per il quale il marketing aziendale ha trovato un nome spiritoso: “fattore lagna”, ossia lo sfiancamento del genitore attuato dal bambino o dal ragazzo per ottenere l’oggetto del desiderio, il quale viene presentato come necessario, non in sé, ma per il proprio benessere sociale, per essere accettati dagli altri. Di fronte al timore di vedere il proprio rampollo emarginato o disprezzato dai suoi coetanei, la maggior parte dei genitori si sente obbligata a cedere. O, addirittura, i genitori cedono perché attanagliati dall’angoscia che il figlio, se non accontentato, commetta qualche gesto assurdo, come è avvenuto recentemente a Roma dove un quindicenne, di fronte al deciso NO paterno, si è gettato dalla finestra. Tutto questo avviene per il totale scollamento che esiste tra le famiglie e le altre agenzie educative, come la scuola e (mi dispiace dirlo) la parrocchia, incapaci di instillare nelle giovani menti in formazione sani principi esistenziali e di presentare i beni di consumo nel loro giusto valore[4].

          Lo stesso Toscani, pur essendo al servizio delle grandi marche della pubblicità, riconosceva che la civiltà dello spot suborna i nostri figli, ma rilanciava l’accusa ai genitori e soprattutto alle madri: “Se le donne di oggi si realizzano solo con lo shopping cosa pretendono poi dalle loro figlie? I messaggi della pubblicità sono disastrosi, ma se non sai proteggere i tuoi figli, che genitore sei?” Il ragionamento di Toscani non è del tutto condivisibile perché palesemente autoassolutorio e manicheo; ma, se è indubbia la responsabilità delle famiglie nel dramma antropologico cui stiamo assistendo, lo è altrettanto quella del mondo che le circonda, in cui la pubblicità è protagonista assoluta. E infatti i conti tornano, se pensiamo che le ragazzine di cui parlavo all’inizio hanno scelto il metodo più sbrigativo: non hanno sfruttato il “fattore lagna”  per ottenere ciò che volevano,  hanno (tout court)  bypassato i loro genitori, prostituendosi per poter comprare abiti costosi, ricariche telefoniche e anche droga.

        Come mai è così difficile per i genitori far capire ai loro figli che il denaro è uno strumento prezioso, frutto del lavoro di ciascuno di noi e del nostro impegno? Mi si consenta, a questo proposito, una citazione personale; io ho avuto la fortuna di vivere una bella gioventù in una bella famiglia (per la quale non mi stanco mai di ringraziare il Signore), ho avuto due affettuosi genitori, molto presenti, che mi hanno dato tutto, possibilità di studiare e di coltivare i miei interessi senza preoccupazioni, bei vestiti, viaggi, divertimenti, ma tutto ciò non era affatto gratuito né scontato. Essi hanno sempre subordinato concessioni e regali all’osservanza da parte di noi figli di una disciplina ferrea: conseguimento di ottimi voti a scuola, buona educazione, comportamento sempre corretto e rispettoso della loro autorità, dell’autorità degli insegnanti, delle persone anziane. Dandoci la paghetta settimanale determinata da loro (non indicizzata , né sottoposta a scala mobile … ), ci hanno abituato a  programmare e dosare le nostre spese voluttuarie  (come potevano essere il cinema o il gelato con i compagni di scuola) facendoci capire che nella vita nulla è scontato, ma tutto ci viene elargito (e non sempre) solo se ce lo meritiamo. Invece il “fattore lagna” che domina oggigiorno  (inconcepibile nella mia famiglia, anzi, produttore di effetto contrario)) è difficile da gestire perché i genitori oggi sono sempre fuori casa ed è facile che si inneschi la cosiddetta “sindrome da risarcimento“, ossia il tentativo di compensare la mancanza di tempo e di attenzioni con gli oggetti, barattando l’affetto con un contraccambio economico.

