Siamo in una società totalitaria in cui non è concesso fare domande

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Ciò che sconcerta, nell’attuale confronto sul Progetto di legge Zan, in tema di omotransfobia, è la capacità semplificatoria di un sistema di potere che si insinua nelle vite di ciascuno e di tutti, ma senza darlo a vedere. È ciò che il sociologo Niklas Luhmann identificava come la forza smaterializzata della coercizione, capace di produrre simboli tanto più efficaci quanto in grado di persuadere spontaneamente chi vi è sottoposto. Su questa linea l’omologazione oggi passa anche attraverso il tentativo di silenziare le voci dissonanti. Lo vediamo nell’azione sistematica di censura e di demonizzazione dell’avversario. Con livelli sofisticati di espulsione di chi non si allinea. Al punto da negare perfino il diritto al confronto.

Perciò – non sembri un paradosso – la nuova frontiera dei diritti è quella di “fare domande”. Dalla loro formulazione passa la verifica di quelli che possiamo definire le “verità” inculcate e i “costi sociali” del relativismo etico, cioè le conseguenze sociali delle suggestioni filosofiche, antropologiche, sociologiche, politiche che stanno alla base del relativismo etico, oggi dilagante.

Esistono dei diritti non negoziabili, attraverso i quali è possibile garantire una crescita ordinata dell’uomo e dunque della società? Dove e come individuarli? Quali conseguenze ha il relativismo etico sull’organizzazione della società? Il suo manifestarsi, radicalizzarsi e radicarsi può essere ridotto alla sfera meramente privata dell’individuo?

Non sono domande retoriche. Nella permanente discussione sulla natura dell’uomo, sui suoi diritti, a indebolirsi è il senso stesso dell’esistenza, con dei costi individuali e sociali altissimi, pagati dalle fasce più deboli della popolazione, quindi dalla sua maggioranza.

È perciò un errore credere che il relativismo etico sia un semplice problema intellettuale, da analizzare e da discutere all’interno dei circoli filosofici, tanto lontano dalla sensibilità collettiva da essere incomprensibile ai più, o una questione tutta religiosa, da rinchiudere nelle sacrestie e da lasciare all’attenzione del solo magistero della chiesa e di una coraggiosa pattuglia di credenti.

Il tema è rivestito da un’armatura intellettuale, che sembra impedire l’esatta comprensione della sua essenza. D’altra parte esso facilita il punto di vista semplificatorio (la forza smaterializzata della coercizione), consegnandosi alla banalizzazione di massa, veicolo di una inconsapevolezza diffusa e rassicurante.

L’approccio culturale al problema si muove partendo da una considerazione molto facile e diretta: la verità come possibilità del pensiero non esiste, quindi è inutile cercarla ed ancor più informarsi ad essa. È una posizione filosofica che bene si sposa con lo spaesamento dell’uomo contemporaneo, offrendogli le giustificazioni intellettuali per tale spaesamento.

Ne consegue – secondo i relativisti – che ogni verità è il prodotto della cultura ricevuta. Spezzare la catena della tradizione, intesa come trasmissione di verità, è dunque possibile e necessario – secondo tale orientamento – per realizzare una piena liberazione dell’uomo.

Le conseguenze di tale “rottura” poco interessano e ancora meno vengono valutate. Il fine è la liberazione, fine che si fa verità autosufficiente ed assoluta, contraddicendo la scelta di partenza, secondo cui la verità non esiste e non va cercata.

Per tornare al dibattito in corso, innescato dalla proposta di legge Zan, che si colloca all’interno delle più ampie problematiche relative al relativismo etico, è allora necessario chiedere: la natura umana, per definizione l’insieme delle caratteristiche distintive che gli esseri umani tendono naturalmente ad avere, indipendentemente dall’influenza della cultura, può essere riscritta per legge? Dove inizia e dove finisce il pluralismo, base del confronto libero? E il diritto al dissenso? Perché instillare nella società, in particolare tra le giovani generazioni, l’idea che declinare l’umanità al maschile e al femminile è – di fatto – un reato? Non c’è il rischio del testacoda sociale con l’uscita di strada di larghe porzioni della società ?

Dei rischi a cui viene esposto dall’espandersi del relativismo il cittadino non viene allertato. Non ci sono cartelli indicatori che lo avvisino. Non ci sono campagne informative che lo mettano in guardia. Al contrario, egli è quotidianamente sottoposto ad una costante opera di indottrinamento inconsapevole, in grado di rendere dolce il processo di depotenziamento collettivo, di resa, di assuefazione. E tutto questo senza che le conseguenze concrete di tale deriva siano ben chiare a chi le farà sue. Senza che i costi sociali e personali siano chiaramente indicati.

Accade così che, riempito il ricco carrello del relativismo, l’ignaro cittadino arrivi alla cassa senza sapere il prezzo da pagare, convinto anzi che tutto gli è dovuto gratuitamente. Con il risultato che le conseguenze di tali scelte ricadono sul malcapitato, al punto da stravolgere la sua vita e quella di chi gli sta intorno.

Proviamo a moltiplicare queste conseguenze per milioni di volte ed avremo il quadro della società relativizzat”, scricchiolante e sempre più instabile, piegata su se stessa ed in balia di una crisi profonda. In estrema sintesi: una società destinata all’estinzione (ed il crollo demografico ne è il sintomo più evidente) priva come appare di autentiche aspettative di vita, portato di una “naturalità” che si vuole precludere. A colpi di norme.

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