         Educare oggi è diventato un problema di una difficoltà immane e lo si vede dallo scoraggiamento che provano molte coppie all’idea di mettere al mondo dei figli. Il problema è aggravato dalla discordanza esistente tra le famiglie e la scuola che invece dovrebbero marciare allo stesso passo. Si dice comunemente che indietro non si torna, invece io credo che bisognerà farlo necessariamente, se non vogliamo assistere a uno sfacelo antropologico sempre più evidente. Ma non nel senso auspicato (per esempio) da certuni, i quali – scandalizzati dall’episodio delle baby prostitute, nonché da  certi spettacoli cui si assiste in alcune strade delle nostre città – auspicano il ritorno delle “case chiuse” di antica memoria per regolare e tenere sotto controllo il fenomeno della prostituzione. Una volta le prostitute, ospitate nelle apposite “case”, occupavano uno dei livelli più bassi della società, erano schedate e disprezzate dai benpensanti; oggi una simile emarginazione sociale, che ne faceva delle cittadine di serie B, non sarebbe più concepibile in questa nostra epoca nemica delle “discriminazioni” di qualunque tipo. Forse è vero che  in questo modo esse godrebbero dell’assistenza sanitaria come tutti i cittadini, sfuggirebbero allo sfruttamento  e (finalmente!) sarebbero tenute a pagare le tasse sui loro lauti guadagni, ma hanno riflettuto questi benpensanti che, dato il clima di sfrenato ed edonistico consumismo che stiamo respirando, la carriera di prostituta potrebbe diventare per molte ragazzine una mèta cui aspirare senza essere costrette a svolgere lavori pesanti o noiosi come in una fabbrica o in un ufficio? La libertà sessuale di cui si gode oggi , unitamente all’abbassamento della maggiore età – cui non sempre corrisponde una parallela maggiore maturità psichica – può favorire il colossale fraintendimento di considerare la prostituzione come una carriera di sempre più elevato livello, al pari di quella delle top model o delle attrici cinematografiche.

          Il triste episodio delle ragazze parioline è solo una delle tante tristi conseguenze di un altrettanto triste fenomeno, erroneamente ritenuto una conquista della civiltà: la separazione del sesso dall’amore. Esso ha provocato, negli ultimi 40 anni, una vera guerra tra i sessi, che ha lasciato sul terreno sia morti che feriti (pensiamo solo alle vittime dell’ AIDS e del femminicidio) lasciando i sopravvissuti inariditi al punto che non sanno più comprendere e vivere  il vero significato dell’amore tra l’uomo e la donna, il più bel dono fatto dal Creatore al genere umano. I più giovani credono che l’amore debba sopravvenire solo dopo essersi abbondantemente conosciuti in senso biblico, i meno giovani – scoraggiati e resi insicuri – temono la solitudine come il peggiore dei mali ma ben pochi, allo stato dei fatti, hanno il coraggio di assumersi impegni e responsabilità che durino tutta la vita. Cosa si può proporre fraternamente alla luce del Vangelo? Parlavo poc’anzi della necessità di fare, nell’ambito educativo, un passo indietro: cercherò di chiarire meglio il mio pensiero nel prossimo articolo.

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[1] Ricordo ancora la solenne strigliata che ricevetti da mio padre (avevo 15 anni) perché avevo accusato di “crudeltà” la mia insegnante di latino e greco che mi aveva dato un 4 a un’interrogazione, in un periodo in cui nello studio, evidentemente, battevo un po’ la fiacca.  “Non ti permettere mai più di parlare male di una tua insegnante! Ricordati che io sono e sarò sempre dalla sua parte! Se ti ha dato 4, vuol dire che te lo sei meritato!” Io tacqui  con la coda fra le gambe e studiai di più.

[2] Cfr. IL CORRIERE DELLA SERA, Dossier, 24.11.2013, pag. 7.

[3] Cfr. IL CORRIERE DELLA SERA, 2.7.2008.

[4] La parrocchia, poi, sembra addirittura intimidita. Ma di questo aspetto parlerò un’altra volta.

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